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DOSSIER Da dove ripartire

Distanza critica e nuovi linguaggi

La crisi de il manifesto deriva da un difetto di «linea politica»? Io penso di no. Credo che l’elemento principale che spieghi la condizione attuale del giornale stia nel più generale problema della crisi della carta stampata – e dei quotidiani in particolare. Una crisi che la mia generazione (ho trentuno anni) rispecchia: anche gli istruiti e «impegnati» accedono all’informazione e formano la propria opinione prevalentemente attraverso altri canali. Il web, soprattutto, ma anche settimanali come Internazionale o fonti di lingua non italiana.

Per evitare fraintendimenti, ho l’impressione che su questa diagnosi dovrebbe esserci il consenso di tutti. Le energie per il rilancio de il manifesto dovrebbero, a mio avviso, essere spese soprattutto per capire come riuscire a costruire, con pochi mezzi, un quotidiano politico e senza padroni dentro la rivoluzione che investe il modo con il quale si comunica e ci si fa un’idea del mondo.

Ciò non significa sottovalutare un punto di vista come quello autorevolmente rappresentato da Rossanda e condiviso da molti compagni. Al contrario: penso che Rossanda abbia ragione nel richiamare il giornale a «un lavoro politico e culturale di lunga lena (…), smettendo di galleggiare su obbiettivi generici e a breve». Non dimenticando, però, mi permetto di aggiungere, di essere un quotidiano. Se toccasse a me – ultimo arrivato dei collaboratori esterni, lettore fedele da sedici anni – tradurre in pratica l’indicazione di Rossanda, direi: non facciamoci mai organo di nessuna delle frazioni della malconcia sinistra italiana e manteniamo la dovuta distanza critica dalla politique politicienne.

Distanza critica che non va confusa con anti-politica. Ci mancherebbe altro. E tantomeno con indifferenza. Ciò che accade sulla scena politica nazionale va capito e raccontato, soprattutto mostrandone le contraddizioni. In particolare quando riguardano il nostro campo: amicus Plato, sed magis amica veritas. Ma senza dimenticare che, spesso, le cose più interessanti – e importanti – sono quelle che accadono «al di sotto» o «al di sopra» del piano in cui si muovono gli attori considerati «politici». Laddove cioè operano i poteri reali, economici e ideologici, e i contropoteri politico-sociali, che per fortuna esistono e resistono.

Credo, infatti, che il richiamo di Rossanda possa essere letto anche come uno sprone a guardare di più e meglio oltre i nostri confini. Impegnandosi nel compito di chiarire ciò che buona parte delle altre testate hanno interesse a mantenere oscuro: il difficile linguaggio dell’economia internazionale, le formule magiche usate dai poteri europei, la fitta trama di istituzioni pubblico-private – dalle agenzie di rating alla Banca centrale europea – che condizionano pesantemente la nostra vita. Perché la sfida è sempre quella antica del pensiero critico: denunciare come socialmente determinati quei rapporti sociali che il potere presenta come naturali.

Mi sento di dire, tuttavia, che su questo terreno il manifesto non sta lesinando energie. Certo, si può sempre fare di più e meglio. Si può, ad esempio, cercare di mettere di più e meglio in relazione le sinistre europee (politiche e sociali) che contestano l’ideologia e la pratica dell’austerità. Riuscendo, nel fare ciò, a costringere la pigra sinistra italiana a sprovincializzarsi.

Se il giornale vivrà, come spero, tutto ciò potrà essere realizzato. Insieme a molte altre cose, che il manifesto è tra i pochi a tentare: fare i conti con il patriarcato in tutte le sue manifestazioni, indagare il rapporto tra scienza e potere, tra capitalismo e natura, denunciare le offese alla dignità umana operate dalle «istituzioni totali», difendere le ragioni del garantismo, esplorare le sperimentazioni delle avanguardie e della cultura fuori dai circuiti mainstream.

Una missione ambiziosa, che non basta enunciare. Occorre capire, qui e ora, quali siano gli strumenti e i linguaggi più adatti. Nella consapevolezza del fatto che «le giovani generazioni non sanno neppure cosa voglia dire “comunismo”», come giustamente hanno scritto Rangeri e Mastrandrea. Non possiamo ignorarlo: i venti-trentenni per orientarsi nel mondo usano bussole diverse dal passato. Questo giornale deve riuscire ad essere una di quelle bussole. Che aiuti le nuove generazioni a interpretare diversamente il mondo. E a trasformarlo.

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