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Editoriale

Articolo 18, il vestito antico del rottamatore

La domanda è piuttosto semplice. Stiamo andando oltre lo Statuto dei lavoratori stilato nei lontani anni ‘70 o stiamo tornando a prima di quell’impianto normativo? Nei rapporti di forze tra lavoratori e datori di lavoro sembrano sussistere pochi dubbi: ciò a cui stiamo assistendo è un ritorno all’antico o, quantomeno, alla sua immagine ingannevole e idealizzata: il libero mercato, la legge naturale della domanda e dell’offerta, la concorrenza perfetta, il successo del merito. Che nel corso di più di 40 anni l’ombrello dello Statuto si sia ristretto al punto da lasciare sotto le intemperie una massa sempre più imponente di soggetti è un fatto poco discutibile. Che gli strumenti per aggirarlo e limitarne l’applicazione fino all’insignificanza si siano grandemente moltiplicati e affinati, altrettanto. Ma una cosa è evidente: a imporre le attuali condizioni sul mercato del lavoro non è certo la legislazione che lo riguarda o la politica che pretende di riformarlo o di conservarne i meccanismi dati.

Sono la globalizzazione e le delocalizzazioni, da una parte, e l’automazione, dall’altra, ad avere segnato il destino dei salariati, cui si aggiunge, infine, il crollo dei consumi di massa alimentato dalla Grande depressione.

Dire che il destino dei lavoratori stia nelle mani dei magistrati è una colossale baggianata.

Di conseguenza, l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto nella nostra provincia italiana non determinerà né un aumento né una diminuzione dell’occupazione. La legge e un sistema fiscale vessatorio si sono semmai prodigati nel garantire la debolezza e la ricattabilità delle forme di attività produttive escluse dalle classiche garanzie del lavoro salariato evitando di elaborare nuove forme di tutela o di investire risorse collettive a sostegno del lavoro autonomo, intermittente e precario. Un fenomeno connaturato all’attuale struttura produttiva e non certo conseguenza di un modesto spauracchio come l’articolo 18.

Il disinteresse per questo mondo in costante espansione e la determinazione, di per sé ragionevole, di difendere sempre e comunque le garanzie, sia pure traballanti, di chi ancora le possedeva, si accompagnava alla fede incrollabile nel ritorno della piena occupazione. Senza comprendere che quest’ultima già si dava nella forma perversa che abbiamo sotto gli occhi di una generale “dis-retribuzione” socialmente ed economicamente produttiva, ma a livelli miserabili di reddito e nulli di garanzie.

Se non si trattasse di un “ritorno all’antico” converrebbe chiedere ai riformatori che cosa di nuovo intendano costruire al posto del vecchio Statuto, ma le risposte si annunciano retoriche ed evanescenti. Del resto la trovata degli 80 euro in busta paga (per la limitata platea che la possiede) indica che il governo si muove entro la logica classica del lavoro salariato. Restando nella quale l’abolizione dell’articolo 18 è un obiettivo squisitamente di destra. Diverso sarebbe il discorso se si volesse affrontare davvero la composizione attuale del lavoro vivo (quello che i moderni restauratori preferiscono chiamare “capitale umano”, tanto per imputargli la responsabilità esclusiva della propria bancarotta), ma così non è, neanche lontanamente. Quanto ai capitali (e le capitali) europei, che stupidi non sono, difficilmente si faranno incantare dalla favola degli strabilianti effetti prodotti dall’abolizione dell’articolo 18, in cambio della quale concedere graziosamente più flessibilità nella riscossione delle proprie rendite.

Perché, allora, tanto accanimento intorno a un fortilizio piuttosto sguarnito? Può darsi che il nostro premier, che non brilla certo per modestia, si sia appassionato alla stroria degli “uomini (e donne) illustri”. I controllori di volo negli Stati uniti e i minatori in Gran Bretagna non erano certo rappresentativi della generalità della forza lavoro dell’epoca loro. Eppure Reagan bastonando i primi e Thatcher i secondi, hanno effettivamente impresso una svolta al rapporto tra capitale e lavoro e ai rapporti sociali più in generale.

Quella svolta già c’è stata e configura ancora il nostro presente.

Lo scontro ideologico si è consumato da un pezzo ed è chiaro a tutti quali sono stati i vincitori e quali i vinti. Dalla sinistra si attende ancora invano una risposta a quella controrivoluzione vittoriosa. Senza nostalgia per la cultura della miniera, ma neanche per quella della sua celebrata carnefice. Assistiamo invece alla riproposizione farsesca e fuori tempo massimo di quel memorabile scontro. Come i cultori rinascimentali dell’antico il nostro “innovatore” si sentirà come un “nano sulle spalle di giganti”.

