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DOSSIER Da dove ripartire

Noi siamo qui, il sogno quotidiano di una sinistra diversa

La soap dei comunisti che litigano è un classico. Ma non è questo il caso. In una redazione «corsara» gli addii clamorosi avvengono fin dalle origini.

Per la cronaca, il manifesto è nato il 28 aprile 1971 ed è morto il 3 febbraio 2012, quando è iniziata la liquidazione coatta amministrativa.

Chi ci sostiene e ci legge sa dei nostri sforzi titanici per tenerlo aperto, della sottoscrizione disperata dello scorso inverno, dei tagli che abbiamo fatto e faremo ancora alla nostra carne viva. A noi stessi. Tutte e tutti.

È la miopia di chi osserva soltanto gli ultimi fotogrammi di una storia a far dimenticare i tanti, i troppi, che non se la sono più sentita di continuare in queste condizioni politiche, editoriali e umane impossibili.

Fare nomi è sgarbato. Ma per noi non sono nomi. Rossanda, D’Eramo, Halevi, Vauro, sono solo gli ultimi (ultimi non certo per importanza) ad aver lasciato il giornale. Molti altri se ne sono andati senza dirvelo, con un pudore e un lutto che non sempre si scioglie in torti o ragioni. Sono nostre compagne e compagni. Siamo da quarant’anni «dalla parte del torto».

Siamo tutte e tutti del manifesto, ciascuno con una sua storia, piccola o grande che sia. 

I comunisti che litigano e si scindono in frammenti impalpabili è una soap che appassiona politica e stampa da decenni. Se lottiamo per salvare un giornale fallito, allora va bene una breve di rito in cronaca. Se ci pigliamo a pesci in faccia allora vai con le tifoserie a tutta pagina e miopi su categorie tutte inadeguate a racchiudere la vera dimensione del manifesto: vecchi/giovani, carta/Web, comunisti/non comunisti, notizie/analisi, formare/informare, politica/giornalismo. Più che un «manipolo», come ci definisce in una lettera indirizzata ad altri il caro Joseph Halevi, il problema sono i «manipolatori». 

Ieri mattina abbiamo fatto l’ennesima lunga assemblea sul nostro futuro. Sugli addii e i limiti – gli errori, anche – di queste ultime settimane.

C’è stato un voto importante, durato ben tre giorni, di cui vi diamo conto nella pagina a fianco. Ci sono persone che faticano, dietro le pagine che ogni giorno mandiamo in edicola. Lavorando gratis, anche in cig, come nell’ultima domenica delle primarie. C’è una scommessa sul manifesto e su chi lo legge, dietro l’ostinazione con cui lo pensiamo ogni giorno. 

Gli addii clamorosi non sono una caratteristica esclusiva del collettivo che stampa queste pagine per gentile concessione del ministero dello Sviluppo economico.

Per dirne uno soltanto, Aldo Natoli fondò questo giornale e se ne andò dopo pochi anni. Editorialisti fondamentali non scrivono più. Di «penne gentili» forse ne abbiamo e ne avevamo diverse, a cominciare da quella di Marco. Gli stessi fondatori e direttori si sono allontanati più volte – molti anche definitivamente – per dissidi profondi e incomponibili con una redazione molto politica e tanto «ingovernabile» da essere definita, da subito, «corsara». 

Ma il fuoco amico no.

Questo è un inedito di cui volentieri avremmo fatto a meno. Da febbraio a oggi, in molti abbiamo creduto sinceramente di essere immuni dal virus mortale di tanta sinistra. Che contro tutti i pronostici e grazie a tutte e tutti ce l’avremmo fatta anche stavolta a salvare il manifesto dall’abisso in cui è precipitato dopo quarant’anni di storia e di debiti insolvibili. Gettare il peso violento di questo fallimento solo sulle spalle di chi lavora oggi – e vota con tanto di firma per il suo licenziamento, come leggete a fianco – è una pagina troppo brutta per essere scritta davvero.

Perché più che il dolorosissimo (per voi e soprattutto per noi) «valzer degli addii» dal manifesto, in questi mesi ci è piaciuto incontrarvi in decine di assemblee, immaginare copertine irriverenti, raccogliere reportage inediti e articoli scomodi.

Non siamo perfetti, tutt’altro. Non andiamo sempre d’accordo, tutt’altro. Ma restiamo onesti (umani) anche se la liquidazione non è un pranzo di gala. 

Chi ci segue da tempo sa che il manifesto non dipende da chi lo fa ma da chi lo legge e lo usa per sé moltiplicandone il valore. Dipende da chi si infuria per una copertina, un editoriale o una trovata fuori posto.

Se questa storia sopravvivrà «senza fine», come dicevamo a febbraio, dipende da voi. Dal riconoscimento che il manifesto può non essere sufficiente ma è (ancora) necessario. Una rottura quotidiana del possibile. L’incontro tra diversi. Comunisti e non. Giovani e vecchi. Intellettuali e edili (questa è difficile per i non addetti). Star mondiali e semplici manovali dell’editoria. 

Un «manipolo», semmai, di sognatori.

In cui anche oggi, mentre scriviamo queste righe nere, titoliamo e impaginiamo articoli e articolesse delle stesse persone che altrove ci chiedono di vergognarci per quello che abbiamo fatto. 

Nessuna vergogna invece. Noi siamo qui.