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DOSSIER Senza fine

Cari lettori, facciamo un bilancio

A quarant’anni dalla nascita, il quotidiano il manifesto e il collettivo che ne è stato la vita giungono a una resa dei conti che ne mette in gioco l’esistenza. Hanno percorso una strada inventata di sana pianta, insieme a migliaia di cittadini di questo paese e del mondo. Hanno parlato per decenni alla politica italiana. Hanno dialogato costantemente con gli intellettuali e i lavoratori, gli studenti e gli artisti, il movimento sindacale e i partiti. Sono stati – piccoli e poveri – protagonisti di campagne appassionate e di grandi mobilitazioni. Hanno costruito un senso originale dell’informazione e della politica e sono stati scuola per molti – oggi autorevoli e famosi – di politica, di giornalismo e di umanità.

Li hanno finanziati i lettori e una legge ormai in disgrazia, nel tempo della mercificazione dell’informazione. Il modello – un senso della politica e della cultura, espresso da un’azienda giornalistica senza padroni né riferimenti politici strutturati, nella forma di una cooperativa di produzione e lavoro, con retribuzioni basse ed egualitarie e sobrietà dei prodotti – sembra non reggere più alla prova del tempo e delle mode, delle necessità economiche e finanziarie di oggi, nel collassare di alcuni principi elementari della democrazia e della Costituzione. Così, il manifesto arriva esausto alla vigilia di una stagione importante e terribile per l’Italia e l’Europa. È un peccato, un dolore per chi l’ha fatto e per chi l’ha considerato il suo giornale, comprato e sostenuto.

È con la coscienza di aver giocato, in perenne convinzione e povertà, una partita lunga e importante, dando vita a un marchio autorevole e amato, che diamo conto di una situazione economica e finanziaria della Cooperativa che è diventata insostenibile.

Molti lettori ci chiedono spiegazioni in merito alle condizioni economiche dell’impresa che hanno condotto, alla fine, all’avvio della liquidazione della Cooperativa. Tutto è già chiaro nei bilanci, pubblici e pubblicati. Il bilancio del manifesto è una cosa semplice da capire. Facciamo riferimento al periodo 2006/2010.

La Cooperativa vive soprattutto di vendite in edicola e di abbonamenti, che coprono tra il 54% e il 58% dei ricavi totali. È una caratteristica non banale. Infatti, nei piccoli giornali e nei giornali politici in particolare, la raccolta pubblicitaria, che è – o dovrebbe essere per tutti – la seconda voce più importante dei ricavi, incontra limiti “strutturali”. Nel caso del manifesto il risultato è intorno all’11% dei ricavi totali, e non è un risultato disprezzabile. Nei grandi gruppi editoriali le percentuali sono incomparabilmente più elevate: i processi di concentrazione della raccolta nel settore dell’informazione a stampa fanno piazza pulita del poco lasciato libero dalle televisioni. Il sostegno dei lettori – che è filosoficamente assimilato da sempre ai ricavi tipici dell’impresa manifesto – copre tra l’1% e il 9 % dei ricavi, anche con risultati eclatanti in anni recenti (1,6 milioni nel 2006, 1,2 milioni nel 2008, quasi un milione tra i due numeri a 50 euro del 2008 e 2009). Infine, i contributi editoria coprono tra il 23,4% e il 27,4% dei ricavi: una voce decisiva, oggi non rimpiazzabile.

Tutti i ricavi hanno subito, nel giro degli ultimi anni, riduzioni importanti (complessivamente -33% dal 2006 al 2010, altrettanto significativa la riduzione del 2011 rispetto al 2010), per effetto di fenomeni generali di settore, o specifici del comparto dei giornali non profit, o, infine, generati nelle vicende recenti della storia politica, nostra e del Paese. Parliamo quindi, nell’ordine, di riduzione generalizzata delle copie vendute e della raccolta pubblicitaria; di anni di battaglie per la riforma di una legge massacrata dalle furbizie nazionali e di prospettiva incerta, beffati infine da due successivi governi con i drastici tagli di cui tutti sapete. Infine, delle vicende della sinistra italiana e del sindacato, dell’appassionata vicinanza e dell’appartenenza di questo giornale ai movimenti e, ahinoi, della perdita di presa nell’opinione pubblica e dell’incapacità del manifesto di emergere nel conformismo generale.

Le copie vendute in edicola scendono costantemente da otto anni a questa parte (negli ultimi due la situazione è stata aggravata anche dal taglio dei servizi postali che hanno ridotto al lumicino la distribuzione in Sicilia e Sardegna) e i ricavi da vendite in edicola e abbonamenti sono calati di oltre il 20%, mentre la pubblicità si è ridotta del 6,8% (-17% la riduzione media dei quotidiani): la pubblicità è cresciuta fino al 2008, in controtendenza rispetto al mercato, per poi diminuire a ritmi del 22% e del 7%. Nei primi nove mesi del 2011 è ulteriormente calata del 24% rispetto allo stesso periodo del 2010. Dei contributi editoria si dirà tra poco.

