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DOSSIER Da dove ripartire

Una nuova storia

La storia della nostra cooperativa è finita. Entro domani i liquidatori riceveranno le «proposte vincolanti» di chi è interessato all’acquisto della testata. Care lettrici e lettori, care compagne e cari compagni, tra quindici giorni gli abbandoni, gli addii polemici, le porte sbattute, le dimissioni alle quali vi abbiamo fatto assistere nelle ultime settimane finiranno necessariamente.

È un esito triste eppure conosciuto da tempo. Ve lo abbiamo raccontato passo dopo passo. Abbiamo scelto la strada della liquidazione coatta amministrativa all’inizio di quest’anno. A indicarcela, come unico approdo possibile della crisi finanziaria, è stato l’ultimo consiglio di amministrazione della cooperativa: Valentino Parlato presidente ed Emanuele Bevilacqua amministratore delegato. Per dieci mesi, da febbraio a oggi, e per la prima volta in quarantuno anni di storia, tre persone sconosciute hanno gestito i nostri conti. A tutela dei nostri creditori. Questo ha comportato due conseguenze pratiche. Gli stipendi dei dipendenti di questa cooperativa – 1.200 euro al mese – sono stati ridotti di un terzo dalla cassa integrazione. Allargata e pesante: ognuno di noi ha rinunciato a lavorare almeno per quattro mesi su dieci. Se non ve ne siete accorti troppo, cari lettori, è perché anche dalla cassa integrazione abbiamo cercato – volontariamente – di sorreggere in qualche modo l’impresa folle di mandare in edicola un giornale sottoposto alla liquidazione. Un azzardo mai tentato e persino sconosciuto come ipotesi nel momento in cui la liquidazione è cominciata. Eppure chissà come, al prezzo di errori e stress (due cose che hanno sicuramente avuto un peso nei nostri litigi), ci siamo riusciti.

È solo per questo che oggi possiamo ancora immaginare un futuro per il manifesto. Perché malgrado tutti i suoi acciacchi il giornale c’è, lo avete in mano, è ancora vivo. La seconda conseguenza della liquidazione è stata che all’improvviso non abbiamo avuto più un euro a disposizione per le spese del quotidiano. La carta delle stampanti si può riciclare girando il foglio, qualche piccolo viaggio è stato possibile farlo contando sulla solidarietà degli amici, ma a tantissimo abbiamo dovuto rinunciare. Molte storie le abbiamo seguite da lontano. Il risultato è stato un giornale più povero, anche perché non abbiamo pagato i nostri collaboratori, molti già rassegnati a non vedere mai un soldo.

I collaboratori sono l’altra metà del manifesto , insieme a noi hanno disegnato negli anni il profilo di questa impresa politica ed editoriale. La gran parte di loro ha continuato a scrivere per noi, accettando di farlo gratuitamente. Alcuni hanno dovuto smettere e altri ancora hanno deciso di portare altrove il loro talento. Avete letto le loro ragioni su queste pagine (non solo su queste pagine). Ovviamente sono tutte rispettabili e da noi rispettate: chiunque abbia collaborato al manifesto meriterebbe solo per questo ogni bene, altro che la porta chiusa dalla liquidazione. Si è trattato però, questo dobbiamo scriverlo con chiarezza, sempre di una scelta che non abbiamo voluto e che ci ha fatto male. Soprattutto quando è arrivata all’ultimo miglio di una lunga strada percorsa assieme. Ma chi è ostinatamente rimasto a tenere aperta la casa pretende lo stesso rispetto di chi se ne è andato. Restare, ci ha scritto Emanuele Trevi, «è un gesto del quale bisogna riconoscere, mi sembra, la nobiltà e il disinteresse, allo stesso modo in cui deve essere rispettata ed onorata ogni decisione di abbandono». Naturalmente non tutti gli abbandoni sono uguali. Quello di Rossana Rossanda e, poi, di Valentino Parlato sono stati terremoti sulla casa. E nemmeno gli unici. Altre «firme» importanti del giornale, ex dipendenti che con lo stato di crisi hanno scelto volontariamente il pre-pensionamento, hanno preso la stessa decisione. Anche loro sono finiti nella tagliola imposta dalla liquidazione che ha sospeso la retribuzione di tutte le collaborazioni. Una sorte, per questi compagni, particolarmente ingiusta. Per decenni le loro intelligenze e il loro lavoro sono stati i mattoni con i quali il manifesto è stato costruito. Non tutti sono andati via, molti sono ancora qui in redazione e continuano a pensare il giornale ogni giorno. Però è vero che la questione della continuità tra le generazioni ha finito col trasformarsi in una bomba innescata sotto il nostro comune destino. Colpa nostra, che non siamo riusciti a inventarci un modo originale per affrontare un passaggio che tutte le storie lunghe prima o poi si trovano davanti.

