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DOSSIER Da dove ripartire

Oltre l’esistente, senza rimpianti di passate stagioni

Essere all’altezza del nostro presente, per noi del manifesto e per chi ci sostiene, deve voler dire – oggi – prendere atto della realtà non più aggirabile dei fatti, a meno che non si voglia credere che anche questa sia solo una interpretazione: parliamo della scadenza ormai prossima della liquidazione amministrativa, alla quale seguirà – se non riusciremo a costituire una seconda cooperativa in grado di dare continuità proprietaria al giornale – la messa all’asta della testata. A fronte di questa contingenza, c’è chi – a cominciare dalla direzione – sta lavorando per assicurare l’uscita del giornale, un giorno dopo l’altro: impresa niente affatto scontata in questi climi. E c’è chi si è fatto da parte e, coerentemente con le proprie recriminazioni, si è già attrezzato a costruirsi una alternativa per il futuro: una alternativa in forma di s.r.l., il cui obiettivo è lavorare, intanto, alla demolizione della credibilità del manifesto, per poi aspettare il passaggio del suo cadavere e raccoglierne a poco prezzo le spoglie.

Alcuni credono di nobilitare la propria condizione invitando gli altri a chiamarli «estremisti», e perciò assegnandosi – come ha scritto in un suo saggio Paolo Virno – a quella «attitudine lamentosa o iraconda, comunque segnata da risentimento e subalternità» che non ha mai trovato asilo nella tradizione del pensiero critico. Gli uni e gli altri vorrebbero potersi dire sotto l’ala protettrice dei fondatori del manifesto, che comprensibilmente ritraggono quell’ala, anche se più generoso sarebbe da parte loro sincronizzarsi con l’urgenza dettata dalle contingenze, con la fatica quotidiana della redazione, che forse non immaginano, e con l’onere senza onori della responsabilità che – nel bene e nel male – ci si assume ogni giorno davanti ai lettori.

La verità – diceva Goethe – ama i piccoli numeri. E tra noi e i piccoli numeri c’è una storica, fatale coincidenza. Naturalmente, la verità, per noi, è tutt’altro che una antica metafora. Non siamo mai stati sedotti dalla favola postmoderna, nemmeno se raccontata nel registro suggestivo di un antirealismo magico. Il discredito del sapere, l’antintellettualismo diffuso, l’orgia decostruttiva avvitata su se stessa senza alcuna istanza ricostruttiva a rianimarla sono opzioni che intendiamo combattere nei loro approdi manifestamente populisti. Per questo sì, come lamentava la ricorrente polemica di un recente intervento, abbiamo dedicato molto spazio alla riattualizzazione di un realismo militante, discussa in interventi che sono stati conformisticamente stigmatizzati come «accademici», uno di quegli aggettivi la cui ricorrenza lamentosa ci ha per troppo tempo indotto alla coazione difensiva di una risposta immeritatamente vile. Occorrerà finalmente emanciparsene: perché, piaccia o no, l’università è l’approdo statisticamente più diffuso per chi, quanto meno, ambiva a fare dello studio la propria professione; dunque è l’ovvio, sebbene naturalmente non il solo, serbatoio al quale attingere, selezionando – come si fa da ogni fonte – i contributi dei molti che, in questi anni, hanno provato con successo l’ebbrezza di affrancarsi da un lessico sterilmente autoreferenziale.

Ma forse il fatto è che abbiamo, ormai, obiettivi dissimili: nei nostri desideri c’è ancora e sempre quello di radunare le forze interne e esterne per interpretare e rendere parlante la nostra disaffezione verso quelle forme di vita che sono oggi le più premiate; aggiornare via via la cassetta degli attrezzi introducendovi, magari, oggetti non ancora identificati che ci serviranno a alimentare il nostro spirito critico; accompagnare con sguardo vigile le oscillazioni di tutte le arti, tra aspirazioni a istigare l’indignazione sociale e velleità di rientrare, forse anche proprio attraverso quella finestra, nel porto sicuro del canone.

Sta a noi indicare alternative praticabili alle parole d’ordine dei nostri tempi: flessibilità, adattività, mobilità; prendere coscienza attiva dello sfruttamento cui sono sottoposte, sul mercato del lavoro posfordista, le nostre connaturate attitudini linguistiche: oggi non è più tanto il sudore della fronte a venire ricercato, ma quello dell’intelletto. Il mercato del lavoro pesca da tempo nei requisiti più connotanti della natura umana: non a caso una marea di nuove occupazioni fluttuanti, e per antonomasia precarie, sono nate intorno alla capacità di mettere a frutto le istanze comunicative dell’uomo che gli derivano dalla facoltà di linguaggio. Dovremo guardare oltre l’esistente smarcandoci senza indugi dal rimpianto di trascorse e più fortunate stagioni; riservare i nostri sentimenti di appartenenza alla comunità di coloro che sono senza comunità; indagare l’intreccio tra le nuove manifestazioni di disagio psichico e il loro contesto sociale; prendere criticamente atto del primo piano che ha acquisito, nel senso comune, il mercato dell’equilibrio interiore, che mobilita diverse professionalità sulle quali non si indaga da tempo, probabilmente perché sopraffatti dalla crociata farmacologica che ha tagliato corto, almeno nelle pratiche più ricorrenti, con ogni ricorso alla cura fondata sulla parola.

Siamo in una fase regressiva, ma abbiamo intenzione di aggredire l’esistente. Non pretendiamo, ogni volta, di chiudere il pugno sul significato. Di certo intendiamo praticare al meglio della nostra radicalità l’uso potenzialmente infinito di quei mezzi finiti che sono le nostre parole.

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