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DOSSIER Da dove ripartire

La bella linea di un giornale «visionario»

Uno specchio distorto riflette l’immagine del manifesto al suo 41mo anno di età e nel momento in cui è in gioco una sua “seconda vita”. Non esiste un fronte contrapposto giornale-giornale e giornale-partito, l’argomento si è esaurito in epoche preistoriche ed è sempre stato un “trucco” per nascondere il conflitto politico.

Il manifesto è il manifesto, un insieme di intelligenze, competenze, creatività che hanno fatto perno sull’incontro tra gli eretici del Pci e del ’68, comunisti libertari, aperti e indisciplinati uniti dal desiderio di guardare oltre gli steccati della sinistra, di farsi avanguardia, indagare il futuro, compiere detour e colpire prima dell’avversario. Un gruppo a vocazione anti-capitalista e dallo sguardo sensibile alle trasformazioni sociali coniugati con la potenza dell’immateriale, la cultura declinata in tutte le sue forme. Un posto per “visionari” concreti. Mai un manifesto dell’esistente, mai una fotografia senza fuori campo. Su queste pagine non si parla del mondo e del proprio tempo, si cerca di “fare mondo” e di “fare storia”. È questa la “linea”. Inammissibile ogni riferimento ai fondatori e al gruppo storico come ai “nostalgici” di un’età dell’oro. Il “metodo” del manifesto è uno solo, trasformarsi e trasformare. Essere nuovo e diverso un giorno dopo l’altro, e non certo nella giustapposizione di opinioni, nello sfarfallio dell’ego, ma nella ricerca comune di un punctum, la forza della singolarità.

Avere un “punto di vista”. E questo è possibile solo nel confronto e nello scontro, nel corpo a corpo con le idee e le proprie convinzioni. È mancato, manca, il rapporto dinamico e produttivo tra noi, mancano le scelte e una direzione di pensiero politico. Il manifesto non è uno spazio dove ognuno è libero di scrivere, ma, come la vita, è un’entità fatta di relazioni. La somma di tutto e del contrario di tutto è a risultato zero. Il surrogato amaro di una linea di combattimento comune sta nel frivolo compiacimento del “pluralismo”, che non è generosa apertura ai “diversi”, ma solo abdicazione di sé. E il tutto assume la grottesca, impolitica figura di una generazione contro l’altra, quando, lo sappiamo, le assonanze e le dissonanze non hanno età. Chi legge la vicenda del manifesto in questa chiave non sa cosa tiene tra le mani, e invece di incitarci a “non litigare”, dovrebbe spingerci a farlo. Litighiamo su “cos’è il manifesto” e non sul tema di “chi è” e di chi sarà. Al di là delle formule proprietarie, il manifesto apparterrà a se stesso solo se chiamerà a misurarsi sul senso della sua “missione”, di quella a venire, e smetterà l’occupazione di un luogo dal quale molte forze vive sono state espulse in nome della legge e dell’assurda accusa di una loro auto-estromissione. E pensare che eravamo convinti di essere noi fuori dal palazzo, e ci ritroviamo, esploratori e dreamers, etichettati come “dogmatici”.

Piuttosto chiamateci estremisti.

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