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DOSSIER Da dove ripartire

Le forze ci sono, perché lasciare proprio ora?

Se il nostro dibattito continua così, nessuno riesce più a capire quello che sta accadendo e, mentre la casa brucia, continua la recita dell’attacco alla direzione. Come se fosse davvero colpevole di tutto, dalla caduta della Comune di Parigi, fino alla sconfitta della Rivoluzione culturale cinese; e perfino responsabile di tutti gli errori della nostra storia, dalla scelta elettorale del 1972, al giornale di partito del 1976. Così, nella ricerca del nemico (noi/voi), ci si dimentica di come e quando questa direzione è nata. È nata poco più di due anni e mezzo fa, dopo più di otto mesi di assemblee permanenti e conflitti rabbiosi che approdarono ad una sorta di primarie dalle quali uscirono solo due candidati, poi eletti. Norma Rangeri, firma storica del giornale e Angelo Mastrandrea. Davanti, il compito impossibile: risollevare le sorti del giornale che già precipitava in copie e ascolto, a mani nude, senza mezzi economici. Di fronte a una verità da non nascondere: il debito che ci ha strangolato non dipende da questa direzione, si è prodotto nelle fasi di «vacche grasse», scrivono i compagni dell’ex Cda.

Quindi questa direzione senza alternativa andava sostenuta, anche da chi, pur giudicandola negativa, non si era candidato. Da alcune parti invece del sostegno c’è stata la fuga quando non l’accanimento distruttivo. Si è dunque prodotta un’ulteriore frattura, mentre nel deserto prodotto anche dalla cassa integrazione, in modo forsennato, tutti i giorni abbiamo fatto uscire il giornale, impegnato in campagne mirate straordinarie. Dai beni comuni, alla valenza generale per la sinistra delle elezioni «locali» a Milano, Genova e Napoli, alla denuncia delle spese militari; con un’attenzione inusitata alla crisi europea con due o più pagine al giorno. Un anno e mezzo fa abbiamo resocontato le straordinarie rivolte arabe, intravedendone limiti e contraddizioni poi dimostrate ahimé reali; affrontando, non senza drammatiche divisioni, la questione della crisi libica e della guerra «umanitaria» della Nato, i cui contraccolpi ambigui, dopo l’uccisione a Bengasi l’11 settembre scorso dell’ambasciatore Usa, pesano anche sulla campagna elettorale di Obama; con la denuncia della guerra che torna costante strutturale del capitalismo globalizzato in crisi. Il tutto nella convinzione che la continuità editoriale del manifesto fosse fondamentale. Lo è ancora?

Se continua così, la questione pensionati/dipendenti diventa un enigma. E invece è più che comprensibile. Quanto alla considerazione del lavoro dei pensionati (in prepensionamento per salvare il giornale quindi penalizzati ma ora meno disperati dei dipendenti), i liquidatori hanno chiesto la loro collaborazione mettendo, «come da mandato» al primo posto le garanzie per i dipendenti. Il patto politico generazionale, il nostro «atto d’amore» fondativo tanto caro a Carla Casalini, è stata la prima vittima. Attentato anche da dichiarazioni scellerate – ma in assoluta minoranza e poi superate -, che negavano addirittura il diritto alla presenza nel giornale dei soci-pensionati. Alle quali si è voluto rispondere con un altro grave errore, così riassumibile: se non ci volete, allora tutti i giorni non ci siamo più e ce lo facciamo noi un altro manifesto. Verso una rottamazione vicendevole. Al punto che invece di rappresentare qualcosa di più nella crisi del Belpaese (v. le «guerre» sociali di Taranto e Pomigliano) rischiamo di diventarne lo specchio fedele.

