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DOSSIER La questione giovanile e la sinistra

Alla ricerca di un porto

Paolo Poce / emblema

“Ciao mamma, ti chiamo ora prima di rientrare al dibattito sulla mobilità sostenibile ad Imola” “Come stai?” “Sono stanca, sono piena di lavoro, ma sono ottimista per le elezioni regionali. Devo finire di leggere le 1500 pagine di documenti che mi hanno spedito ieri per la revisione di un progetto, ma conto di farlo nel weekend. Martedì e mercoledì vado a Roma.” “Vai a Roma per il sindacato? Per lo sciopero? Ma hai sentito cosa hanno combinato gli studenti a Bologna? Erano studenti tuoi?”

“Una domanda alla volta. Vado a Roma per il mio secondo lavoro, quello per il quale mi travesto da funzionaria un paio di volte all’anno. Il lavoretto che mi permette di mantenere le pubblicazioni, i viaggi e i convegni visto che come al solito non ho fondi da parte del dipartimento per fare ricerca. Ho ottenuto l’autorizzazione della giunta per il secondo lavoro e quindi sono a posto, anche il prossimo semestre potrò permettermi di pagare la revisione degli articoli in inglese.

Giuliana avanza 150 euro per la revisione del Marie Curie. Poi sugli studenti: non conosco personalmente quelli che sono stati accusati di aver picchiato il giornalista, ma conosco quelli che hanno cercato di bloccare l’ingresso di Salvini al campo Rom. Immagino che in TV non abbiano raccontato che l’autista ha tentato di investirli.” “Spero che tu non abbia riempito la loro testa con quelle cose sugli zapatisti e sui sem terra. Tu fai la vita difficile che ti sei scelta. Ho sognato che eri diventata manager di una multinazionale. Che finalmente avevi accettato una proposta di lavoro “seria” e che stavi facendo carriera.”

“Mamma, io provo ad essere coerente nel mio piccolo. Ho scelto di lavorare all’università perché penso di essere brava nel mio lavoro come ricercatrice e poi mi piace viaggiare, studiare, conoscere ricercatori di tutto il mondo e gli studenti mi stupiscono ogni giorno. Una studentessa Libanese del corso di Economia del Turismo oggi mi ha inviato come tesina un progetto per un finanziamento in Svezia. Vorrebbe costruire percorsi naturalistici e storici coinvolgendo piccoli gruppi di turisti nelle operazioni per la impiantumazione delle colline disboscate durante la guerra civile e …”

“Se fossi una manager potreste avere un bambino.” “Se fossi una manager forse migliorerebbe solo il mio conto in banca. E dico forse. Mi farebbero firmare le dimissioni in bianco al momento dell’assunzione. Mamma il problema non è il lavoro che faccio ma è che sono italiana, ho un dottorato e ho 34 anni. In questo paese io non posso scegliere che lavoro fare e sono socialmente pericolosa se mi dimostro troppo impegnata per i diritti umani… soprattutto se lo faccio in un’aula universitaria” “Ok, ma io continuo a sognare che tu possa avere un bambino. O un lavoro dignitoso.”

“Mamma, ho un lavoro dignitoso secondo me, pago anche tasse inutili come la gestione separata INPS nonostante non ne tragga alcun beneficio, e sono la prima a desiderare dei figli. Il mio lavoro precario all’università non è dignitoso secondo i criteri della tua generazione, non della mia. E poi faccio politica nelle aule, durante gli apericena con gli amici, al telefono con te ogni giorno per garantire dignità a me e alle persone precarie come me, ma anche alla generazione di quelli che oggi sono “giovani” veramente. Ci meritiamo lo spazio per presentare le nostre proposte.” “ok, ma stai attenta. E passa a salutarci dopo le elezioni.”

Il privato è politico. Questo il messaggio di un mio collega ricercatore precario che chiudeva con queste parole una mail di qualche giorno fa per spiegarmi che non poteva partecipare ad un dibattito per dare una mano a sua moglie che è incinta del loro secondo bambino, nonostante la loro primogenita abbia poco più di un anno. Lui ha ottenuto un posto da ricercatore “di tipo A” grazie ad un PRIN, ma difficilmente il dipartimento stanzierà dei fondi per trasformare il suo contratto in un posto a tempo determinato da ricercatore “di tipo B”. I ricercatori di tipo A e B sono una delle tante perverse “innovazioni” introdotte dalla riforma Gelmini, che ha eliminato i ricercatori a tempo indeterminato come ruolo di ingresso alla carriera accademica e lo ha sostituito con contratti precari.

Il ricercatore di tipo B è una chimera in molti atenei perché costa come l’attivazione di circa 5 assegni di ricerca in due anni. Il ricercatore di tipo B è “vantaggioso” solo per il precario che riesca a vincere i pochissimi concorsi di questo tipo: il meccanismo della tenure-track permette infatti ai ricercatori che ottengono l’abilitazione all’insegnamento di diventare professori associati dopo aver portato avanti per almeno due anni il loro progetto di ricerca. Molti atenei e molti dipartimenti hanno scelto di non creare posti da ricercatore di tipo B perché sono estremamente costosi e tengono impegnati i budget espressi in punti organico per due anni accademici.

Secondo i dati pubblicati dal Coordinamento nazionale dei Precari della Didattica e della Ricerca, a fronte di circa 75 mila precari nell’università nel 2010, nel 2013 erano complessivamente presenti 1.928 RTDa e ben 112 (solo 112!) RTDb. Tutti gli altri hanno abbandonato la ricerca, hanno lasciato il paese, oppure stanno lavorando gratuitamente o con assegni e progetti di ricerca annuali nei vari atenei italiani. La richiesta di questa questa marea di “adulti” e “giovani” precari non è quella di essere stabilizzati, ma di avere libertà di ricerca e un “porto verso il quale remare”, come recita il titolo dell’ultimo comunicato del coordinamento, perché procedendo con i soli passaggi di ruolo del personale strutturato “ci saranno solo più ammiragli al timone di un relitto.”

Molti di questi precari oggi, 14 novembre, partecipano alle manifestazioni in tutto il paese per lo sciopero sociale. A Bologna i precari della ricerca creano alleanze per costruire arene di dibattito con gli studenti sul diritto allo studio e riescono a confrontarsi con i prorettori e con i candidati alle elezioni regionali oppure con le associazioni come ACT e soggetti politici che mettono “le persone” e “il lavoro” al primo punto del loro programma, come la lista civica L’Altra Emilia Romagna, la declinazione dell’esperienza dell’Altra Europa con Tsipras per un altro governo locale.

Per concludere, cara mamma, cara sinistra che non trova i giovani, ti consiglio di cercare questi giovani nei luoghi in cui loro stanno già elaborando un’alternativa ai partiti, come le aule universitarie, quelle occupate e quelle assegnate. Oppure puoi cercarli nelle arene di dibattito in cui si confrontano con le esperienze di indignazione e di protesta di tutto il mondo e se questi giovani non riesci a trovarli prova a chiedere aiuto ai 30piùenni come me; non siamo giovani, ma siamo precari come loro e stiamo cercando assieme a loro il porto verso il quale remare.