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DOSSIER Senza fine

La riforma Fornero e i giornali

Un incontro «urgente» con il ministro Elsa Fornero per chiedere l’apertura di un tavolo sui rischi che la riforma del lavoro potrebbe comportare in un settore già pesantemente in crisi come quello della stampa. Ad annunciarlo è stato ieri il sottosegretario con delega all’Editoria Paolo Peluffo intervenendo in commissione Cultura alla Camera. La questione è stata sollevata dal parlamentare e portavoce di Articolo 21 Giuseppe Giulietti e riguarda sia la possibile perdita di ogni ammortizzatore sociale per i giornalisti dipendenti di un’azienda che cessa la sua attività, che le possibili discriminazioni che potrebbero essere praticate nelle redazioni, magari facendole passare per interventi di natura economica, in seguito alla modifica dell’articolo 18. Rischi che si fanno ancora più concreti se si considera che la Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti, non partecipa alla trattativa in atto sulla riforma.

Non è quindi un caso se l’annuncio fatto da Peluffo di voler incontrare il ministro Fornero sia stato accolto con soddisfazione dalla Fnsi. «Un tavolo di settore va aperto al più presto», ha detto il segretario Franco Siddi, per il quale insieme alle trasformazioni che l’industria dell’informazione è chiamata ad attuare, «cresce anche il rischio che vere e proprie discriminazioni possano compiersi mascherandole con problemi determinati dalla crisi».

Quello di Peluffo in commissione Cultura era un intervento atteso. Il taglio dei contributi statali da parte del governo Berlusconi e la lentezza con cui il fondo per l’editoria è stato rifinanziato hanno aggravato pesantemente la situazione economica di molte aziende editoriali (a partire proprio dal manifesto) al punto che, secondo una prima stima, sarebbero almeno una trentina le testate che potrebbero vedersi costrette a cessare le pubblicazioni entro maggio.

Recentemente il governo Monti, grazie soprattutto al lavoro fatto proprio da Peluffo, ha rifinanziato il fondo per il 2011 portandolo a 126 milioni, cifra appena sufficiente a permettere una boccata di ossigeno alle tante aziende in crisi. Una scelta che ieri il sottosegretario ha rivendicato come «strategica» per il governo, tanto da non volerla più mettere in discussione. «Nella situazione attuale – ha spiegato il sottosegretario – il contributo pubblico all’editoria ha un valore strategico, anche maggiore di quando le cose andavano meglio».

Anche perché nel corso degli anni l’entità dei contributi è andata sempre più diminuendo tanto da passare dai precedenti 180 milioni, ai 150 del 2011 ai 47 previsti inizialmente per quest’anno dalla legge di bilancio. E per il futuro non si promette niente di buono, visto che le disponibilità offerte dal Tesoro sono molto basse: appena 56 milioni di euro per il 2012 e 64 per il 2013. «A questo punto abbiamo risolto l’emergenza ma il percorso non è completato e dobbiamo pensare ai prossimi due anni», ha aggiunto Peluffo dando comunque per sicuro l’arrivo dei contributi relativi al 2011 entro il prossimo autunno.

Ma guardare al futuro significa anche pensare a nuove regole. «Bisognerà intervenire con una legge delega», ha spiegato il sottosegretario, per il quale ci sono due grandi problemi da affrontare: «come definire i contributi per i prossimi anni e come reimpostare un sistema per i contributi che continui a sostenere il pluralismo, la qualità e la diffusione territoriale». «L’idea – ha spiegato Peluffo – è fissare nuovi criteri per il riconoscimento dei contributi che siano basati sul numero reale di copie vendute da ciascuna testata e non più sul diffuso («dobbiamo guardare a giornali realmente letti, magari con un contributo maggiore per copia venduta») e sull’occupazione regolare di giornalisti e poligrafici.

E’ previsto anche un incentivo per il passaggio delle testate più piccole all’on line e, tra gli interventi da attuare nel settore, l’informatizzazione delle edicole.