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DOSSIER La questione giovanile e la sinistra

La contraddizione giovanile

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Conosco ragazzi che subiscono ogni genere di sopruso sul posto di lavoro, costretti ad accettare le più barbare forme di sfruttamento. Ma se qualcuno, malauguratamente, dovesse impedire all’AS Roma di realizzare il suo nuovo stadio, costoro sarebbero disposti a mobilitarsi in ogni sede, a lottare allo stremo delle forze. La costruzione dello stadio, che deve essere «di proprietà» si sottolinea, rappresenta una forma di emancipazione, simbolica, per una fetta importante della gioventù romana.

In questo dato ciascuno può leggere diverse cose. Se è vero che esso accomuna giovani di estrazione sociale diversa, mi sembrerebbe rilevante provare a capire le ragioni per le quali dei proletari e dei sottoproletari associno una speculazione edilizia, dalla quale non trarranno alcun beneficio materiale, ad una forma di emancipazione, seppur simbolica.

Venendo quindi al nocciolo della questione posta dal prof. Bevilacqua mi sembra utile puntualizzare un primo aspetto. Non credo che il problema del giovane figlio di professionisti sia assimilabile a quello del giovane figlio di lavoratori a tempo determinato. E non credo quindi che la questione giovanile si presenti nelle medesime forme, nelle diverse classi. Con questo non si vuole certo negare che il disagio socio-economico costituisca il primo ostacolo all’emancipazione – quella concreta – di una fascia di giovani sempre più ampia.

Nel corso di questi ultimi anni, infatti, si è assistito in Italia ad un’importante forma di «proletarizzazione» del cosiddetto ceto medio, un fenomeno – è bene sottolineare – che ha investito anche una parte della piccola borghesia. L’uscita da destra dalla crisi, la mancanza quindi di ogni benché minima politica redistributiva, l’aggressione politica e culturale ai dipendenti pubblici dello Stato, sono fra i fattori che, combinati ad alcune tare storiche del sistema contributivo e impositivo italiano, hanno determinato quell’accentuazione della forbice tra i più ricchi e i più poveri, oggi, sotto gli occhi di tutti. Ciò che, quindi, voglio premettere è che non esiste una generica questione giovanile, quanto un problema che non riguarda più i giovani delle sole classi subalterne. Ma sono proprio questi ultimi a viverne le contraddizioni in modo più acuto.

Fatta questa premessa, doverosa ai tempi in cui la narrazione dominante nega l’esistenza stessa delle classi, uno sguardo al panorama occupazionale consente di cogliere un secondo aspetto. Secondo i dati Istat tra il secondo trimestre del 2008 ed il secondo trimestre del 2014 gli occupati under 35 sono scesi da 7,2 milioni a 5,1 milioni. Se consideriamo che il precariato è la forma di gran lunga prevalente del lavoro dei giovani, è agevole constatare che la questione giovanile è in parte sovrapponibile alla questione del lavoro, e quindi del salario diretto, indiretto e differito.

La cultura della sinistra italiana si è invece progressivamente allontanata tanto dal tema del lavoro quanto dal tema del salario, facendo – non di rado – proprie le ragioni della flessibilità e le relative proposte con cui si rischia di barattare i diritti sociali per una qualche forma di reddito.

Se non si riparte dal riconoscimento delle ragioni del lavoro contro il capitale, e se la sinistra non assume tale conflitto come chiave di lettura della società e delle sue contraddizioni, compresa quella giovanile, rischiamo di ricavare risposte parziali se non assolutamente controproducenti.


Cosa dovrebbe offrire la sinistra a questi giovani?

In primo luogo un programma di lotte attorno a questioni concrete, quali il diritto al lavoro, alla casa e allo studio. Lo sciopero sociale del 14 novembre, in questo senso, evoca già oggi una prima importante ricomposizione. Riconnettere, quindi, ciò che la crisi ha diviso e soprattutto organizzare, con metodo e pazienza, ciò che oggi è atomizzato ed in balia delle false mete indicate dalle destre. Gli spazi politici che la sinistra non ha, colpevolmente, occupato in questi anni sono, infatti, oggetto delle attenzioni delle destre: con esse, in particolare nei territori periferici, bisogna fare i conti.

Si tratta, in buona sostanza, di provare ad offrire una direzione politica di marcia diversa, indicando un percorso di emancipazione collettiva che sia in grado di trasformare i sentimenti di indignazione e protesta, la cui gemmazione non può che essere spontanea, in qualcosa di molto più elevato. Per farlo non basta la buona volontà, serve uno studio attento e meticoloso della realtà sociale e l’organizzazione.

Il punto, infatti, non è se sia o meno in atto una ristrutturazione epocale ai danni di chi è più debole, questo è incontrovertibile. Il punto è che costoro – per ragioni diverse – non ne hanno coscienza e quando ne hanno si limitano a ribellarsi. Ribellarsi è sacrosanto ma bisogna farlo bene, studiando le modalità più efficaci, indicando con chiarezza quali sono i «nemici», dotandosi di una strategia e di una tattica, e quindi ricercando degli alleati tra gli altri reietti, dedicando molto del poco tempo a disposizione per riuscirvi.

In altre parole organizzandosi, e creando, quindi, una maggiore e più chiara consapevolezza di sé e dei propri interessi. Per tornare all’esempio iniziale, essere, cioè, capaci di individuare insieme il percorso che porta dalla falsa coscienza alla coscienza autentica: dall’interesse indotto all’interesse reale.