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Editoriale

Arriva il sussidio per tutti. Ma è solo un tweet

Continua ad essere grande la confusione intorno al Jobs Act di Matteo Renzi. E la situazione è tutt’altro che eccellente. Veniamo da mesi di dichiarazioni spot, annunci, titoli di un «programma per i lavori». Ai tempi Renzi era solo il nuovo segretario del Pd, con Marianna Madia da lui nominata responsabile per il lavoro. Nel mentre l’ex sindaco di Firenze è riuscito a strappare Palazzo Chigi al suo «amico» Letta e a far diventare Marianna Madia Ministro per la Pubblica amministrazione e la semplificazione del suo neonato Governo. A dimostrazione che quando si tratta di sedersi sulle poltrone si riesce ad accorciare i tempi. Si bruciano tutte le tappe e qualsiasi mossa è legittima. Dalla congiura con sorriso da boy scout, alla distribuzione democristiana dei sottosegretariati. Ma per il tanto declamato Jobs Act ancora niente. Solo altri slogan, possibilmente in 140 caratteri. La politica del lavoro al tempo di Twitter. Mentre la politica lavora per spartirsi i posti. Poi arriva la notizia che la disoccupazione in Italia dilaga. 12,9% di disoccupati. 42,4% tra i giovani under-24.

Peccato che non sia una notizia. È una tendenza inarrestabile che procede dall’inizio della «Grande Crisi». Dal 2008 ad oggi in Italia si sono persi un milione di posti di lavoro. Circa 3 milioni e 300 mila disoccupati. Più del doppio dal gennaio 2007. Peccato anche che tutti gli osservatori confermino, oramai da anni, che anche dinanzi ad una ripresa, non si recupereranno i posti di lavoro persi. E l’Italia non vede neanche il barlume di un qualche ripresa. Ma Matteo Renzi è pronto a digitare il suo tweet: «Ecco perché il primo provvedimento sarà il JobsAct: #lavoltabuona». Di nuovo un proclama. Per fare avverare la profezia?

Eppure il Presidente del Consiglio sa bene che serve qualcosa di più concreto. Ma senza esagerare. Niente misure operative. Fedeli alla politica dell’oralità arrivano un paio di interviste sui quotidiani. Al responsabile economia del Pd Filippo Taddei (La Stampa) e a Stefano Sacchi (La Repubblica), studioso di Welfare, co-autore del libro Flex-insecurity (2009) e, si suppone, consulente del Governo Renzi.

Il dato positivo, a parere di chi scrive, è che ambedue ritengono prioritaria la tutela delle persone più svantaggiate. Si parla di Naspi. Ancora un acronimo. La Nuova Aspi. Per differenziarla da quella introdotta dal Ministro Fornero. Sembrerebbe una universalizzazione del sussidio di disoccupazione, per venire incontro ai milioni di persone escluse dall’attuale sussidio. Finalmente, verrebbe da dire. Ma dalle parole di Taddei si scopre che «la platea dei potenziali beneficiari si allargherebbe di oltre 300mila» lavoratori a progetto, attualmente senza garanzie. Mentre Sacchi aggiunge un altro milione di dipendenti a termine, somministrati, interinali, anche loro fuori dai parametri della severa Riforma Fornero. Insomma i conti non tornano. Anche perché i soldi andrebbero presi dalla Cassa integrazione in deroga. E bisognerebbe dirlo a sindacati e datori di lavoro, fino a oggi intenti a prolungare la Cig in deroga. Senza considerare che rimarrebbero ancora una volta fuori dall’estensione del sussidio lavoratrici e lavoratori autonomi, molti dei quali precipitati in condizioni di progressivo impoverimento. Con fisco e versamenti alla Gestione separata Inps che restano implacabili. Di nuovo un’assenza di equità sociale che mantiene la nostra democrazia fuori da qualsiasi parametro di redistribuzione delle ricchezze in favore delle persone a rischio di esclusione sociale. Con in più un Paese immobile, che precipita quasi in condizione di deflazione, tanta è la mancanza di liquidità economica.

Matteo Renzi sa che i veri interlocutori sono altrove. Il Jobs Act è la riforma da presentare al governo di emergenza attualmente al potere in Europa. Quello di Frau Merkel. Così si rinvia nuovamente tutto a metà marzo, quando il neonato Governo italiano andrà col cappello in mano dall’austera imperatrice d’Europa. A elemosinare qualche sforamento dai rigidi parametri dell’austerity, in cambio della ventilata riforma del lavoro. Si ha come il sentore che lì non basterà un semplice tweet, fosse anche nella lingua di Goethe.