Ci abbiamo provato, ma la disgrazia economica – che non è l’unica causa – ha peggiorato tutto. A questo abbiamo dedicato tempo e discussioni, si potrebbe dire quasi tutto il tempo e tutte le discussioni, trascurando altre necessità, per esempio guardare al futuro e non solo al passato. In questi anni abbiamo perso brave giornaliste e giornalisti che hanno cominciato nelle nostre stanze. Non abbiamo avuto le risorse per trattenerli. Ci siamo preclusi molti destini possibili. Si sottolinea spesso il ruolo del manifesto come palestra del mestiere, la verità è che da molti anni non abbiamo alcuna possibilità di aggregare nuove energie. Ultimi arrivati non ce ne sono. Le occasioni, quelle sì, ci sono state. Bravi professionisti sono maturati qui da noi, poi però sono stati altri a coglierli e accoglierli. Care lettrici, cari lettori, vi raccontiamo tutto delle nostre difficoltà, anche gli aspetti più materiali, come sempre abbiamo fatto. Da settimane la nostra redazione è sottoposta a un martellamento continuo.

Chi è andato via ha voluto descrivere il manifesto che lasciava, e nel quale ha continuato a stare fino al giorno prima, come un terreno improvvisamente presidiato dai barbari. Qualcuno ha parlato di una «occupazione» illegittima. Queste uscite sono state un colpo pesante alla possibilità di salvezza del giornale. Noi, per lo più, non abbiamo replicato agli insulti. Perché il dolore lascia attoniti, ma anche perché rispondere avrebbe significato contribuire allo sgretolamento della nostra impresa collettiva. La sinistra che si estingue dividendosi e lacerandosi è un luogo comune; la storia irregolare del manifesto avrebbe dovuto evitarlo. Ma, al punto in cui siamo (e che abbiamo provato a riassumere) dovrebbe essere chiaro che le divisioni tra noi non hanno nulla a che vedere con il passato. Riguardano il futuro del manifesto. Se un futuro deve esserci e quale deve essere. Del resto, discussioni, litigi, risse anche fisiche, fratture irrecuperabili hanno costellato la storia (gloriosa) di questo giornale. A turno, qualcuno si è collocato all’opposizione, è rimasto in disparte, ha scelto l’esilio, oppure è andato via. Battaglie politiche, vinte oppure perse. Ma mai nessuno ha messo in discussione la sopravvivenza della testata. Anche quando è stata a un passo dalla liquidazione, senza però mai farlo quel passo fatale. Anzi, la convinzione che ci sarebbe stata sempre una casa comune, un’altra battaglia da fare, una direzione da contendere, ha tenuto legato anche chi è stato sconfitto. Persino chi è andato via, per tornare magari anni dopo.

Da quando quel passo nella liquidazione è stato fatto, tutto è cambiato. Perché da allora tutti sappiamo – chi ha proposto la liquidazione e chi l’ha accettata – che dovevamo rifondare un patto. Inclusivo (secondo noi) per ricominciare un’altra storia. All’altezza del mondo che cambia. Eravamo destinati a lasciare questa cooperativa. Per ritrovarci? Su questo ci siamo divisi. I fondatori sostengono di no. Pensano che il manifesto sia finito per sempre. Alcuni compagni della generazione successiva condividono. La redazione nella sua grande maggioranza non lo pensa. E si sta impegnando per impedirlo. Pensa anche che nel nuovo manifesto vada trasferito non solo lo spirito ma anche e soprattutto la forma proprietaria del vecchio. La cooperativa dei dipendenti, che sarà autonoma nella linea editoriale. Anche la legge spinge in questo senso, perché solo a una cooperativa sarebbero garantiti i fondi per l’editoria del prossimo anno. Il prossimo e basta: è una storia che si va a concludere, della quale però non ci vergogniamo affatto. Non potremmo: la legge sull’editoria è nata dalle battaglie del manifesto , anche la caccia alle cooperative fasulle e ai ladri di soldi pubblici molto spesso è partita da noi prima che Grillo venisse a farci la morale. Però non ci facciamo illusioni, il contributo dello stato è fondamentale per provare a ripartire, ma poi dovremo riuscire a stare in piedi solo con le vendite e la (poca) pubblicità.

