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DOSSIER Da dove ripartire

Un giornale plurale che si sporca le mani con la realtà di oggi

A chi osserva dall’esterno le vicende del giornale, pur collaborandovi attualmente e avendovi trascorso tanti anni della propria vita, alcune dinamiche del dibattito interno alla redazione appaiono incomprensibili. In particolare, non si comprende una sorta di eccesso di severità fino alla spietatezza sul giornale che ogni giorno va in edicola.

Negli ultimi mesi il manifesto ha fronteggiato la crisi più grave della sua storia con uno straordinario sacrificio della redazione che tutti (circoli, collaboratori, osservatori) dobbiamo anzitutto rispettare, ma non ha nel frattempo mollato il campo. Anzi, pur in una situazione di emergenza ha saputo rappresentare un importante riferimento nel dopo Berlusconi, esprimendo un radicale punto di vista critico sul governo Monti. Un ruolo essenziale perché ha tenuto aperto un varco in un sistema dell’informazione che, paradossalmente ma non tanto, dopo la fine dell’era Berlusconi a me appare meno libero di prima. Infatti, la grande informazione si è compattata attorno al pensiero unico di Monti e del suo governo, demonizzando chiunque osasse porsene fuori.

Le battaglie sui beni comuni, contro lo scempio dei diritti dei lavoratori, lo spazio offerto al mondo degli economisti antiliberisti, hanno contribuito a tenere aperto un luogo prezioso di critica e di proposta. Il modo radicale, ma intelligente e non settario, con il quale il manifesto ha esercitato questo ruolo lo rende oggi uno dei mattoni della libertà d’informazione in Italia.

E’ legittimo pensare che ciò non basti e immaginare che il manifesto dovrebb’essere il motore di una riorganizzazione politico-culturale della sinistra anticapitalistica. Non è un dibattito nuovo, esso attraversa, in forme diverse la storia del giornale. Ma sarebbe un grave errore pensare che un luogo di elaborazione possa vivere senza contaminarsi con la vita quotidiana delle persone in carne ed ossa e sporcarsi con la necessità di proporre ogni giorno una propria idea in quella forma originale della politica che è un giornale, necessariamente incompleta e parziale.

Non mi aspetto dal manifesto una visione compiuta, una “linea”, ma che sia uno dei luoghi dove con pazienza certosina si raccolgono gli spezzoni di un pensiero critico, si accumulano i materiali di una nuova radicalità, di un’alternativa a una società che ha messo il denaro e la ricchezza privata al centro di tutto.

Anche la crisi del sistema dei partiti è figlia di questa egemonia predatoria: la politica è uno strumento per conquistare la ricchezza ed usa la ricchezza per conquistare e mantenere il potere. La grande maggioranza dei cittadini ne è fuori: la vera antipolitica non è il Movimento5Stelle, ma la politica attuale, un mix orribile di corruzione e rigorismo contro i più deboli. La critica della politica, del suo agire e delle sue forme è un patrimonio storico del manifesto. Sarebbe strano che questa attitudine non trovasse oggi una sua rinnovata ragion d’essere, cogliendo nel presente tutto ciò che sta fuori dalla logica mercantile, anche quando si esprime in forme spurie e non “ideologicamente” affini. Penso, per esempio, che dentro il voto a Grillo confluiscano anche tanti elettori delusi della sinistra, cui una critica della politica quale quella che il manifesto ha esercitato per tanti anni potrebbe parlare.

La parte più viva della storia del manifesto, che molti di noi continuano a vivere come propria pur se diversamente collocati nella propria esperienza attuale, è una capacità continua di indagare il presente, portando la propria critica nel cuore dei nuovi processi di aggregazione sociale, nel costume, nella politica.

Ci vuole un giornale come luogo aperto e plurale, non concluso, di critica dell’esistente. Una redazione in grado di proporre ogni giorno la propria lettura dei fatti, i lettori organizzati che restituiscono un feed-back e diventano il motore di uno scambio continuo sul web che si alimenta del quotidiano cartaceo e al tempo stesso lo alimenta di nuove idee e punti di vista che provengono direttamente dalla società.

Non capisco ulteriori richiami identitari che avrebbero come risultato il risucchio in una logica ultraminoritaria. Milioni di persone oggi cercano risposte al liberismo fuori dai tradizionali confini della politica, il manifesto ha tutte le caratteristiche per incontrarle. Non provarci sarebbe un delitto.

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