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DOSSIER Da dove ripartire

La tensione che fa vivere e deve vivere

Risentimento, imputazione, colpa, espiazione, penitenza, rottamazione. Bisognerebbe fare un giornale solo per combattere questo spirito del tempo che si è impossessato, sotto la regia compiaciuta della stampa mainstream, di ciò che resta della sinistra italiana, invece di interiorizzarlo come risulta dal dibattito che si è aperto, tardi e male e senza verità, sul destino del manifesto. Proviamo a rovesciare il cannocchiale, come fece Carla Casalini sul numero speciale per il trentacinquesimo compleanno del giornale, e parliamo di amore: dell’innamoramento reciproco, fra di noi, fra noi e la testata, fra noi e i lettori e i collaboratori, fra generazioni ed esperienze diverse, che ha consentito al miracolo del manifesto di rinnovarsi per 41 anni, circa 12000 giorni, con un investimento di desiderio capace di compensare stipendi (e pensioni) minimi, difficoltà di ogni genere, asperità interne. L’incontro (e lo scontro) originario fra ex-Pci e sessantottini, com’è uso ricordare. Ma non solo. L’incontro (e lo scontro) fra sinistra e femminismo. Fra modernisti e postmodernisti. Fra giustizialisti e garantisti, ai tempi del terrorismo che non erano quelli di Berlusconi. Fra letture diverse, talvolta opposte e mai riducibili ai certificati anagrafici, dell’89, della svolta del Pci, del crollo della prima Repubblica, della globalizzazione, del passaggio dal fordismo al postfordismo, dell’imperialismo e dell’Impero americano, delle «guerre umanitarie», delle soggettività politiche dopo la forma-partito. Su tutto questo e su molto altro il manifesto non è mai stato la risultante di una linea, ma il campo di una tensione, che lo ha tenuto e va tenuta in vita: tensione politica e culturale, scommessa personale e collettiva, non riflesso passivo di alternative disegnate altrove ma produzione di eccedenza, di quel di più di radicalità, capacità di anticipazione, originalità dello sguardo, sperimentazione di formule editoriali che hanno reso inconfondibile, al suo meglio, il marchio “manifesto”.

Due cose allora, alla Direzione (25/10), a Ermanno Rea (26/10) e a Piero Bevilacqua (27/10). La prima. Di questa tensione i fondatori del giornale sono da sempre attori, destinatari e garanti. Dipingere Parlato e Rossanda come i guardiani di un’identità perduta o le sentinelle di un bunker (salvando Pintor, perché l’appropriazione di chi non c’è più è sempre più facile del confronto con chi c’è ancora) significa agitare un fantasma che evidentemente turba il sonno di quanti con l’identità perduta hanno un conto in sospeso (Spettri di Marx, ammoniva Derrida), ma non trova riscontro nella pur tormentata storia del conflitto generazionale nel manifesto. A proposito del quale conflitto sarebbe interessante chiedersi come mai abbia raggiunto proprio oggi una durezza di toni mai praticata in passato, nemmeno nei momenti di scontro politico e personale più acuto. Sarà perché il conflitto edipico che tante volte ci è stato caricaturalmente attribuito in passato si giocava pur sempre all’interno di un linguaggio e di una genealogia comuni, mentre adesso i tempi sono notoriamente post-edipici e consentono di andare per le spicce: si rottamano padri, madri, zii, fratelli e sorelle e tanti saluti. Viviamo pur sempre sotto lo stesso cielo di Matteo Renzi.

Seconda, e correlata, cosa. Non è la prima volta che la Direzione del giornale, nell’attribuire ai suoi veri o presunti avversari la parte dei sorveglianti del lucchetto identitario, si attribuisce quella dell’angelo del pluralismo e dell’innovazione, venuto a salvarci da un destino passatista e un po’ sovietico. Una versione dei fatti ridicola, a smentire la quale basta e avanza l’archivio del giornale e dei suoi supplementi. Tuttavia l’argomento del pluralismo, impugnato con tanta convinzione anche da Rea e Bevilacqua, merita qualche considerazione in più, per la carica ideologica che si porta appresso. Fra i nostri collaboratori, evocati evidentemente a seconda delle convenienze, ce n’è uno, si chiama Slavoj Zizek, che ha scritto centinaia di pagine per dimostrare che il pluralismo è la foglia di fico sotto la quale le democrazie reali nascondono le loro inconfessabili tendenze totalitarie: per dirne una, il razzismo montante. Un esempio più a portata di mano è quello di una Direzione che predica il pluralismo sui contenuti e le firme esterne e poi, per sua stessa ammissione, «si mette l’elmetto» contro la (sparuta) opposizione interna (aiutandosi con i pur inevitabili prepensionamenti e l’incubo dei pur necessari tagli dell’organico).

Altri esempi, presi dalla fattura quotidiana del giornale, possono essere utili a smontare la fantasiosa alternativa fra giornale «osservatorio» (plurale) e giornale «bunker» (identitario) proposta da Rea, nonché la confusione fra soggettività politica e chiusura identitaria ad essa sottesa. Dedicare (è accaduto) sei pagine di interventi accademici a un pamphlet filosofico di successo è pluralista; scrivere 70 righe per prendere posizione sulle sue implicazioni politiche sarebbe una mossa doverosa di soggettività culturale, non di chiusura identitaria. Osservare e ospitare tutto l’arco delle posizioni della sinistra è pluralista, nonché, per un giornale come il manifesto, ovvio; interrogarle, spiazzarle e magari spostarle a partire da un proprio punto di vista sarebbe un segno di soggettività politica, non di chiusura identitaria. Buttarsi un giorno su Alba e un altro su Bersani o su Vendola o su Ferrero invece, non è né pluralista né soggettivamente pregnante, è ondivago e basta. Tentare di dare seguito e sviluppo alle questioni poste da Rossanda, ovvero che ne è della sinistra, della soggettività politica e del lavoro in un mondo modificato perfino antropologicamente da trent’anni di neoliberismo, non significa né cedere alla vertigine identitaria né tantomeno vagheggiare «periodici di riflessione teorica»: significa, tra l’altro, farsi un’idea di come allargare il bacino di lettori (oggi, non dimentichiamolo, troppo ridotto), come rinvigorire la soggettività, come aggiustare la mira e come rinnovare la formula editoriale e il linguaggio di un «giornale, giornale, giornale».

Infine. Narcotizzare programmaticamente in redazione ogni scambio politico e culturale, nonché e non ultimo ogni confronto sulla formula editoriale (carta/on line, flusso di notizie/approfondimento, etc) è indubitabilmente funzionale alla confezione di un giornale-vetrina di opinioni esterne variegate e plurali, ma spegne quella tensione che dicevo all’inizio, senza la quale il manifesto non vive come cervello e come corpo collettivo o, se vive, cambia radicalmente costituzione e senso. Li ha già cambiati, da quando non si pensa più come un campo di relazioni libere ma come una torta surgelata divisa in «dipendenti, fondatori e pensionati», ai quali la Direzione e il Cdr, non si sa in base a quale diritto e a quale calcolo retributivo delle vite investite sul giornale, dovrebbero decidere se e quali quote di proprietà della testata assegnare in un ipotetico futuro. Torno al mio amato Spettri di Marx: c’è una politica dell’eredità e della memoria, che annoda le generazioni in un debito di riconoscimento e di riconoscenza reciproci e di responsabilità verso il futuro. Oppure ci sono le guerre per l’eredità che dilaniano e sfasciano anche le migliori famiglie. In quest’ultimo caso, si può anche decidere di lasciar perdere.

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