Il brutale assassinio di Bruno Pereira e Dom Phillips, avvenuto nello Stato brasiliano di Amazonas, ha portato alla luce l’attività predatoria che imperversa nella Vale do Javari, la regione con il più alto numero di popoli isolati del mondo. Ma per il vice presidente Hamilton Mourao, che ha la delega per l’Amazzonia, tutto è riconducibile a qualche bicchiere di troppo.

«Si tratta di una morte stupida, avvenuta di domenica quando si beve, come accade nelle periferie delle grandi città. Le persone coinvolte sono povera gente che vive di pesca per migliorare le condizioni di vita», ha dichiarato dopo la confessione degli assassini, il ritrovamento dei corpi delle due vittime e della barca su cui viaggiavano. Né ha mancato di dire che l’obiettivo era Bruno, mentre per Dom si è trattato di «un danno collaterale».

LA REALTÀ è ben diversa. L’agguato è stato premeditato ed eseguito con ferocia. L’imbarcazione di Pereira e Phillips, con il suo motore di 40 hp, non è riuscita a sottrarsi all’inseguimento degli assassini che hanno impiegato fucili da caccia per colpire i due uomini. L’indigenista è stato raggiunto da tre colpi, di cui uno al volto per sfigurarlo, il giornalista inglese da un colpo a torace e addome.

L’allarme sulla scomparsa, che la comunità indigena aveva lanciato già nella serata di domenica 5 giugno, non è stato raccolto. Le ricerche sono partite con ventiquattro ore di ritardo, consentendo agli autori del delitto di muoversi in tutta sicurezza, affondare la barca con sei sacchi di sabbia, trasportare il giorno dopo i corpi nella foresta, farli a pezzi, bruciarli e sotterrarli.

Bruno e Dom dovevano sparire per sempre senza lasciare traccia. Se i loro corpi sono stati ritrovati si deve, soprattutto, all’impegno degli indigeni che hanno guidato i gruppi di ricerca, analizzando il territorio e cogliendo ogni indizio del passaggio degli assassini.

Sit-in a Brasilia per Bruno Pereira e Dom Phillips (Ap/Eraldo Peres)

«Bruno e Dom hanno lottato per noi e ora lottiamo per loro», continuano a ripetere gli indigeni, rigettando tutte le posizioni volte a ridimensionare quanto accaduto. Sono otto attualmente gli indagati, di cui tre in stato di arresto, accusati di aver preso parte alla criminale operazione. Ma quali sono le attività illecite che venivano contrastate da Pereira e che Phillips documentava da anni?

LA VALE DO JAVARI, per la sua posizione geografica, sulla triplice frontiera di Brasile, Perù e Colombia, attrae attività criminali di vario tipo: furto di legname, caccia e pesca illegali, ricerca di minerali, grilagem, traffico di droga. Secondo l’Unione dei popoli indigeni della Vale do Javari, nella regione operano saccheggiatori professionali e la pesca illegale è l’attività più redditizia.

In questi ultimi anni almeno sei gruppi di pescatori illegali hanno imperversato nei fiumi Itaquaì e Ituì, che attraversano il territorio indigeno. Le imbarcazioni utilizzate, lunghe fino a tredici metri e in grado di trasportare fino a dodici tonnellate di pesce, sono composte da sei-otto persone sempre armate e che non perdono occasione di esibire le loro armi. Le battute di pesca si protraggono per 15-20 giorni e avvengono con grandi scorte di ghiaccio e sale per conservare il pescato che finisce al mercato illegale di Atalaia do Norte.

L’ultima attività di controllo, svolta il 12 aprile scorso dal gruppo di vigilanza indigeno con la presenza di Pereira, aveva registrato l’attività contemporanea di cinque imbarcazioni nella zona di confluenza dei due fiumi. Le richieste di intervento fatte alle autorità locali non avevano prodotto alcun risultato.

L’unico tipo di pesca autorizzato nella Vale do Javari è quella che serve all’alimentazione dei ribeirinhos (comunità fluviali). La pesca commerciale, invece, si è estesa su larga scala, determinando l’impoverimento dei corsi d’acqua e devastazioni ambientali. Il pirarucu è uno dei maggiori pesci di acqua dolce ed è protetto dal 1980, con periodi di ferma nella fase riproduttiva. Questo non ha impedito una pesca incontrollata nella regione e il commercio verso la Colombia attraverso la città di frontiera di Leticia.

LE ATTIVITÀ di controllo sono scarse e i pochi operatori della Funai non sono in grado di sanzionare le attività illegali. Durante il governo Bolsonaro gli organismi di controllo hanno rilevato nei cinque municipi della regione della Vale do Javari solamente quattro episodi illegali di pesca, trasporto e vendita di pirarucu, due nel 2019 e due nel 2022. Un altro pesce di acqua dolce, il piracatinga, viene pescato illegalmente, nonostante si tratti di specie protetta dal 2015. Non è apprezzato dalle comunità di pescatori dell’Amazzonia, ma ha un mercato in Colombia e la sua cattura serve a soddisfare la domanda oltre confine.

Ma per pescare il piracatinga viene utilizzata come esca la carne del boto, il delfino rosa dell’Amazzonia, la più grande specie di cetaceo di acqua dolce. Il boto rappresenta uno dei segni distintivi dell’Amazzonia e gli indigeni lo considerano un animale sacro, ma la sua sopravvivenza è a rischio a causa della pesca scellerata che viene condotta. Bruno Pereira e le comunità indigene cercavano di contenere i disastri derivanti dalla pesca illegale, sempre più inserita in uno schema di riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di droga, secondo le dichiarazioni dell’Unione dei popoli della Vale do Javari.

IN QUESTO REMOTO angolo dell’Amazzonia la violenza ha finito per prendere il sopravvento e chiunque alzasse la testa doveva pagare con la vita. Altro che una «briga», una lite, degenerata a causa dell’alcol. La morte di Bruno e Dom ha ridestato molte coscienze in Brasile e nel resto del mondo, rivelando senza equivoci la politica del governo di Jair Bolsonaro in Amazzonia e la presenza del crimine organizzato nelle terre indigene.

«Quello che sta accadendo in Amazzonia non è una omissione, ma un progetto che vede le aree protette come fonte di lucro, in una politica di morte non solo dei popoli indigeni e dei loro difensori, ma anche della foresta», afferma Aiala Couto, geografo e ricercatore del Forum brasiliano di sicurezza pubblica. Dopo l’assassinio di Bruno e Dom la questione ambientale ha guadagnato spazio in Brasile e nel documento di 121 punti che contiene il programma elettorale dell’ex presidente Lula e dei partiti che lo sostengono.

NELL’ULTIMA VERSIONE, presentata il 21 giugno scorso a San Paolo, si legge che «l’attività illegale sarà duramente combattuta e lo sviluppo economico e la sostenibilità socio-ambientale devono andare di pari passo». Un percorso difficile quello di difendere le popolazioni e i territori amazzonici.
«La nostra forza è il non aver paura», ripetono gli indigeni di fronte all’assalto che stanno subendo.