  • funes el memorioso

    Editoriale che ripete stancamente cose dette e ridette (con qualche passaggio francamente dubbio come la mancanza di nostalgia per la cultura della miniera che osò scontrarsi con la Thatcher).
    Il manifesto renderebbe un miglior servizio ai propri lettori pubblicando un’analisi precisa e concreta dell’art.18 e dello Statuto dei Lavoratori (applicabilità, chi ne è riguardato e chi escluso, impatto della riforma Fornero, confronto con la situazione in altri paesi dell’UE, ecc.) invece che pistolotti di questo genere.
    Non tutti sono Pintor, ma sicuramente siete capaci di qualcosa di meglio che questa zuppa riscaldata.

  • Giacomo Casarino

    Articolo francamente bislacco. Bisognerebbe, a mio avviso, evidenziare il fatto che questo mix di ritorno all’antico, “tragico”, (Thatcher, ma anche Blair, invocato ideologicamente da Renzi) non configura semplicemente una replica sotto veste di “farsa”, bensì una novità assoluta: l’annullamento del modello sociale europeo in direzione della “società di mercato”, con tutte le conseguenze del caso . Forse non ce ne siamo accorti, ma da trent’anni sta procedendo lentamente e univocamente una controrivoluzione silenziosa (nei Paesi europei, segnatamente sotto l’ombrello UE), che oggi attecchisce in modo particolarmente virulento il nostro Paese.

  • http://e-cronaca.blogspot.it/ Massimo D’Agostino

    Credo che in parte l’editoriale sia condivisibile. Il capitalismo italiano però non è in crisi solo per la delocalizzazione. Il nostro è un capitalismo per pochi, che segue sempre meno le regole della borsa. Da quando è morto mio padre sono un investitore e vedo poco movimento sulle azioni, delle quali comunque non mi fido per niente. Ecco, se lo Stato fosse realmente capitalista dovrebbe indurmi a credere in qualche nuova azienda, a fornire loro parte dei capitali. Ma le “public companies” sono state superate e cancellate. E’ vero, stiamo tornando molto indietro, penso all’era pre-fascista. Del resto Berlusconi dice di essere liberale senza conoscere la storia del PLI, quindi forse bisognava stare più attenti alle sue idee strampalate rispetto ai suoi processi pilotati. Il movimento io lo vedo, e questo vale per tutta l’area euro, sulle obbligazioni, cioè sui prestiti, su cui si possono realizzare delle plusvalenze. Non è capitalismo questo. Bastava vedere una puntata di “Presa Diretta”, mi pare si chiami così il programma di Raitre, per capire che negli Usa ogni nuova idea di business può far avvicinare molti investitori privati, e non i sempre i soliti quattro o cinque amici del premier come in Italia.

  • Riccardo

    Il padronato ha vinto la partita quando ha portato il lavoro all’estero, nei paesi dove il lavoro costava molto molto meno. All’epoca bisognava dare le risposte. All’epoca i lavoratori dovevano sollevarsi. Cosa fu fatto? Niente di niente, Noi un po’ più anzianotti, abbiamo visto Fassino andare alle sedi di Confindustria, e non dare alcuna risposta. Laissez faire… E da noi il lavoro all’estero non l’ha portato una multinazionale, ma l’ossatura del paese, le piccole e medie imprese. Tutta la professionalità operaia italiana è quasi sparita. Ed era professionalità creativa.
    Difendiamo l’art. 18? Benissimo. ma gli operai dove sono? Se non ci sono le produzioni… Il padronato ha vinto alla grande, ripeto, e senza trovare alcun ostacolo nella sinistra. NESSUN OSTACOLO ha opposto la sinistra all’esternalizzazione del lavoro. NESSUN OSTACOLO ha opposto al neoliberismo.
    Adesso è tardi. Una sinistra neoliberista, non difenderà certo l’art. 18.
    Allora, contiamoci. Quanti siamo, noi anticapitalisti? Minoranze. In un sistema “democratico” a “maggioranza”, siamo perduti.
    Questa “democrazia”, il potere capitalista se l’è modellata e tagliata su misura. Sistema maggioritario, per esempio. Fatti fuori quindi gli “estremismi” come li chiama, cioè le minoranze, E un convergere al “centro”, che sarebbe la maggioranza, che di cambiamenti non vuol sentir parlare. Adesso, chi rivendica “democrazia”, non sono i lavoratori dei paesi dove abbiamo esportato le produzioni. Sono gli studentelli diciassettenni di Hong Kong. Cosa rivendicano secondo voi? Che “ideali” hanno? E critichiamo il Partito Comunista Cinese?
    Bene ha fatto ad intervenire in piazza Tienanmen, condividevo in pieno il compagno Sanguineti, che rimpiangiamo caldamente.

