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DOSSIER La questione giovanile e la sinistra

Brutti, sporchi, choosy

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I giovani sono ormai da anni sulla bocca di tutti. Si susseguono le manovre, le riforme, i governi, ma tutti i personaggi che si avvicendano parlano di questi giovani. Tutto questo potrebbe far presa sull’opinione pubblica inizialmente, poi però agli slogan non si accompagnano i fatti e i buoni propositi non rimangono che vuote parole. Gli scontenti, arrabbiati ed anche un po’ sconsolati, visto il continuo susseguirsi di slogan che poi non portano a nessun cambiamento della realtà effettiva, saranno proprio “i giovani”. C’è chi li definisce “bamboccioni”, qualcun altro li ha chiamati “choosy”, anglofonia che altro non vorrebbe significare se non “schizzinosi”. Ma noi giovani, siamo davvero così schizzinosi?

Colui che sta scrivendo ha una laurea magistrale, lavora da quando ha terminato gli studi liceali e grazie a quel che guadagnava dal suo precedente impiego part time, è riuscito a essere tutto sommato indipendente e ha conseguito il titolo di studio che tanto sognava. Con il massimo dei voti, e la lode, nonostante la corsa ad ostacoli che è l’università italiana. Oggigiorno ha cambiato il proprio lavoro, si è assunto qualche responsabilità in più e sta provando a costruirsi un futuro con la sua compagna. Voi penserete che sia riuscito a trovare un posto con una vaga attinenza con ciò che aveva studiato? Ma neanche per sogno. Eppure quotidianamente si sente ripetere che nel mondo di oggi è un privilegiato e che deve essere grato, perché ha un contratto a tempo indeterminato, con uno stipendio assolutamente normale, ma che nel panorama odierno sembra stellare.

Aspettiamo un momento: “la sua compagna” abbiamo detto. Si presuppone che anche lei abbia all’incirca la sua età. Ebbene si. Due ragazzi, giovani, ambedue con una laurea magistrale. Nessuno dei due ha avuto in dono una casa o un posto di lavoro; si stanno rimboccando le maniche e provano a farcela da soli. Lei, più di lui, sta “sputando sangue” per riuscire a realizzare il suo sogno. La sua giornata tipo non conosce soste, dovendo incastrare ben 4 lavori diversi per poter comporre uno stipendio. Corre da una parte all’altra, da un progetto all’altro o forse sarebbe meglio scrivere da un contratto a progetto all’altro.

Una laurea magistrale (con il massimo dei voti e senza andare fuori corso), un master alle spalle, tanti altri scogli superati e stiamo parlando di contratti a progetto. È una delle tante precarie della scuola, che si barcamena tra le supplenze nella scuola pubblica e i contratti offerti dalle scuole paritarie, per accumulare punti nelle graduatorie ministeriali. Per avere un minimo di stabilità ha bisogno di un part time presso una catena di Fast Food americana, lavorando di notte, tutte le domeniche e le festività

Anche lei ha lavorato durante gli studi per non gravare sui genitori, ai quali mancano molti anni alla pensione, mentre la crisi li ha lasciati in cassa integrazione. Sua sorella studia ancora all’università ed è disoccupata. Saremo una strana coppia? Un’anomalia nel panorama nazionale? Nessuno dei due ci si sente.

Il sottoscritto conosce tantissimi giovani laureati che stanno provando a ritagliarsi un ruolo nella società, ma i “grandi” si chiedono quante difficoltà incontrano tali ragazzi? Spesso sentiamo dire dai “meno giovani”: «Ai miei tempi era diverso! Noi ci sapevamo adattare». I ragazzi sono “schizzinosi” allora? Il termine di per sé sta a significare: “Di persona cui nulla va a genio, più per una sofisticata ostentazione di raffinatezza che per un reale senso di repulsione”. Se in Italia giovani del genere sono considerati schizzinosi allora forse c’è qualcosa che non va.

Oggi è choosy chi aspira ad avere nella vita un lavoro che gli consenta di coniugare i suoi studi (frutto di sacrifici) con la sua attività quotidiana. Anni addietro ciò poteva essere un dato più che scontato, oggigiorno no. Noi siamo “i giovani della crisi” e allora non dobbiamo essere così choosy. Accontentiamoci di avere un lavoro, ci dicono.

E allora facciamo un passo indietro, cerchiamoci un lavoro qualsiasi, perché l’importante è lo stipendio alla fine del mese. Non sarà quello che sognavamo? Pazienza, almeno ci consentirà di avere una vita dignitosa, di costruire il nostro domani, di “sistemarci” come sognano i nostri genitori.

Questo quadro non propriamente allettante, però, per la maggior parte dei giovani che provano a inserirsi nel mercato del lavoro di questi tempi, non è che un lontano miraggio. Difatti non solo ci si presta a mansioni lontane dalle proprie attitudini o dai propri desideri, ma tutto questo nemmeno fornisce delle garanzie al lavoratore.

Ci sono gli stage e i tirocini (per lo più non retribuiti), i contratti a chiamata, a progetto, come collaboratori, e via discorrendo. Ci sono i salari che non rispecchiano il costo della vita attuale: magari si presta la propria forza lavoro per 24, 30, 38 ore settimanali e si percepisce uno stipendio con il quale non si riesce ad essere autonomi. O magari non si prende proprio lo stipendio e l’unica cosa che puoi fare è fare causa e sperare di vincerla, magari dopo anni.

