closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

All’ultimo stadio

Virginia Raggi

Se avesse accettato le dimissioni che Paolo Berdini ieri le ha offerto insieme alle scuse per le improvvide confidenze rese a un giornalista, Virginia Raggi avrebbe provocato l’infarto della sua amministrazione. Avrebbe perso di botto il cuore, la ragione sociale del governo cittadino, l’uomo scelto a guardia della speculazione edilizia, lo stimato urbanista che per tutta la vita ha combattuto lo strapotere della rendita immobiliare che assedia la città da sempre.

«Siamo un paese in cui lo Stato non ha la forza e l’autorità per far rispettare le leggi, a partire dai piani urbanistici, e cioè le regole che disegnano il futuro delle città» scriveva Berdini all’indomani del terzo condono fiscale, nell’anno 2009 del regno berlusconiano. Così è ancora oggi in Italia e nella città, Roma, che ha trovato la parola per dirlo: palazzinari.

Il ricco boccone mediatico che l’assessore, con le sue confidenze su Raggi e dintorni, ha offerto al giornalista della Stampa gioca a oscurare la materia ben più incandescente che rischia di terremotare la giunta capitolina: la battaglia contro l’ultimo arrembaggio. La battaglia dello stadio. E alla sindaca di Roma non sarebbero bastati tutti i fiori inviati dai suoi simpatizzanti in Campidoglio per sostituire il fiore all’occhiello della propria giunta, quell’assessore che, a certe latitudini amministrative, vale quanto un sindaco. In una partita che è, in tutta evidenza, di rilievo nazionale.

Se Paolo Berdini dovesse lasciare l’ufficio sarà perché questa partita l’ha persa. Se alla fine se ne andrà sarà perché i palazzinari useranno il grimaldello dello stadio per allagare di cemento un altro pezzo di agro romano, senza strade, senza luci, senza servizi. Come ogni periferia conosce.

E nemmeno è facile appiccicargli l’etichetta del «signor no» perché, tanto per restare ai fatti, nell’accesa discussione sulle Olimpiadi, l’assessore era a favore dei giochi con un altro progetto e insisteva a dire che c’era tutto il tempo per provarci. Ma Raggi chiuse, disse no. Berdini era per il referendum proposto dai radicali, ma Raggi infilò una serie di sì, ni, e alla fine no.

Certo, in una squadra come quella dei 5Stelle, dove se qualcuno parla è per sputare veleno contro altri pentastellati, e se qualcuno tace è perché c’è il coprifuoco imposto dal comandante-garante, non è facile fare l’assessore indipendente all’urbanistica. Specialmente se un uomo di conoscenza e esperienza accetta di entrare in una squadra grillina ricca di persone inesperte, preparate soprattutto alla guerra contro il mondo sporco e cattivo, quel mondo che milioni di elettori gli avrebbero chiesto di provare a ripulire da malgoverno e corruzione senz’altro, ma per amministrarlo con serietà e competenza. Conversando in modo confidenziale con il giornalista Berdini ha detto quello che tutti pensano e vedono.

Infine. Nella violenta campagna giornalistica contro la sindaca, infarcita (non stupisce), di sessismo e misoginia, hanno giocato appartenenze editoriali, lobby affaristiche, strumentalizzazioni politiche. Il giorno dopo le elezioni sontuosi editoriali venivano spesi per misurare le buche delle strade romane, in un crescendo sproporzionato e ad personam («fatina» «bambolina» «mammina») che alla fine rimbalzava come un boomerang proprio sulle grandi e piccole firme che peraltro, secondo i sondaggi, suscitavano la reazione opposta nell’elettorato grillino.

Come avvenne del resto con la forsennata campagna contro gli scontrini del sindaco Marino, indicato, proprio come ora Raggi, sentina di ogni male, pozzo senza fondo di incompetenza, da abbattere in ogni modo, anche a costo della penosa trafila dei consiglieri Pd precettati dal commissario Orfini per la firma dal notaio.

Sulla testa della sindaca pende ora lo spadone giudiziario e non sappiamo come andrà a finire. Sappiamo che non di accuse di tangenti e malaffare si tratta, ma di abuso d’ufficio e di nomine. Sappiamo però che la città ha un disperato bisogno di essere governata e confidiamo in un esito trasparente e rapido delle inchieste. Per tornare non a riveder le stelle, ma a parlare di scelte politiche.