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DOSSIER Da dove ripartire

Futura umanità. E non solo

Come si fa a parlare oggi di comunismo e di sinistra senza pensare alla rete, senza fare riferimento al fatto che la rivoluzione non l’ha fatta la sinistra e non l’ha fatta il comunismo ma la sta facendo la rete? Al posto dello spazio e del tempo ci sono i luoghi e nei luoghi e per i luoghi bisogno costruire prospettive specifiche, non astrazioni buone per tutti.

Il capitalismo è una società irreale. Il problema degli anticapitalisti, e dunque di chi fa il manifesto, è quello di non essere irreali. Parlare di classi in una condizione post-comunitaria e perfino post-sociale, ci condanna a non capire molto dell’epoca che stiamo vivendo. E fare una lunga analisi dello stato delle cose ignorando il ruolo della rete significa che stiamo facendo solo la manutenzione delle nostre passioni senza capire le passioni degli altri.

Il manifesto deve fare il suo lavoro considerando che prima c’erano gli individui che facevano parte di un sistema. Adesso quasi ogni individuo ha il suo sistema. Siamo nell’epoca dell’autismo corale. La cifra del mondo non è la crisi, ma la malattia. La scena non è dominata dal conflitto ma da un’agonia ciarliera.

Il manifesto deve aiutare a costruire comunità, deve perseguire l’estremismo di mettere fine al dominio dell’economia sulla società. Gli interessi dei ricchi sono diversi dagli interessi del pianeta. Bisogna costringere i padroni dell’economia a tener conto non solo degli interessi di tutta la popolazione, dunque di tutti gli umani, ma anche di ciò che umano non è, per esempio gli animali e le piante. Il problema non è avere più salario, più servizi. Il problema è avere ancora un mondo, un mondo che sia per tutti e di tutti. Le società basate sulla crescita sono spiritualmente finite. La sfida dei prossimi secoli è stare al mondo senza il miraggio della crescita. Si può fare un nuovo tipo di vita economica e sociale solo se riconosciamo che il mondo delle industrie e la vita economica e sociale che produce è un mondo morto, che produce solo morte. La crisi in corso non è altro che un gigantesco funerale senza salma e senza cimitero.

Si esce dalla crisi con la democrazia non con la crescita. Rivitalizzare la politica proprio mentre la si combatte. Essere allo stesso tempo infermieri e sentinelle della politica, controllori e assistenti, questo è il compito a mio pare di un giornale come il manifesto.

Difendere non solo interessi economici, ma diritti. Per esempio il diritto di un paese a non avere sul suo territorio un inceneritore o una discarica o un tunnel.

Le persone, le comunità provvisorie in cui si organizzano, sono molto più centrali dei sindacalisti e dei politici nel gioco della post-società. Le persone possono difendere i diritti del tutto prima ancore che i diritti di tutti. L’esempio di Taranto è lampante. I sindacalisti e i politici lì avevano accettato un’industria killer che adesso pare insostenibile. La nuova società la formeranno non i partiti e i sindacalisti, la formeranno gli individui convinti e appassionati, quelli che amano la vita, quelli che soffrono, quelli che accarezzano i cani, quelli che camminano per guardare i paesaggi, quelli che leggono i libri, quelli che aiutano a rialzarsi chi cade.

Non abbiamo bisogno di liberismo e neppure di riformismo. Non bisogna conservare e neppure aggiustare, bisogna costruire un oggetto nuovo. Ci vuole meno tempo di quel che si pensa. L’oggetto nuovo non si costruisce con un piano, non matura dentro le istituzioni, dentro le grandi organizzazioni internazionali. L’oggetto nuovo lo costruisce chi sta ai margini della scena, chi tenacemente osserva il mondo esterno e il mondo interno, chi accoglie lo sconcerto di essere al mondo, chi dà gloria alle cose belle che ancora ci sono al mondo.

Ammirare oggi è il primo gesto politico, ammirare è la più vera e più grande forma di contestazione all’esistente. Ammirare è un’obiezione serena, è una rivoluzione che mette il mondo dei camerieri con le spalle al muro e dà spazio agli spiriti grandi che ancora ci sono. Il mondo è morto, ma tra gli uomini e le donne ci sono ancora esseri mirabili. Il compito del manifesto è riconoscerli e farli riconoscere. Non sono gli affiliati la nostra speranza, ma gli estrosi, i solitari, i bizzarri, in una parola quelli che sanno meglio interpretare quest’epoca che è solitaria e bizzarra.

Il manifesto non può “vendere” il racconto su ciò che deve essere la sinistra o il comunismo, ma un nuovo racconto sul futuro dell’umanità, tenendo conto che al mondo non esiste solo l’umanità.

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