closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
DOSSIER Da dove ripartire

Marxismo oggi, questo il nostro compito

Abbiamo proposto l’assemblea del 4 novembre pensando ad un confronto anche duro con la redazione, ma comunque opportuno per verificare le possibilità di una soluzione condivisa della crisi del collettivo e dei suoi rapporti con i circoli.

L’intervento di Norma Rangeri e Angelo Mastrandrea lascia aperti pochi varchi al confronto. Colpisce l’arroganza di quell’intervento. Ma perché, cari Norma e Angelo, per legittimare le vostre operazioni, fate sempre riferimento ai fondatori del manifesto, prima Rossanda poi Pintor, quando in realtà vi comportate in modo così lontano dalle loro scelte? Dite che non volete fare del manifesto un partito, meno male aggiungo io, perché avete assunto così profondamente atteggiamenti del vecchio centralismo democratico che chissà quale giornale ne verrebbe fuori: in realtà già se ne intravvedono alcuni aspetti (per esempio la mancata apertura del dibattito sin dalla prima riunione dei circoli).

Tuttavia vogliamo fare ugualmente la riunione del 4 novembre consapevoli che ci arriviamo dopo un periodo estremamente difficile. La crisi del quotidiano ha radici antiche, è certo però che la liquidazione coatta ha fatto precipitare la situazione. Cerchiamo perciò di essere responsabili e smettiamola di dire che è già iniziata la fase che ci permette di uscire dalla crisi.

Che cosa non è andato per il verso giusto, soprattutto in questo ultimo periodo?

Sottolineo due aspetti che sono fortemente legati tra loro.

Il primo presuppone l’assunzione di un principio fondamentale: il manifesto è sempre stato e deve continuare ad essere qualcosa di diverso e anche di più di un semplice quotidiano: non c’è alcun giornale nel panorama editoriale italiano che funziona come il manifesto, che mantiene in molte regioni del paese una rete di sostenitori che lo aiutano quando si trova in difficoltà, che si avvale di collaboratori non stipendiati, di redattori disponibili ad accettare retribuzioni modeste. Per queste ragioni, nel corso delle riunioni tra i compagni dei circoli, pensando al quotidiano ho sempre parlato di area del manifesto, riferendomi all’insieme dei compagni/simpatizzanti impegnati a farlo vivere e a sostenerlo. Dunque non solo redattori e poligrafici, ma anche lettori e collaboratori. Perciò non mi piace la distinzione tra fondatori, pensionati o dipendenti o tra primo cerchio, rappresentato dal nucleo operativo e fondativo, e il secondo rappresentato dai lettori sostenitori. Ribadisco questo concetto perché è proprio qui che va corretto, a mio avviso, un modo di operare che ha caratterizzato le iniziative della direzione soprattutto negli ultimi mesi.

Gli effetti negativi della separazione tra direzione/redazione/collettivo (non so quale sia il termine più appropriato) e i lettori/sostenitori si riscontrano nel ritardo della promozione della sottoscrizione per poter acquistare la testata quando i liquidatori per legge saranno costretti a cederla.

La partecipazione di tutta l’area del manifesto alle scelte che verranno fatte è troppo importante perché diventi un optional. Non possiamo rivendicare la democrazia a livello sociale e non praticarla all’interno degli organismi di cui facciamo parte.

Il secondo aspetto che voglio sottolineare riguarda i contenuti del manifesto. Non dispongo di molto spazio perciò sintetizzo quel che vorrei dire.

Il manifesto sta dentro la crisi di identità che vive la sinistra: non riusciamo ad orientarci e talvolta diamo l’impressione di incoerenza. Troviamo ancora difficoltà a fare i conti con la caduta delle società ex socialiste e veniamo risucchiati in una pratica dove è prevalente la politica del giorno per giorno. Eppure su questi temi siamo riusciti in passato ad aprire dei varchi importanti nel dibattito dell’intera sinistra, anche a livello internazionale. Bisogna riprendere quelle analisi e verificare la validità del marxismo nelle società odierne. Non credo che le giovani generazioni non sappiano cosa voglia dire «comunismo». Seppure fosse così dovremmo parlarne più diffusamente, a meno che qualcuno della direzione del giornale lo ritenga non necessario.

Quando parliamo del nostro paese spesso ci limitiamo a registrare le opinioni dei leader dei partiti, ma stentiamo a metterne in evidenza i limiti e le contraddizioni.

Credo che sia importante porre al centro del nostro lavoro le analisi che riguardano l’occupazione, i servizi sociali, la tutela dell’ambiente e i diritti. Questi discorsi andrebbero articolati, precisati e messi in relazione con le realtà delle singole aree geografiche. Insomma il giornale ha la possibilità di svolgere un lavoro politico e culturale importante, rivolgendosi soprattutto a quella parte della società disponibile al cambiamento.

* il manifesto Sardegna

I commenti sono chiusi.