closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
DOSSIER La questione giovanile e la sinistra

Un welfare giovane e disincantato

26pol1 giovani  mistrulli cgil21

Svezia anni 60. Il governo vara il contratto che definisce l’acquisto di un diritto, quello all’abitare un appartamento. Si tratta della possibilità di diventare socio di una cooperativa proprietaria e di conservare il diritto per tutta la vita.

In Svezia nel 2014 meno di 1 giovane su 10 (sotto i 25 anni) vive con la famiglia. In Italia siamo ad 1 su 2 (Eurostat). Il dato è significativo perché l’uscita dal nido parentale segna un ritmo di vita che viaggia in rapporto alla generazione che precede e a quella che succede. Si dirà che i dati non sono sovrapponibili, che eventi e processi hanno sedimentato fratture profonde tra Nord e Sud dell’Europa. Ma urge uscire dai confini nazionali per scongiurare il ritorno ai localismi, per rendere una visione d’insieme e per proiettarsi alla costruzione di un nuovo welfare. Bisogna constatare una distanza che sta soprattutto nella qualità dei risultati, nella cura prolungata e nella manutenzione del welfare nazionale.

Nel Nord Europa “le riforme”, compresa la riorganizzazione del lavoro che ha prodotto un nuovo disegno di società, si sono installate dentro un quadro di protezione e sicurezza che era parte strutturale e resistente di quel mondo. La relazione tra giovani e welfare è stata edificata su un progetto d’innovazione all’interno di un recinto di certezze. In Europa del Sud, invece, il rapporto già incrinato tra giovani e welfare ha sforato i suoi confini naturali, anticipando la crisi economica, oltrepassando il limite generazionale e fuoriuscendo dallo spazio nazionale (l’emigrazione è tornata a incidere).

Il furore delle narrazioni postideologiche ha colmato l’immaginario dei giovani e di quelli che sono scivolati fuori dal recinto degli indicatori (ma non diteglielo). L’imperativo della crescita e della competitività si è affacciato all’interno della crisi del welfare e dei suoi presupposti. Il volontariato e il terzo settore sono entrati in scena come possibili soluzioni emergenziali. E così dalla gestione dell’immigrazione fino al diritto alla casa quasi ogni aspetto del welfare nazionale ha finito per acuire la lontananza tra Europa del Nord e del Sud.

Proprio a causa di questo deficit, il nuovo welfare, inteso come riflessione sui moderni bisogni e sui più aggiornati diritti, maturo sulla carta per essere distribuito dall’Europa all’Europa stenta a trovare delle basi di appoggio per la sua attivazione. Senza l’efficienza del welfare nordico diventa terribilmente complesso immaginare un futuro per il welfare mediterraneo e per la prospettiva europea. In questo senso, la sinistra, almeno quella dei paesi a sud dell’Europa, ha di fronte un compito ben più importante di quelli dettati da Bruxelles, recuperare lo Stato come pilastro del welfare tradizionale. Questa operazione culturale comporta un’adesione politica controcorrente che deve essere accompagnata ad un progetto che investa le altre due colonne del welfare: il lavoro e la nazione. Senza questa rivoluzione l’unica possibilità che resta è un welfare senza Stato.

Tuttavia, prima di abdicare sarebbe giusto per la sinistra voltarsi indietro e porsi una domanda: com’era il futuro quando la costruzione del sé incontrava un progetto di vita possibile e la presenza dello Stato?

Proposte e compiti della sinistra

1) La sinistra dovrebbe farsi portavoce di un’operazione di disvelamento e d’innovazione attraverso gli organi competenti sugli indici di misurazione, in primo luogo l’ISTAT. Esiste da anni un dibattito in sede accademica e scientifica sui nuovi indicatori del benessere e della felicità. L’OCSE stessa ha testato un numero di nuovi indicatori per identificare le aree più virtuose in termini di moderno welfare. Questi strumenti sono però poco aperti e democratici (vedi punto 3) e per questo non riescono ad avere ricadute reali sui territori, non producono cambiamento (parola abusata?). Si dovrebbe quindi costruire una mappa partecipata dagli enti locali, dalle istituzioni più prossime ai cittadini e dalle forze politiche, uno strumento d’orientamento che dovrebbe tenere conto di ciò che manca in termini di welfare tradizionale e di ciò che esiste in termini di nuovo welfare (Internet, energie rinnovabili ecc…). Sulla base di questo rapporto bisognerebbe rispondere concretamente nei territori rilanciando l’idea del bilancio partecipato.

2) La sinistra potrebbe lanciare una consultazione nazionale, dopo averne dato adeguata diffusione, sulla destinazione degli investimenti diretti al welfare giovanile. L’idea è lasciar scegliere a una generazione sfilacciata e troppo poco unita le priorità per sé e per il Paese. La premura è quella di restringere il campo delle domande, selezionando un certo numero di voci, per ottenere risposte più pertinenti.

3) La partecipazione alle scelte passa attraverso un’educazione al welfare. L’idea è quella di concedere alle classi delle scuole medie inferiori e superiori degli spazi dove sperimentare percorsi di welfare rivolto al territorio.

4) Le sedi dei partiti e delle associazioni della sinistra, spesso abbandonate o chiuse, potrebbero essere rinnovate lasciando spazio al welfare. Fabrizio Barca ha parlato di partito palestra. Potremmo aggiungere partito palestra del welfare (scuole d’italiano per migranti, scuole popolari, laboratori tematici per la cura del territorio).

5) Sarebbe utile costruire una task force che agisca sulla comunicazione del welfare con campagne sui media tradizionali e sui nuovi media, perché rafforzare il welfare dei giovani significa spiegare i suoi benefici e invitare i suoi protagonisti a ripensarne i contenuti. L’obiettivo sarebbe favorire il dialogo tra generazioni. Anche per questo le comunicazioni tra Stato e cittadino potrebbero contenere brevi, chiare ed evidenti note sulla destinazione e l’uso delle tasse. Spesso sono proprio i genitori dei ragazzi a non credere più nel welfare.

6) Se l’obiettivo è condividere il welfare a livello europeo dovremmo aumentare lo scambio su singoli progetti tra Sud e Nord. L’esempio è la costruzione di una pista ciclabile in un quartiere di periferia. L’idea è che di fronte a situazione simili sia possibile rispondere in modo condiviso. Gli enti locali dovrebbero incontrare i loro corrispettivi all’estero e seguire assieme l’iter di realizzazione del progetto. Questo binario parallelo dovrebbe mettere concretamente in evidenza i punti deboli e quelli virtuosi del percorso comparato.

7) Gli interventi sul welfare dovrebbero essere sottoposti a un serio processo di valutazione. Ogni territorio ad ogni livello di governance dovrebbe dotarsi di una commissione che conti al proprio interno esperti e cittadini destinatari delle azioni. Alla commissione dovrebbe essere dato il potere di aumentare o ridurre il budget del welfare locale, di sanzionare i responsabili dei progetti deficitari con l’esclusione da futuri incarichi.