Per questo nella costruzione della nuova cooperativa stiamo affrontando il passaggio più stretto: dobbiamo più che dimezzare il nostro organico. Giornalisti e poligrafici hanno deciso di farlo per far sopravvivere il manifesto; è forse questa una scelta che merita minore rispetto di quello che si deve a chi si è chiamato fuori? Non lo crediamo. Quello che ci muove non è la pura volontà di conservare un lavoro (cosa nobile in sé, ma non garantita e in questo caso neanche un po’) eppure di questo siamo stati brutalmente accusati. Al contrario, dopo dieci, venti, trenta, in qualche caso anche quaranta anni di manifesto sentiamo tutti la responsabilità di fare ogni cosa possibile perché la storia non si chiuda qui. Non si chiuda così. Deve esserci una nuova cooperativa e ci sarà. Ma non sarà solo di chi l’ha voluta – tra i giornalisti 36 favorevoli, 3 contrari e 7 non votanti; tra i poligrafici 12 favorevoli e 9 non votanti: è il risultato della votazione del 10 dicembre. Sarà di tutti. La nuova cooperativa è la condizione necessaria perché questa storia possa continuare, ma non sufficiente. Anche chi non potrà rientrare da subito nella cooperativa e anche chi si è allontanato deve tornare a sentirsi parte del manifesto. Questo dipende soprattutto da noi e ci proveremo in ogni modo. Anche rimediando alle mancanze che abbiamo avuto in questi mesi di angoscia. Insieme si può ancora fare. Non serve dire che le nostre porte sono aperte perché questo è evidente a tutti. Diciamo invece che le mura stesse, quali che saranno, torneranno a essere la casa di tutti.

La legge prescrive che la cooperativa sia composta in maggioranza dai soci dipendenti, noi troveremo il modo di includere quelli che la legge esclude. Teniamo a tutte le firme, ma soprattutto ai corpi e alle menti dei nostri compagni. Norma Rangeri ha già scritto che considererà chiusi i compiti e responsabilità della direzione una volta avviato il nuovo giornale. A lei, al di là delle differenze che esistono tra noi, va la gratitudine per aver tenuto il timone nella tempesta. Non era facile e non era scontato. Da parte sua altri gesti non servono, serve la volontà di volerli accogliere. Perché il confronto tra noi non può essere invocato come un dono dall’alto proprio da chi si è in questi mesi allontanato. Il confronto lo si costruisce, la parola si prende, le idee si affermano nella nostra quotidianità. Siamo ancora qui. E ci saremo, con la nuova cooperativa. Qualsiasi altra soluzione non sarebbe compatibile non solo con la storia ma anche con il futuro del nostro giornale. Di padroni buoni e cattivi ce ne sono anche troppi. Di manifesto uno solo. È possibile che qualcun altro, con i soldi di qualcun altro, tenti di acquistare la nostra testata. Anzi, è assai probabile.

