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DOSSIER Senza fine

Monti e la stampa che conta

Altro che le dichiarazioni di Celentano su Avvenire e Famiglia cristiana! Tutti i grandi editori italiani desiderano e lavorano attivamente affinché i giornali di idee, non profit e in cooperativa lascino le edicole. Il loro non è solo un desiderio o un’opinione in un dibattito astratto sulla stampa, il mercato e il pluralismo, lo chiedono materialmente al governo Monti. Il quale, almeno finora, al di là di solenni promesse non ha ancora mosso un dito per smentirli.

Il 2 febbraio scorso, negli stessi giorni in cui chiudono decine di giornali locali in cooperativa e Liberazione cessa le pubblicazioni, Andrea Riffeser Monti – a.d. e vicepresidente del gruppo che edita Giorno, Nazione, Resto del Carlino, etc. – scrive ai suoi soci pregustandosi la pubblicità e le nuove copie sottratti ai giornali morenti. Secondo Riffeser con la «razionalizzazione degli aiuti statali» decisa da Monti (che in realtà è un taglio del 75%, ndr) ci sarà «un progressivo recupero di copie» e «maggiori opportunità di raccolta pubblicitaria» per tutti. Mors tua vita mea. Altro che mercato, il lavoro sporco, tecnico, è affidato al governo, che in questi giorni deve erogare i contributi che rimborseranno parzialmente le spese sostenute nel 2011 con un decreto di morte o semi-vita retroattivo.

C’è di più. Ha torto chi pensa che la «razionalizzazione» dell’editoria riguarda solo giornali “piccoli” o scomodi. Riffeser avverte gli azionisti che anche le edicole «sopravvivranno solo se si riorganizzeranno imprenditorialmente. E’ solo un primo passo cui ne dovranno seguire altri». Quali? Proibire «la libera lettura dei quotidiani nei bar, notoriamente dannosa per l’acquisto di copie in edicola» e fare in modo «che le edicole espongano solo i giornali che vendono, disporli tutti per par condicio non ha senso». Parlare di pluralismo o di pensiero unico, di fronte a tanta franchezza, è riduttivo.

Purtroppo Riffeser non è un «falco» tra gli editori. Posizioni come questa sono ormai moneta corrente tra i padroni della Fieg. Meno siamo meglio stiamo, perché le 400mila copie complessive delle 90 testate non profit e cooperative a rischio sono un decimo del totale e fanno gola a molti in un periodo di vacche magre e di informazione libera su Internet. Sabato scorso anche il presidente di Rcs Mediagroup Piergaetano Marchetti ha criticato le «microprovvidenze pubbliche alle piccole testate» cartacee. Marchetti è lo stesso manager (non certo l’unico) che ha contribuito alla montagna di debiti che incombono sul Corsera grazie a operazioni finanziarie disastrose in Spagna e in Francia.

Il desiderio non celato degli editori quotati in borsa è replicare anche in edicola l’oligopolio televisivo. E su questo versante, purtroppo, Monti è assai più sensibile di Berlusconi. Che al contrario, proprio per conservare il suo dominio televisivo era “costretto” a lasciare inalterato e pieno di difetti il pluralismo nelle edicole. Suggestioni autoritarie come queste ormai sono perfettamente bipartisan. Abbracciate anche dall’editore di Repubblica Carlo De Benedetti, il quale pochi giorni fa ha usato a Palermo toni da «grillino» – di cui forse, in seguito, si è pentito – contro la stampa di partito e «giornali morti, che puzzano di cadavere». Più felpato ma altrettanto chiaro Giulio Anselmi, giornalista doc e attuale presidente della Fieg, contro i «finanziamenti a pioggia, in difesa dei giornali veri che hanno una struttura di vendita». L’idea di fondo è che i giornali che ricevono rimborsi pubblici facciano una sorta di concorrenza «sleale» ai giornali che escono grazie alla pubblicità o ai debiti garantiti dalle banche azioniste.

Il cerchio si chiude con la breve e disgraziata esperienza di Carlo Malinconico (ex presidente Fieg in conflitto di interessi) nel governo Monti con la delega all’editoria. L’unico contributo di Malinconico da sottosegretario è stato cancellare subito i contributi pubblici dal 2013 e annunciare una modifica del regolamento Bonaiuti in senso più restrittivo per i giornali in cooperativa lasciandolo generoso per quelli di partito.

Quella patata bollente, oggi, è sulla scrivania del suo successore Paolo Peluffo. Sono settimane che Palazzo Chigi fa sapere che i nuovi criteri del regolamento sono pronti: contributi legati all’occupazione stabile, rimborsi legati alla diffusione effettiva (o alla vendita, è da decidere), incentivi a uscire dalle edicole per chi passa su Internet. Anche le risorse dell’anno scorso sarebbero state trovate (resterebbe un taglio del 20%, non del 75%). Manca però ancora la firma di Monti. Troppo competente per non capire che un atto mancato ha lo stesso significato politico (opposto) di un atto dovuto. Come abbiamo scritto ieri, a parte i contributi dell’anno scorso, il manifesto è consapevole di dover camminare sulle sue gambe e cioè con le vendite in edicola. Lo facciamo e lo chiediamo ai nostri lettori con l’orgoglio di essere gli unici o quasi – vista la pubblicità inesistente, solo l’11% dei ricavi – che provano a farlo.