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DOSSIER Scorie ai nativi

“Canto l’esistenza e la resistenza”

Il vento che ha iniziato a soffiare in molti Paesi contro il liberismo ha toccato anche gli Usa. Ma cosa accade fra i nativi?

«Le nazioni musulmane sono insorte. La primavera araba ha segnato il risveglio di un gigante addormentato, la resistenza degli esseri umani contro la tirannia e l’ingiustizia. In Sud America presidenti indigeni hanno respinto il Nafta e nazionalizzato le risorse, rifiutando le leggi draconiane imposte loro. Il movimento delle occupazioni in America ha reso noto che l’1% (i banchieri di Wall Street e le multinazionali) hanno rubato e soggiogato milioni di americani, privandoli del loro diritto fondamentale alla giustizia sociale e finanziaria. La gente Cheyenne-Arapaho deve crescere come i fratelli e le sorelle indigeni in Medio Oriente, Sud America, Europa, Africa contro gli invasori, colonizzatori e criminali despota che hanno così a lungo rubato le nostre terre e i diritti umani fondamentali. E’ il patrimonio delle nostre profezie e della resistenza costruita dai nostri antenati Cheyenne e Arapaho, costruttori di pace ma all’occorrenza eroici guerrieri, contro i mostruosi genocidi coloniali che dobbiamo sopportare ancora oggi».

Da anni vivi in esilio ma resti un attivista. Qual è il senso della tua resistenza poetica?

«Il mio è un auto-esilio, una scelta politica. Sono venuto in Europa per la mia attività a Ginevra, alle Nazioni Unite nel gruppo di lavoro per i diritti delle popolazioni indigene. Allora – nel 1988 – pensavo di essere più utile in Europa che negli Usa anche perché allora nei circuiti culturali e politici statunitensi voci come la mia non erano più ascoltate. Persino i miei migliori amici dicevano “Lance sei troppo comunista” e il termine allora era ancora più negativo di adesso.

Ma voglio dare una risposta più ampia sull’esilio. Durante l’era di Clinton e dei Bush gli Usa andavano contro i princìpi migliori che l’America rappresentava: io non potevo esser parte di quella cultura. Se non avessi rivendicato con forza le mie tradizioni sarei diventato un veterano barbone, come tanti altri.

La parola esilio rappresenta la mia gente, esiliata nella loro terra e nella mia poesia da sempre canto questo esilio.

Soltanto dopo aver scoperto l’attivismo per i diritti fondamentali ho capito che c’era un posto dove collocare la mia voce invece di essere solo un nativo arrabbiato, un intellettuale isolato.

Mi interessa la resistenza vera».

Dunque la tua esperienza a Ginevra è stata importante?

«Quasi tutte le persone migliori che ho incontrato a Ginevra non ci sono più: chi in prigione, chi ucciso o desaparecido». Valuta tu cosa significa.

Per i nativi americani esiste la possibilità di difendersi?

«In Oklahoma, dove sono nato, ci sono 37 tribù. Continuano a chiedere che sia riconosciuta la loro sovranità. La risposta è che due tribù sono sottoposte alla legge marziale, a un coprifuoco permanente gestito da guardie bianche. Quando sono andato nella riserva Cheyenne mi fermavano di continuo: dopo le 17 puoi girare solo se hai un permesso speciale. Questo è possibile per le nuove leggi contro il terrorismo che sono state varate da Bush junior e che purtroppo Obama mantiene in vigore. Sono un pretesto per limitare il diritto alla resistenza dei popoli nativi, per impedirci di vivere liberi sulla nostra terra. Alcuni reati sono di competenza della polizia tribale che comunque è addestrata da Fbi e governo federale. Ma sono di altre tribù e dunque non danno retta alla gente. E’ un esercito straniero, non fatevi ingannare dal nome».

Qui in Europa fa scalpore la notizia degli “indiani” che gestiscono i casinò e si arrichiscono. E’ davvero così?

«La mia tribù guadagna con i casinò tre milioni di dollari al giorno ma i soldi vanno ad avvocati e lobbies, nulla arriva a noi. In compenso qui continua lo stoccaggio illegale dei rifiuti. Però nessuno ne parla tranne i “Suonatori di fischietto”, una associazione “verde” che prova a difendere l’ambiente. D’altro canto se emergesse che tutti i governatori dell’Oklahoma dal 1980 sapevano e sono stati zitti, non è difficile capire cosa esploderebbe».

Tutto questo compare nella tua poesia?

«Io canto il mondo, l’esistenza, la resistenza degli esseri umani e dei popoli contro la disumanizzazione. La mia poesia è una preghiera ma anche un canto di lotta».

Alla fine dell’intervista dunque a computer spento, continuo a chiacchierare a lungo con Lance Henson. Mi rivela un suo sogno ricorrente e gli chiedo se posso raccontarlo.

«C’è un ponte che attraverso ogni giorno. Quando sono di là incontro persone piene di vita, animali in libertà e luoghi meravigliosi. Torno da questa parte e sono felice di ciò che ho visto, mi dà forza. Ma prima che il sogno finisca mi incammino un’ultima volta per passare quel ponte. Non c’è più, lo hanno demolito».

Un grazie a Silvana Fracasso e Francesca Zaganelli per le traduzioni dall’inglese.