Io ho lavorato per suturare questa ferita. Non ci sono riuscito. Ma il giornale che è stato fatto fino a stamattina è il manifesto del punto di vista, con la sua ispirazione antiliberista. E allora le vendite? Ma non sta scritto da nessuno parte che la «linea giusta» faccia vendere di più – e la storia del manifesto lo chiarisce, basta andarla a leggere per scoprire che le attuali vendite non sono un «limite storico» ma corrispondono proprio a quanto vendevamo a fine anni Settanta. Quando, per uscire dal disastro, Rossana Rossanda impegnò una parte di noi nella costruzione della «Cooperativa Il Manifesto Anni ’80» (a cui si ispirò la Taz), una società politica di soci-lettori. Proprio come dovremmo fare oggi.

Infine, se continua così, non c’è prospettiva concreta. Al contrario c’è, e articolata. In primo luogo riguarda lettori e circoli. I quali, nonostante voci deliranti («dagli ai bargonisti»?) e denuncia del «giornalista che fa tutto da sé» – ma questo è il giornale del non-giornalista ma testimone Vittorio Arrigoni – pongono a tutti noi una richiesta sacrosanta: quella della proprietà collettiva. Nessuno ha più il diritto di chiedere sostegno senza una giusta restituzione politica, dalla fattura del giornale (il pubblico del manifesto è un pubblico che scrive) al sostegno organizzato al manifesto. Altresì, e non c’è contraddizione se non, per ora, solo temporale, è necessario attrezzare una cooperativa di lavoratori (nessuna Comune nasce contro i diritti dei lavoratori del giornale, redattori e poligrafici), in massima parte soci-dipendenti e in minor parte soci-non dipendenti, con corresponsione di quote individuali, perché ogni impresa, anche collettiva, è un rischio personale. Questa cooperativa va costituita nelle prossime ore-giorni (il voto dell’assemblea del 6 ottobre corrispondeva a questa urgenza).

Entrambe le forme (ma può essere una sola proprietà collettiva che si articola in una parte editoriale e in una cooperativa di gestione, senza dimenticare che una forma residua di proprietà collettiva esiste ed è la Spa) hanno però davanti un nodo tremendo che mette in discussione la storica indipendenza economica della testata: dal 1 gennaio 2013, a 42 anni dalla sua nascita, il manifesto è in vendita, e già è comparso un imprenditore-investitore (almeno uno) interessato, oltre che a guadagnare, a scommettere su di noi. Se ci avvieremo verso questa trattativa, vista l’impossibilità nell’immediato di una sottoscrizione significativa, si pone, come propone Tonino Perna, la sfida dell’opzione al riacquisto della testata. L’esempio «Luca Fazio» ci dice inoltre che il primo compito dovrà essere un Fondo di solidarietà per i più deboli. Ma questa trama di possibilità sarebbe nulla senza una carta politico-culturale d’intenti (con netta vocazione europea), che lancia il nuovo manifesto e senza una valutazione d’impresa sul nuovo lavoro possibile (dalla rinnovata edizione on-line, agli inserti Alias, Talpalibri, pubblicitari, al «gioiello» Le Monde Diplomatique). Dal punto di vista della carta d’intenti, il documento di Rossana Rossanda «Il manifesto. Da dove ricominciare» è il nostro terreno fondamentale da dissodare, il punto su dove siamo arrivati, le domande ineludibili per ognuno/a di noi. Per questo dobbiamo assumerlo, anche con una votazione.

Concludendo. Sono convinto che le forze per il nuovo manifesto ci sono, fuori e nella redazione. Dove, oltre allo straordinario rapporto tra donne e uomini della mia generazione che non smetterò di amare pur confliggendo con loro e con le madri e i padri (perché solo così si esce dall’Edipo irrisolto che siamo), ho avuto il privilegio di lavorare insieme a giovani eccezionali quanto a contenuti e capacità. La mia resta una speranza umile, comunista e umile. Sono andato a rileggere i versi che ho scritto mentre con Isabella, Loris, Astrit e Miriam accudivamo nella sua casa Luigi Pintor che ci lasciava dopo aver scritto l’ultima verità: che la sinistra che avevamo conosciuto non c’era più. Forse avremmo dovuto dichiarare fallimento nel 2003? Se non l’abbiamo fatto, perché abbandonare ora con la crisi del neoliberismo a portata di mano?

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