Il manifesto è, anche, un nome riconosciuto, un archivio di storie e un patrimonio di immagini come non ce n’è. Preservarlo per noi, poverelli come siamo, sarà difficile. Ma dobbiamo farcela anche con il vostro aiuto, care lettrici e cari lettori. Non ce lo avete fatto mai mancare, è per questo che il giornale è stato vostro oltre che di tutti noi. In questi mesi turbolenti abbiamo finito col litigare anche con una parte dei nostri lettori organizzati. Con alcuni dei circoli del manifesto , realtà che noi stessi abbiamo voluto per avere accanto non solo il sostegno economico ma anche il confronto politico con i lettori più assidui. È successo – se accettate la nostra ricostruzione fatta nel momento in cui ogni polemica cessa di avere utilità – che a un certo punto alla redazione è parso di riconoscere in una parte dei circoli un atteggiamento da guardiani della tradizione. È possibile che alcune incomprensioni siano nate per colpa nostra, è certo che abbiamo delegato e trascurato la comunicazione con i circoli. Non tutti poi hanno la stessa idea sul rapporto con i lettori, e in generale ci rivolgiamo anche a chi ci compra poco per convincerlo a comprarci più spesso. E comunque, guardiani non ne vogliamo e la tradizione la reinventiamo ogni giorno. Il manifesto va oltre le nostre vite, che pure trascorrono in gran parte qui dentro, il manifesto è più importante anche dei suoi più affezionati detrattori. Cari compagni dei circoli, facciamo punto e a capo? Per continuare a litigare abbiamo bisogno di mantenere vivo insieme il manifesto , e di farlo in un’impresa condivisa. Il nostro primo impegno sarà condividere la proprietà con i lettori. Saremo un giornale di battaglia politica, ma non saremo un giornale partito. Perché non lo siamo mai stati. Anche se il manifesto per un breve tratto è stato un giornale d i partito: quella non è stata l’esperienza più felice. Adesso ci viene chiesto di avere una linea. E di restarle fedeli (anche quando non c’è). È davvero un’esigenza urgente, almeno dall’89 (o dal ’71, o dal ’17?).

Si potrebbe aggiungere: su molte cose la linea abbiamo finito col darla, per esempio sui beni comuni che è persino un’espressione nata qui. Mesi, non decenni fa. Ma in realtà non è mai stata una questione di linee. Piuttosto di antenne. Siamo stati capaci di cogliere le idee che si muovevano altrove, di offrire loro uno spazio per crescere. E adesso, in questa crisi che ci ha fatto piegare su noi stessi, tante storie e tante battaglie stiamo perdendo. Tante ancora dovremmo riuscire ad ascoltare. Ma non vogliamo una linea che finisca col diventare una sbarra davanti alle nostre finestre. Non vogliamo idee confezionate altrove, vogliamo discutere e rischiare e magari sbagliare nel confronto tra noi. Avremo una linea, anzi ne avremo tante quante sono le idee di chi ha voglia di provarci ancora. Non sarà come quarant’anni fa, non sarà nemmeno come quaranta giorni fa. Nel panorama di macerie che è la sinistra italiana si vorrebbe che il manifesto sapesse indicare il «che fare?» a tutti e su tutto. Quando si parte così, si finisce a fare corteo dietro qualcun altro. Abbiamo un progetto, sì, ed è quello di mantenerci liberi. Nel paese dei conflitti di interesse non è un piccolo programma. Parleremo con tutta la sinistra, con tutti i movimenti senza farci precedere dai biglietti da visita. Agli studenti dei licei occupati abbiamo già aperto le pagine, nuove storie si stanno intrecciando con la nostra. Giovani o anziani che siamo, molte cose abbiamo portato e molte ne abbiamo imparate in questo giornale. Abbiamo ancora tanta voglia. Non ci faremo portare via niente.

Francesco Adinolfi, Roberto Andreotti, Alessandra Barletta, Matteo Bartocci, Marco Boccitto, Micaela Bongi, Francesca Borrelli, Alessandro Cannelli, Gianfranco Capitta, Giuseppina Ciuffreda, Massimo De Feo, Federico De Melis, Tommaso Di Francesco, Arianna Di Genova, Giuseppe Di Martire, Andrea Fabozzi, Luca Fazio, Massimo Giannetti, Michele Giorgio, Carlo Lania, Eleonora Martini, Giovanna Massini, Nora Parcu, Roberto Peciola, Cristina Piccino, Francesca Pilla, Giuliana Poletto, Tania Polizzi, Daniela Preziosi, Anna Salvati, Giorgio Salvetti, Massimiliano Salvoni, Luana Sanguigni, Giulia Sbarigia, Giuliana Sgrena, Silvana Silvestri, Iaia Vantaggiato, Benedetto Vecchi, Eurosia Visaggi, Roberto Zanini, Marina Zenobio