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DOSSIER Da dove ripartire

Non è più tempo di rattoppi, cambiamo strada

L’avvicinarsi dell’incontro del 4 novembre genera in chi scrive più ansie che aspettative. L’anno che sta per concludersi è stato uno dei più brutti nella storia del nostro giornale. I tentativi generosi e gratuiti dei sostenitori si sono spesso scontrati con le resistenze e le chiusure di una parte della redazione, diffidente e a volte spocchiosa di fronte ad una temuta invasione di campo. Le riunioni assembleari dei circoli degli amici del manifesto hanno accentuato le difficoltà di dialogo. La vicenda dell’amministrazione controllata ha reso ancora più complicato il confronto sereno, anche se il buon senso avrebbe dovuto suggerire un percorso diverso.

Il giornale perde lettori e naviga a vista alla ricerca di una rotta. Il lungo contributo di Rossana Rossanda sembra offrire suggestioni condivisibili. Ma temo non sarà sufficiente.

Eppure alcune scelte ormai non sono più rinviabili, pena l’affossamento definitivo di una storia comune di una parte della sinistra.

In primo luogo, bisogna ragionare di quale giornale vogliamo, con quale platea di riferimento, con quali contenuti. Non sono più possibili innamoramenti e sbandate casuali. Certamente non siamo più ai tempi del quotidiano di un gruppo politico, ma riconquistare lettori significa anche scegliere a chi si vuole parlare, di quali temi, di quali scelte strategiche. Pur nella loro varietà, sono più chiare e leggibili le opinioni dei collaboratori esterni di quanto non siano il pensiero e la linea redazionale. Non basta la chiarezza di Loris Campetti sul lavoro, la brillante lucidità di Marco D’Eramo o la puntuale affaticata ostinazione di Valentino Parlato. Non c’è un insieme che leghi il tutto. Così vanno bene, spesso, i reportage o le pagine di storie, ma non ne fanno un giornale. Non si dovrà decidere il 4 novembre, ma questa è la prima urgenza che incombe.

La seconda questione attiene alla proprietà della testata. Circola un’ipotesi, ancora da definire, di partecipazione collettiva all’acquisto con una rappresentanza della voce dei lettori acquirenti sul piano decisionale. Aspettiamo ancora a parlarne, in attesa che i nodi si sciolgano da soli con la chiusura della gestione commissariale alla fine dell’anno?

Desta veramente tanta preoccupazione un drappello di più o meno vecchi lettori, disposti ad impegnarsi andando oltre il ruolo di «elemosinieri», come scrive Sergio Caserta?

La linea, la proprietà, ma infine anche un esame di noi stessi. Quando chiedo a chi non ci legge più o a chi ha abbandonato il manifesto le ragioni del distacco, la risposta prevalente fa sempre riferimento ad una qualche autoreferenzialità. Siamo un gruppo più o meno vasto di vecchi compagni a cui sfugge la comprensione di una parte del mondo e le sue novità, non sempre negative. Non riusciamo a cogliere, per settarismo e distanza, il nuovo che c’è nel mondo delle associazioni, del volontariato, della creatività giovanile. Siamo vecchi rispetto alla politica e, forse, anche alla cultura. Probabilmente queste sono critiche ingenerose se si pensa agli sforzi che in passato sono stati fatti per cogliere questi aspetti delle trasformazioni che avanzano, ma rimane l’esigenza di rompere il cerchio.

È indispensabile una direzione drasticamente alternativa, senza rottamatori o «scassatutto», ma con la capacità di determinare un rinnovato entusiasmo. Non è proprio più tempo di toppe o rattoppi. Chi vuole bene al manifesto e, soprattutto, è interessato alla continuazione della sua straordinaria esperienza sa che stiamo giocando l’ultima partita.

* Circolo il manifesto Salerno

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