  • Riccardo

    Un’analisi precisa sarebbe un resoconto impietoso della morte della sinistra. Sono d’accordo con te, sarebbero molto utili analisi “professionali”, serie. Ma la sinistra ha perso questa “serietà”. Negli anni sessanta e settanta, si respirava aria di impegno. Eravamo tutti “impegnati”. I discorsi che facevamo erano “seri”. E l’impegnato era una persona che passava molto tempo a leggere testi impegnati, per prendere coscienza, per lottare. Ora l’aria è cambiata. Questo articolo è uno dei tanti che chiunque abbia letto i quotidiani negli ultimi tempi può scrivere. Ma il Manifesto segue anche gruppi “impegnati”. Non pubblica solo articoli come questo, zuppe riscaldate, “bislacco”, come ben lo definisce Giacomo. Rendiamoci conto che i gruppi impegnati sono circoli di poche persone. Mancando il “fondo”, come pretendere la “forma”?

  • Riccardo

    Si reclama un’analisi che evidenzi le peculiarità del capitalismo italiano, in raffronto al capitalismo di cui sono esempio gli USA, quindi.
    Un’analisi in tal senso sarebbe interessante. Ma mi sembra che qui si rimpianga il capitalismo tout court, di cui gli USA sono paladini.
    Interessante, che una richiesta di “più capitalismo”, di “capitalismo vero”, venga fatta qui nel sito del Manifesto, un “quotidiano comunista”.
    Mi sembra molto significativo.

  • Riccardo

    Non da oggi, attecchisce, secondo me. L’Italia è stato uno dei primi paesi in Europa ad esportare la produzione, per esempio.
    L’obiettivo della UE è la “società di mercato”, come ben dici. E in Italia il capitalismo ha trovato la strada spianata, dove cioè ognuno fa stato a sé. Non è un caso che la Francia, per esempio, abbia delocalizzato molto molto tempo dopo l’Italia. Le imprese famigliari, là, sono ancora molto forti. Attaccate al territorio. Senso dello stato. Da noi lo stato unitario ha 150 anni, ed ha avuto l’esperienza (unificatrice) del… fascismo.

  • O. Raspanti

    Scusami Riccardo ma non ti seguo. In un altro intervento rimproveri ai redattori del manifesto una certa superficialità di analisi e poi qui chiudi un intervento interessante con un’apologia della Cina e del massacro di piazza Tienanmen, ignorando (o facendo finta d’ignorare) che la Cina fa parte integrante del sistema capitalistico mondiale (e ne è anzi uno dei motori), ha comprato il debito pubblico degli U.S.A. (salvandoli), conta più miliardari che tutti i paesi dell’U.E. messi insieme e che i costi umani del sistema produttivo mondiale attuale grava in maniera pesantissima sulle condizioni dei lavoratori cinesi.
    Mi sembri anche ignorare (o si tratta di una provocazione?) che la storia del manifesto comincia proprio con un’invasione e un massacro: non si capisce bene come, quasi mezzo secolo dopo, questo quotidiano possa essere l’espressione di chi i massacri a freddo, imperialistici, accetta e giustifica.
    Anch’io rimpiango il compagno Sanguineti ma non per le stesse ragioni.

  • http://e-cronaca.blogspot.it/ Massimo D’Agostino

    Mi dispiace di averla delusa signor Riccardo, tuttavia mi sembra che anche l’articolo che ho commentato criticasse questa impostazione dei mass media, i quali vedono l’Italia come una massa di salariati, stile 1919. Noi siamo nel 2014 e molta della nostra conoscenza è stata distrutta. Il capitalismo italiano è stato sempre un compromesso tra più ideologie, che ha, senza volerlo, inglobato per certi versi anche la linea politica del Comecon. Su questo c’è un bellissimo libro di Fabrizio Barca che si chiama proprio “Il capitalismo italiano”. E poi c’è una mia ricerca ancora non pubblicata. Oggi lo Stato italiano… ma che dico oggi, da 21 anni, lo Stato italiano vuole privatizzare. Quindi il tema non può essere che questo: quale capitalismo? Forse per saperlo bisognerebbe conoscere meglio cosa è stato il PCI nella sua evoluzione in politica economica e monetaria. Magari lei mi potrà indicare fonti bibliografiche utili, al riguardo.