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Alias Domenica

Ann Petry, tribolazioni di una madre a Harlem

Dal Novecento americano. Luogo di insidie e perdizione senza riscatto, «La strada» che dà il titolo a questo esordio del 1947 è descritta come una entità maligna e proteiforme, tra realismo e deformazione espressionistica: da Mondadori

Ritratto di Jewell Mazique, attivista afroamericana, impiegata presso la Library of Congress, Washington D.C., 1942

Ritratto di Jewell Mazique, attivista afroamericana, impiegata presso la Library of Congress, Washington D.C., 1942

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1946, con un successo di pubblico così travolgente da farne il primo romanzo di un autore afroamericano a superare il milione di copie vendute, e subito tradotto in Italia, per poi sparire dalle nostre librerie e cadere in un oblio ben più che cinquantennale, La strada è il romanzo di esordio di Ann Petry, la sua opera a tutt’oggi più nota. Non l’unica di rilievo, tuttavia, perché seguita da altri, notevoli contributi alla letteratura americana del secondo dopoguerra, tra i quali Country Place, pubblicato nel 1947 e tradotto in Italia con il titolo Tempeste, e soprattutto The Narrows, del 1953, forse il suo libro più complesso e ambizioso.

Ora, grazie soprattutto all’impegno personale di Tayari Jones, tra le esponenti di maggior successo di quella che si direbbe una vera e propria nouvelle vague della narrativa afroamericana al femminile, Petry è tornata al centro del dibattito culturale ed è stata reclamata come snodo fondamentale in un percorso alternativo o quanto meno complementare rispetto a quello che, dall’autobiografia di Frederick Douglass ai grandi saggi di W.E.B. Du Bois, dai maestri del cosiddetto Rinascimento di Harlem ai maestri Richard Wright e Ralph Ellison, era stato un canone essenzialmente maschile. La nuova edizione della Strada, con un’interessante introduzione proprio di Tayari Jones, è ora disponibile da Mondadori, nella nuova traduzione (davvero eccellente) di Manuela Faimali (pp. 378, € 20,00) e offre l’occasione per riflettere sull’attualità della scrittura di Petry, o quanto meno sulla sua capacità, dopo più di settant’anni, di resistere all’usura del tempo.

Inevitabile catena di eventi
Il romanzo è centrato su una protagonista femminile di insolita forza e grazia: Lutie Johnson, che nel primo capitolo vediamo aggirarsi per la 116ma strada, nel cuore di una Harlem molto lontana ormai dal proprio Rinascimento, in cerca di un appartamento dove trasferirsi con il figlio Bub, di soli otto anni. Lutie è reduce da una catena di eventi che – la storia e la sociologia insegnano – contraddistingueva e contraddistingue tuttora la vita di molte donne afroamericane: ha accettato un lavoro come nanny per una ricca famiglia bianca del Connecticut, per guadagnare il denaro necessario a mantenere il figlio e il marito disoccupato, con l’unico risultato di ritrovarsi con il compagno in fuga, a caccia di conferme della propria virilità ferita, e con un padre alcolista e dissoluto dentro casa.

A Lutie non resta che cercare un nuovo posto dove vivere insieme a suo figlio, ma nella piena consapevolezza dei suoi limitati mezzi di sussistenza, che non le consentiranno se non un appartamento misero, spoglio, senza luce, in un palazzo sporco nel quale si incrociano vite sempre a un passo dalla rovina e dalla bancarotta, materiale e morale.

Il romanzo di Petry è costruito con una padronanza di scene e tempi narrativi stupefacente per un’autrice agli esordi: basti pensare alla progressione dei primi tre capitoli, dedicati rispettivamente alla visita nel palazzo dove Lutie si trasferirà, al periodo trascorso in Connecticut dai Chandler – famiglia bianca ricca, sostanzialmente liberal e dunque tanto più insidiosa nel suo razzismo gentile e strisciante – e ai primi tentativi di tenere Bub lontano dalla strada, dai suoi rischi e dalle sue tentazioni.

Non meno efficace è la descrizione dei personaggi intorno a Lutie, primo fra tutti il custode del palazzo, Jones, vero e proprio uomo del sottosuolo che così appare, la prima volta, agli occhi della protagonista: «L’uomo era alto e macilento, e torreggiava sulla soglia guardandola. Non è colpa della luce pessima, pensò. Né della mia immaginazione. Dopo la prima occhiata rapida e furtiva, infatti, lo sguardo dell’uomo si era riempito di una brama così pressante che di colpo Lutie aveva paura di lui e di mostrargli la propria paura».

La brama di Jones si tramuterà effettivamente in una minaccia costante per Lutie, e verrà ben presto affiancata da altri sguardi, non meno determinati nel trasformarla in oggetto e nel reclamarne il possesso: quello di Boots Smith, il musicista con il viso solcato da una cicatrice che tenta di lusingarla promettendole una carriera come cantante, o quello di Junto, il proprietario del bar ristorante attorno al quale ruota la vita del quartiere, tanto grigio quanto potente, e pronto a quasi tutto pur di averla.
Se gli uomini che circondano Lutie le offrono solo l’illusione di una carriera onesta, che le consenta di raggiungere il benessere e abbandonare lo squallore del suo appartamento, e se la solidarietà femminile è affidata esclusivamente allo sguardo disincantato e crudele della signora Hedges, la donna che vive al pianterreno del palazzo, dove ha installato un bordello a gestione famigliare, il vero nemico, l’unico al quale sembra impossibile sottrarsi, è il personaggio insieme immateriale e concretissimo che dà il titolo al romanzo: la strada. Entità maligna e proteiforme, luogo di insidie e perdizione senza riscatto, la strada è descritta in un’alternanza di realismo minuto e deformazione espressionistica che deve molto ad alcuni grandi modelli del naturalismo d’oltreoceano, e prima di tutto allo Stephen Crane di Maggie: ragazza di strada. Un esempio tra tanti: l’incipit del sesto capitolo, nel quale Lutie si reca al Junto Bar and Grill, dove incontrerà per la prima volta Boots Smith: «C’era sempre calca davanti al Junto Bar and Grill sulla 116th Street. Perché in inverno la strada era fredda. Il vento sollevava la neve formando grossi cumuli lungo il marciapiede che restavano lì per settimane, annerendosi via via di fuliggine finché non sembrava più neve ma una sorta di eruzione nera proveniente dalla strada stessa».

Tra «Belles lettres» e pulp
«Eruzione nera» può essere anche la formula per descrivere il romanzo e il suo impatto sulla cultura americana, negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. E di noir parla insistentemente Tayari Jones nella sua introduzione, sottolineando come La strada incarni «molte convenzioni della letteratura poliziesca» e come «attraversando il confine tra belles lettres e pulp», Ann Petry si possa considerare «una pioniera del thriller letterario, genere reso popolare dalla sua contemporanea Patricia Highsmith».

In realtà, nel romanzo di Petry, sulle coordinate di genere in senso stretto prevale un forte afflato sociale, e la capacità di esplorare, in modo inusitato per i suoi anni, la precarietà esistenziale, il coraggio e la resilienza delle donne nere. Se dunque di affinità con il noir coevo (e con alcuni romanzi memorabili di quegli anni, come La notte e la città, di Gerald Kersh) si può parlare, è per la capacità di raccogliere il testimone della tranche de vie naturalista e di farne lo scandaglio con cui esplorare un mondo urbano segnato dal conflitto e dall’ineluttabilità del crimine.


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