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DOSSIER Da dove ripartire

Non un giornale «di linea», ma un collante

Mi permetto di intervenire sul dibattito in corso, relativo al destino del manifesto, perché la discussione coinvolge aspetti politici generali che interessano il più largo pubblico dei lettori e dei collaboratori. Il mio ruolo di collaboratore esterno, e per giunta di non troppa antica data, non mi autorizza ad entrare nel merito degli aspetti interni della vita del giornale, che riguardano il lavoro di tante persone, ma che coinvolgono anche il ruolo di tanti volontari, circoli, gruppi: vale a dire l’anima militante che fa del manifesto un giornale unico nel panorama italiano. Quindi intervengo su un versante tutto politico.

Io credo che l’articolo del 25 ottobre di Norma Rangeri e Angelo Mastrandrea abbia fornito un quadro di grande limpidezza e onestà della situazione del giornale. Un racconto che a me pare ineccepibile della sua storia recente e delle ragioni delle sue presenti difficoltà. E proprio su questo punto ritengo opportuno intervenire. Alcuni autorevoli giornalisti e anche fondatori – come ad esempio Valentino Parlato e Rossana Rossanda – pur non sottovalutando le ragioni generali delle difficoltà del manifesto, attribuiscono un ruolo preponderante alla sua mancanza di linea, al suo debole profilo politico, alla sua perduta forza identitaria.

Io credo che tale argomentazione sia insostenibile, tanto sotto il profilo politico, che sotto quello più strettamente giornalistico. La situazione della sinistra italiana è oggi straordinariamente diversa rispetto agli anni in cui il manifesto era un giornale-partito. Un pluralismo culturale multiforme oggi attraversa e agita questo universo della sinistra. La straordinaria eterogeneità dei temi, dei motivi, dei filoni di pensiero – dal lavoro postfordista all’europeismo, dall’ambientalismo alla sessualità, dal territorialismo alle nuove dimensioni del sapere e della lotta nella rete – fanno di questa nostra galassia un magma incandescente di ardua governabilità. È noto che tanta ricchezza costituisce anche una debolezza politica. Ma può un giornale rappresentare una “linea”, nel senso tradizionale che si dava e si dà a tale termine, quando il corpo politico che esso dovrebbe rappresentare si è del tutto sfrangiato? Può una redazione, oggi, surrogare un compito che con ogni evidenza dovrebbe essere di un partito? E la strada dell’identità non porta lontano. Tant’è che i partiti i quali non hanno accettato la sfida e si sono attestati sulla trincea delle “origini” (ad esempio in Italia e in Francia) non hanno fatto molta strada. L’eterogenità, d’altra parte, non riguarda solo i temi culturali, essa investe anche il ventaglio delle posizioni politiche. Come può la redazione di un quotidiano avere una propria linea che non sia quella di filtrare e selezionare i materiali multiformi e le varie posizioni che si esprimono nell’agone politico? E non è stata questa la linea del manifesto in questi ultimi due-tre anni?

In realtà questo giornale ha svolto in questi ultimi tempi una funzione preziosa di collante politico della sinistra che oggi viene erroneamente sottovalutata. Nel momento in cui gravi difficoltà attraversano il nostro fronte, il quadro delle posizioni strategiche e tattiche dei partiti si complica, sottoposto a continue scomposizioni, i movimenti (come quelli referendari) emergono con spiccata fisionomia, il manifesto ha costituito il luogo in cui tale sommovimento è stato reso visibile, commentato, discusso, rappresentato come parte di un processo a cui le diverse posizioni potevano prender parte. Il manifesto pluralista di questi anni ha dunque avuto una sua linea, la più realistica e intelligente che si potesse dare: quella di farsi sede non neutra né sincretistica di discussione, ricerca, confronto tra tutte le anime della sinistra, che si sono sentite così accomunate da una stessa volontà, immettendo al tempo stesso temi che ormai travalicano i recinti culturali dei partiti della sinistra tradizionale.

Anche sotto il profilo giornalistico le posizioni di Parlato e di Rossanda non reggono. Per quale segreta ragione un giornale con una «propria linea politica» dovrebbe guadagnare una più ampia platea di lettori, dal momento che esso finirebbe col selezionare dei militanti fedeli e dunque escludere la gran parte di coloro che in tale linea non si riconoscerebbe? Si convinca il caro Valentino, il problema che lui pone va esattamente rovesciato. Credo di potere dire, da frequentatore dei luoghi della sinistra e di ambienti intellettuali in genere, che se c’è un aspetto che danneggia l’immagine del manifesto e ne condiziona la diffusione, è il suo apparire ancora come organo esclusivo di una parte. È un’immagine oggi infondata, eredità inerte del passato, ma che continua ancora a produrre danni.

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