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DOSSIER Da dove ripartire

Dovete indagare le trasformazioni del lavoro

Premetto che, quand’anche nel merito non lo fossi, sto con lo «psicotico» Parlato, l’«esagitata» Rossanda ed il «suicida eccellente» Magri, perché trovo inaccettabile lo stile alla Grillo di Ermanno Rea. Forse, però, questo stile dice di per sé quello che è il problema de il manifesto: la sua oscillazione tra l’essere “quotidiano comunista” ed essere “né di destra, né di sinistra”, come sostengono alcuni suoi autorevoli collaboratori.

Non ce la si può cavare dicendo che il giornale è osservatorio di tutta la sinistra, perché è proprio questa nozione che è stata stravolta dallo “tsunami” culturale del neoliberismo, che ha imposto come centrali i diritti individuali di libertà e le relazioni di comunità contro ogni idea di trasformazione collettiva dello stato di cose esistenti. Conseguenza è stata che, dal new labour di Tony Blair alle culture trans-classiste dei movimenti, nella sinistra moderata come in quella radicale si è venuto negando ruolo e centralità al conflitto capitale-lavoro.

Nei trent’anni di neoliberismo il lavoro in tutte le sue forme è stato sistematicamente reso meno sicuro, meno pagato, meno riconosciuto nel suo valore sociale e professionale. Si è venuta formando con il precariato un’aggregazione sociale (una nuova «classe», la definisce Guy Standing), tenuta insieme da un comune senso di insicurezza, senza un’idea di come intervenire sui nodi nevralgici della produzione e della distribuzione.

Si è ottenuto, così, un risultato politico di grande pericolosità: costruire una separazione tra “garantiti” (i lavoratori salariati e sindacalizzati) e “non garantiti”: la vasta area dei disoccupati, degli inoccupati, dei precari, che non si sentono parte di una comunità solidale di lavoratori. Sono estranei all’organizzazione sindacale e spesso la sostituiscono con i social network. È l’istantaneità delle rivolte la cifra delle loro mobilitazioni, ma questo non dà loro una prospettiva di futuro. L’attenzione che va prestata alle iniziative della Fiom (e di importanti settori della Cgil, come lo Spi, che tanto insiste sulla unificazione del lavoro anche attraverso un’alleanza tra generazioni diverse e per questo si batte per chiudere la parentesi negativa del governo tecnico e impedirne la continuità in qualsiasi forma) non può ridursi alla solidarietà per una classe operaia impoverita e senza diritti. I metalmeccanici con le loro lotte sono la prova evidente che se si vuole dare una prospettiva di cambiamento allo spirito di ribellione che nasce dalla crisi del capitalismo «i tentativi di assegnare ad altri gruppi sociali il ruolo che era stato posto nella classe operaia non ha avuto (e non ha) esito» come dice Rossanda.

Per questo è necessario che una proposta di radicale cambiamento delle produzioni e dei prodotti (quella che va sotto il nome di “riconversione ecologica dell’economia”) si ricongiunga alla valorizzazione del lavoro nelle forme nuove che questa trasformazione richiede: più autonomia, più responsabilità, più sapere. È in atto una integrazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, che vale per gli operai come per i professionisti della Rete, come c’è tra lavoro dipendente e indipendente. A ciò si oppone un processo mondiale di organizzazione dei rapporti di produzione che mischia insieme lavoro operaio taylorista ed un sistema di relazioni “partecipate in via gerarchica”. Questo vale anche per il lavoro autonomo, dove la distinzione tra indipendenza e dipendenza è spesso aleatoria e mutevole. Per questo rimane attuale, in una fase in cui è aperto il conflitto nella struttura gerarchica che motiva e sorregge l’organizzazione del lavoro nella fabbrica toyotista come nella rete, la lezione di Bruno Trentin che indicava come protagonista della trasformazione sociale «una classe di produttori spossessati», in grado di rivendicare più potere e libertà. La capacità di leggere questi processi di trasformazione, fuori da ogni falsa coscienza, deve essere la cifra di un manifesto rifondato.

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