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Editoriale

Perché no

Armi ai Kurdi? Preferiremmo di no. Ed è un no perché l’Italia partecipò nel 2004 alla guerra all’Iraq inventata dagli Stati uniti di George W. Bush che ha prodotto la tragica devastazione che è sotto i nostri occhi

Armi ai kurdi? Preferiremmo di no. Non solo e non tanto perché il fulgido soldato Casini, che non ricordiamo più a quale settore di destra appartenga, è diventato il sostenitore di questa proposta scellerata che in piena estate arriva ad una commissione esteri del parlamento convocata d’urgenza dal governo a pronunciarsi in fretta sull’argomento, anche se l’esito dell’invio di armi appare scontato.

Del resto, così fan tutti nell’Europa del baratro della crisi economica, che non vede come il Medio Oriente sia così strapieno di armi, arrivate spesso a scopo “umanitario”, che la guerra ne è orma il portato quotidiano e sanguinoso. Ma diciamo no in primo luogo perché l’Italia, nella “coalizione dei volenterosi”, ha partecipato nel 2004 alla guerra all’Iraq inventata dagli Stati uniti di Gorge W. Bush che ha prodotto la tragica devastazione che è sotto i nostri occhi. E’ da lì infatti che ha avuto origine la rottura dell’equilibrio iracheno preesistente tra sunniti e sciiti e la scomparsa di fatto dell’Iraq come Stato, frammentato nelle sue fazioni e con un esercito diviso per appartenenza religiosa incapace di fronteggiare la nuova insidia militare e politica rappresentata dallo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), nato in Siria come effetto collaterale del sostegno “umanitario” in armi e consiglieri militari, come già precedentemente in Libia, della coalizione degli “Amici della Siria”, una accolita di partner che vanno dagli Usa all’Arabia saudita, dalla Gran Bretagna alla Turchia, dall’Italia al Qatar.

Anziché le armi bisogna inviare soccorsi davvero umanitari pensando ai civili, ai feriti, ai profughi, ai bambini: cibo, sanitari, ospedali da campo, tendopoli. Senza dimenticare che sostenere militarmente la leadership del Kurdistan del leader Barzani invece dell’esercito di Baghdad rappresenta un sostegno alla spartizione dell’Iraq e all’obiettivo dell’indipendenza di uno stato etnico kurdo. Con l’apertura così del vaso di Pandora della questione kurda nella regione che metterebbe in discussione l’esistenza di Stati unitari come la Turchia, l’Iran e la Siria già ampiamente distrutta. Ma anche perché (resoconti alla mano dei pochi reportage arrivati da quelle zone a metà-fine luglio), quando l’Isil dilagava dalla Siria a sud verso il cuore dell’Iraq, la leadership del Kurdistan iracheno ha semplicemente scelto di farsi da parte e lasciare passare i jihadisti, di stare a guardare l’ulteriore colpo inferto alla flebile unità irachena, quando non è arrivata addirittura ad accordarsi con l’Isil che in quel momento non metteva in discussione il territorio kurdo con i suoi preziosi giacimenti di petrolio. C’erano stragi anche allora ma tutti tacevano, compresi i kurdi. Combattevano lo Stato islamico le poche e male armate milizie del Pkk perché in prima fila e in fuga da troppi nemici, spesso anche dagli stessi peshmerga di Barzani.

Qualcuno adesso ci spieghi per favore il sottile paradosso dell’invio di armi dell’Italia ai kurdi iracheni che, come scambio di potere e concessioni di spazio, faranno combattere al loro posto in prima fila le milizie del Pkk, quando proprio l’Italia ha consegnato nelle mani dell’intelligence americana e alle galere turche il “terrorista” Abdullah Ocalan, leader tutt’ora indiscusso del Pkk. Ecco che torniamo al “terrorismo” a geometria variabile, a seconda degli interessi strategici globali dei potenti della terra.

Si dirà subito che chi dice no all’invio di armi ai peshmerga kurdi chiude gli occhi sulle stragi di cristiani e jihazidi. L’impressione è che ancora una volta la disperazione delle minoranze venga utilizzata a scopi tutt’altro che umanitari. Il papa stesso alza la voce sulla persecuzione dei cristiani – certo più di quanto abbia denunciato lo scempio delle decine di moschee distrutte dai raid israeliani nella Striscia -, ma dice “basta guerra” e ricorda che non si fa “in nome di dio”. Intanto sono in troppi a piangere per le vittime jihazide tutte le lacrime che non hanno versato per le stragi di Gaza. Per la quale nessuno, immaginiamo, sentirebbe l’obbligo morale di chiedere l’invio di armi ai palestinesi chiusi nelle prigioni a cielo aperto di Gaza e Cisgiordania.

I massacri di cristiani – in corso in Iraq da due anni nel silenzio americano della Casa bianca che enfatizzava il suo “miglior ritiro” da una guerra – come quelle della minoranza jihazida sono vere e feroci, ma non vanno enfatizzate e moltiplicate nel resoconto giornalistico, tanto più che nella stampa estera già qualche accorto reporter, a corto di verifiche, comincia a dire “presunte”. A Gaza, a proposito di stragi, per certo hanno celebrato in queste ore più di duemila funerali, per l’80% di bambini, donne e vecchi inermi.

Non è inviando armi, aggiungendo guerra su guerra, che il Medio Oriente sarà pacificato e verrà fermata la mano degli assassini e delle stragi. Se Obama vuole fermare davvero lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante – non è più solo Al Qaeda, questo è un esercito – rompa i rapporti economici che legano gli Stati uniti alle petromonarchie arabe, le stesse che sostengono l’Isil con finanziamenti e armi sofisticate. Sarebbe un momento di verità sulle crisi internazionali capace di cambiare la faccia del mondo e dare l’alt all’avanzata del radicalismo jihadista. Diventato inarrestabile, non lo dimentichiamo, anche grazie alle troppe guerre “umanitarie” occidentali che hanno utilizzato in chiave destabilizzante il terrorista di turno promosso per l’occasione a utile “liberatore”. Confermiamo invece, almeno stavolta, l’articolo 11 della nostra Costituzione che dichiara di “ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle crisi internazionali”.