Chi ci ritiene sfaticati, si chiede come mai tanti ragazzi italiani vanno a cercar fortuna all’estero? E qui non si parla solo di chi ha studiato. Ci sono tantissimi giovani che espatriano e ripartono da zero: chi fa il cameriere, chi il cuoco, chi il pizzaiolo. In questi settori potranno trovare la propria strada perché nell’immediato si vedono riconosciuti dei diritti che garantiscono stabilità. Si parte come apprendista pizzaiolo e un domani si possiederà una propria pizzeria, nel frattempo si sarà messa su famiglia e si vivrà decorosamente, anche se lontano da casa. Chi rimane in Italia di questi tempi può credere alla stabilità?

La stabilità: che orrore! Il posto fisso? Abominio! I giovani devono abituarsi a non avere un posto fisso per tutta la vita, sarebbe monotono per parafrasare l’ex premier Mario Monti. Tema ricorrente questo. Non a caso il volto nuovo del centrosinistra, il giovane premier Matteo Renzi, pochi giorni fa si è espresso su questo argomento e non è stato tanto lontano da quanto affermato dall’ex premier tecnico.

Secondo l’ex sindaco di Firenze ormai il mondo va troppo veloce, tutto è dinamico e dunque il posto fisso non esiste più. In teoria la politica di questi ultimi anni ha proprio esortato i giovani a essere dinamici e questi ultimi potrebbero anche provarci. Se non si è dinamici a 20 anni quando sennò? Pienamente giusto questo discorso. Ma dopo 6,7,8 anni di lavoro forse quello stesso giovane così determinato ed entusiasta della dinamicità del mercato del lavoro sarà diventato stanco. Volete dargli torto? Potrebbe iniziare a fare dei progetti per il suo domani. Comprare una casa, mettere su una famiglia, non sta chiedendo la Luna. Però no, questo non avverrà. E perché? Perché lui è dinamico, lui non ha il posto fisso, non può nemmeno rivolgersi alle banche e chiedere un mutuo.

Il giovane allora rimane a casa con mamma e papà, così arriverà a superare i 30, 35 anni e ancora non sarà riuscito a realizzare il suo sogno. Questo non basta però perché a questo punto arriverà l’esperto di turno e dirà che queste persone non sono state in gamba, altrimenti avrebbero già intrapreso un percorso differente. Tutto questo ha dell’irreale, sembra fantascienza, purtroppo è pura realtà.

Tiriamo un attimo le somme: il lavoro che ci piace NO, un lavoro che ci garantisca delle sicurezze per il futuro NO. E e allora? Lamentiamoci, facciamoci sentire: NO. Sennò poi siamo degli scansafatiche che non vogliono adattarsi, figli di una generazione che ci ha dato troppo e ora non siamo più capaci di sacrificarci. Quale opzione allora? Fare il precario, lo stagista, lavorare 6-7 mesi l’anno, guadagnare qualcosa di irrisorio e magari svolgere gratuitamente qualche compito che ci piacerebbe diventasse il nostro lavoro stabile. I più ottimisti dicono che tutto questo passerà e le cose andranno meglio. Siamo sicuri?

In questi giorni si sta discutendo molto di quello che può succedere nel mondo del lavoro in Italia. La riforma denominata Jobs Act non ha dato sicurezza. Si teme maggiormente l’instabilità, la debolezza della classe media sul mercato, un impoverimento generale. Se già oggi sembra difficile costruire qualcosa, il timore è quello che fra un po’ lo sarà maggiormente.

La sinistra per troppo tempo si è mostrata insensibile a questi temi. Qui sta forse uno dei maggiori errori della generazione dei nostri padri. La maggioranza di loro ha preferito pensare all’immediato ed a quell’apparente benessere che nel giro di pochissimo però si è dissolto.

Adesso noi, che ereditiamo tutto questo, che colpa abbiamo? Diciamo che non troviamo giusto vivere certe esperienze e che non siamo d’accordo con determinate riforme che potrebbero danneggiare il nostro immediato futuro lavorativo. Lo diciamo da qualche tempo e oggi c’è bisogno di dirlo ancora più forte. I choosy devono alzare la voce, devono, dobbiamo, esprimere il dissenso e se c’è ancora qualcuno d’accordo con la nostra visione allora che ci aiuti. Tra una generazione e l’altra c’è sempre un punto di contatto, come anche punti di rottura naturalmente perciò uniamoci.

Il domani non riserva certezze, perciò sta a noi difendere quelle poche che ancora abbiamo e rivendicarne la legittimità; in quel noi c’è chi lavora, chi spera di diventare un lavoratore, chi si è stufato del precariato, chi vorrebbe smetterla con contrattini che non prevedono l’accumulo di ferie, contributi, permessi, retribuzione in caso di malattia, chi ha un contratto “fisso” e sa che dovrà difenderlo coi denti per far sì che questo realmente resti tale perché la flessibilità che cresce a livello dirompente potrebbe fargli perdere valore.