Dal 2006 siamo impegnati in un’azione di ristrutturazione aziendale, nel tentativo di far fronte a condizioni di settore rese sempre più difficili dalla crisi delle vendite dei quotidiani e della raccolta pubblicitaria, che si sono tradotte per il manifesto in una costante riduzione dei ricavi. Ogni voce di costo è stata contenuta o ridotta. Nel periodo 2006-2010 i costi totali sono stati ridotti di circa 3,8 milioni di euro, quasi un quarto del valore di partenza. Partendo da 115 dipendenti al 31/12/2005, anche grazie al ricorso a due successivi periodi di cassa integrazione (il primo nel 2006-2008, il secondo avviato a settembre 2010 e tutt’ora in corso) e ai prepensionamenti accordati, il costo del lavoro dipendente è sceso di circa 1,1 milioni di euro, quasi il 26% del valore di partenza, e l’organico si è ridotto di molto, da 107 a 83 nel bienno 2006-2008, fino alle 74 unità di oggi (52 giornalisti e 22 poligrafici a febbraio 2011). Di queste, 28 unità (19 giornalisti e 9 poligrafici) sono in cassa integrazione, a rotazione. Quindi il giornale ha perduto 41 dipendenti dal 2005 e attualmente lavora con 46 dipendenti. A breve andranno in prepensionamento, altri tre giornalisti e un poligrafico, portando l’organico complessivo a 70 unità. Nello stesso periodo anche gli oneri finanziari sono stati più che dimezzati (da poco meno di un milione di euro l’anno del 2006 ai 450.000 circa del 2010). Tuttavia, alla fine del 2010 gli innegabili risultati di questo sforzo risultavano ancora insufficienti a riportare l’azienda in condizioni di redditività coerenti con la possibilità di onorare i debiti accumulati. E, soprattutto, apparivano in larga parte vanificati dalle aspettative di riduzione dei contributi erogati all’editoria dallo Stato in base alla Legge 250/90. Aspettative poi tradotte in tagli superiori alle nostre già severe previsioni.

Il manifesto ha percepito 3.745.345 di contributi diretti all’editoria per l’esercizio 2009, pari al 27,4% dei ricavi totali di quell’anno. Alla fine del 2010, prendendo atto degli esiti sfavorevoli di una sofferta vicenda legislativa – che ha condotto al declassamento dello status dei contributi editoria da «diritto soggettivo» a «interesse legittimo», oltre che alla riduzione degli stanziamenti – gli amministratori hanno appostato in bilancio solo il 90% dei contributi calcolati a norma di legge. Contestualmente hanno progettato un piano triennale (2011-2013) di ristrutturazione aziendale (estensione della cassa integrazione, ulteriori riduzioni di organico, ulteriori riduzioni dei costi, potenziamento del web e del relativo business), finalizzato a costruire condizioni, alla fine del triennio, compatibili con un minore apporto dei contributi editoria – che nel piano sono stati appostati solo per il 60% del valore precedente – e con una loro larga destinazione al pagamento dei debiti pregressi.

Questo piano, fedelmente rispettato sul fronte dei costi, ha incontrato però difficoltà realizzative nell’approfondirsi della crisi degli investimenti pubblicitari destinati al settore, nella difficoltà di invertire il trend negativo delle vendite edicola e, soprattutto, nella drastica riduzione dei contributi editoria, che – nonostante l’integrazione auspicata dal Presidente Napolitano e introdotta con il ddl stabilità (10 novembre 2011) – risultano a oggi coperti per non più del 30% del fabbisogno prevedibile per l’esercizio editoriale 2011, e per una percentuale ancora inferiore nei i due esercizi successivi. Traducendo in cifre, i contributi che nel 2009 ammontavano a 3,7 milioni di euro, nel 2010 sono stati contabilizzati per 3,4 milioni di euro, sono stati appostati nel budget di previsione 2011 per 2,3 milioni di euro e risultano a oggi ridotti a 1,1 milioni di euro. Va peraltro sottolineato che questo stato di cose (stanziamenti ridotti e contributi riconosciuti alle testate solo proporzionalmente all’effettiva disponibilità al momento dell’erogazione) impedisce una prosecuzione dei rapporti con il sistema bancario secondo linee ormai consolidate e, anzi, praticamente azzera ogni possibilità di ricorso al credito, a partire proprio dal credito revolving, fino a oggi incentrato sull’anticipazione finanziaria di contributi editoria certi. Anche perché ancor oggi non sappiamo quanto (e quando) riceveremo per il 2011. La crisi di liquidità diventa in tal modo insanabile.

Gli effetti di quanto fin qui descritto, sul fronte dei ricavi, dei costi e dei contributi editoria, comportano perdite prima delle imposte estremamente significative. Con riferimento al consuntivo economico dei primi nove mesi del 2011 (il solo di cui abbiamo dati abbastanza certi), se immaginiamo che i fondi destinati ai contributi diretti editoria coprano solo il 60% del fabbisogno, allora la perdita è pesante e si attesta intorno a 1,3 milioni di euro. Con poco più del 30% di contributi la perdita diventa insostenibile (oltre i due milioni di euro). In queste condizioni, e non potendo prevedere miglioramenti significativi a breve termine del contesto legislativo e di mercato, la Cooperativa non appare più in grado di far fronte ai propri impegni: mancano nell’immediato le risorse necessarie a proseguire anche un cammino intrapreso su un sentiero di rigorosa sobrietà e di ristrutturazione aziendale. La situazione patrimoniale ed economica mostra chiaramente che, nonostante i risparmi, il patrimonio netto è destinato a esaurirsi rapidamente mentre i debiti (retribuzioni e previdenza dei soci-lavoratori, debiti fiscali comprensivi di cartelle esattoriali, scadenze bancarie) appaiono, per dimensione e scadenze, definitivamente sproporzionati rispetto alle dimensioni, attuali e prevedibili a medio termine, dell’attività della Cooperativa.

È questa situazione che ci ha portato (per evitare il peggio di una liquidazione volontaria incontrollata) alla Liquidazione coatta amministrativa che tra pochi giorni entrerà nella sua fase operativa con l’arrivo di una Commissione – nominata dal Ministero dello sviluppo economico – che ci sostituirà nella gestione della Cooperativa, essendo questo che leggete l’ultimo atto di questo consiglio d’amministrazione.

* Valentino Parlato per il cda de il manifesto