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Cultura

Alain Supiot, il lavoro mutante intrecciato alla vita

L'intervista. Parla il docente del Collège de France, tra i giuristi più noti al mondo. «La proposta di un "nuovo statuto" traduce l’idea che il compromesso fordista - basato su sicurezza in cambio di obbedienza - sia diventato obsoleto a causa del neoliberismo». «Parlo di "governo attraverso i numeri": il mondo guidato dagli algoritmi descritto da Ken Loach in "Sorry, We Missed You"»

Jean Tinguely, «Parade of Machines», 1960

Jean Tinguely, «Parade of Machines», 1960

Oggi non si parla più di lavoro ma di un’occupazione da rendere più adattabile all’impresa. Tuttavia il concetto di lavoro è più ampio, non dipende dalle statistiche ma dall’esperienza di chi lo fa e possiede una forza lavoro. Una vera riforma del diritto in questo campo dovrebbe lasciare esprimere la libertà e la responsabilità nei modi in cui viviamo, dentro e oltre le occupazioni precarie. Per questo, oggi, si pensa a uno «statuto del lavoro al di là dell’impiego». La formula è stata coniata negli anni Novanta dello scorso secolo da Alain Supiot, uno dei giuristi più noti al mondo, professore al Collège de France. La sua necessità è sempre più attuale. Ne abbiamo ragionato con lui in un’intervista realizzata all’ambasciata francese a Roma dove si trovava per una conferenza con Dominique Méda e Ota De Leonardis.

Alain Supiot

Siamo abituati a pensare che il contratto di lavoro sia la chiave per aprire la porta della cittadinanza. È proprio così?
Il contratto di lavoro è un compromesso diffuso in tutti i paesi che stabilisce una permuta: noi ci sottomettiamo in cambio di una certa sicurezza fisica e economica. La sua formula riassume anche quella dello Stato sociale che promette un continuo miglioramento del livello di vita nei limiti dello sfruttamento e dell’oppressione. Da quando la politica l’ha formalizzata è stata pilotata da indicatori come il prodotto interno lordo o il coefficiente Gini che misura la diseguaglianza.
Il compromesso ha ridotto il perimetro della giustizia sociale a uno scambio tra quantità di denaro contro quella del tempo e, in più, qualche libertà collettiva, ad esempio quella sindacale. Il contratto di lavoro è stato un mezzo per garantire la continuità di un equilibrio ma il problema del senso del lavoro è stato evacuato dalla società e ciò ha provocato conflitti. Oggi siamo obbligati ad affrontare di nuovo questo problema a causa di ciò che correntemente è definito neoliberismo, una politica che ha portato a un cambiamento di paradigma che ho definito «governo attraverso i numeri».

Cosa può significare?
Questo governo è l’esito del passaggio dall’immaginario della subordinazione a quello della programmazione. Ogni epoca è portatrice di un immaginario che influenza il diritto, la politica, l’arte, la scienza e la rappresentazione globale del mondo. L’invenzione della prospettiva è avvenuta mentre si creava quella della sovranità ed è continuata nella prima rivoluzione industriale. Nella seconda si è affermato invece un immaginario ispirato alla fisica, fatto di pesi e di misure. Il mondo è stato concepito come un grande orologio. In quello cristiano si installavano orologi nei monumenti di culto. L’orologio rappresentava un ordine del mondo e gli esseri umani sono i re di questo orologio. Il grande orologiaio è Dio. Con le rivoluzioni del XVIII secolo Dio scompare, ma sulla scena è restato l’orologio e l’idea di un mondo sottomesso alle sue leggi meccaniche. Il diritto ha concepito lo Stato in maniera gerarchica. Così è stato fatto anche nell’impresa fordista. Ciò ha cambiato il rapporto con il lavoro. Il lavoratore è concepito come un meccanismo: è quello mostrato in maniera geniale nei film di Chaplin o di Fritz Lang.

Quale artista ha rappresentato il nuovo immaginario?
Ken Loach quando racconta il lavoratore uberizzato, guidato dagli algoritmi delle piattaforme digitali. Più che leggere articoli, basta vedere un film come Sorry, We Missed You per capire tutto. Questo immaginario cibernetico è l’esito di un processo iniziato dopo la Seconda guerra mondiale. Il mondo non è più visto come un sistema di masse e di energie, ma come macchine che comunicano tra di loro.
Questa organizzazione inizia con lo sviluppo delle nuove tecnologie quando Norbert Wiener parlava di cibernetica e il papa del nuovo management Peter Drucker agiva nello stesso orizzonte. Erano persone piene di buoni sentimenti, grandi menti che pensavano di avere trovato le formule che avrebbero liberato gli esseri umani. Non avrebbero più obbedito a ordini ma realizzato un programma. L’ideale è quello del pilota automatico ed è stato applicato alla biologia o alla genetica. Gli esseri viventi, gli uomini e le macchine sono concepiti come dispositivi informazionali che ricevono dati dall’ambiente e sono capaci di retroagire con un feedback su chi riceve queste informazioni. In questo modo, si realizza un programma.

In questo contesto cosa significa creare uno statuto del lavoro al di là dell’impiego?
Quando ho coniato questa formula era chiaro che il compromesso fordista sulla sicurezza in cambio dell’obbedienza non era più rispettato a causa della politica neoliberale che chiedeva l’obbedienza senza dare in cambio la sicurezza. È il regime in cui viviamo oggi, salvo in paesi come la Cina dove c’è uno Stato autoritario che compra la pace sociale con il progresso della ricchezza.
È un fordismo su scala imperiale. Nei paesi occidentali la formula «tu ti assoggetti e io ti prometto che domani avrai un lavoro e una casa» non funziona più. Ciò che funziona è il management della paura del declassamento. Contro la disoccupazione è stato sperimentato tutto, ma la ricetta applicata è stata la flessibilità del lavoro che significa: degradiamo il lavoro affinché tutti possano averne uno pessimo. Bisogna invece riprendere il problema del lavoro, in modo globale e non limitatamente a quello salariato, per disegnare un nuovo statuto per il XXI secolo. Serve uno statuto che permetta la circolazione delle esperienze umane sia sul lavoro che nella sfera non mercificata della vita.È un’istituzione fondamentale per evitare di continuare a distruggere le relazioni imponendo il fantasma di un lavoro sempre disponibile 24 ore su 24.

In che modo si può rilanciare il progetto?
Ripartendo dalla condizione dei lavoratori che, durante la pandemia, erano nell’oscurità ma ci hanno permesso di sopravvivere nei vari lockdown: rider, infermieri, facchini, operai, cassieri o idraulici. In Francia sono stati chiamati «gli ultimi della corvée». Un’espressione ironica che ha rovesciato quella usata dal presidente Macron, che è un po’ il nostro Tony Blair, quando ha presentato una flat tax sui patrimoni sostenendo che avrebbe liberato le risorse dei «primi della cordata» (premier de cordée, ndr.) che scalano una montagna. Quelli in prima linea le avrebbero così investite verso il basso. È la solita idea della trickle down economy dei neoliberali, che non ha mai funzionato. Nell’immaginario cibernetico ciò che è valorizzato è il lavoro sui segni, quello che Robert Reich ha chiamato «manipolatori dei simboli», ma non quello di chi lavora a contatto con le persone e le cose che non hanno spazio nell’immaginario.

Salvo poi scoprire che entrambi si trovano nella stessa condizione…
Infatti. Tutti oggi si preoccupano dello smart working, ma non di chi vive come un servo in una nuovo feudalesimo economico. Il servaggio è la conseguenza dell’accecamento creato dal governo attraverso i numeri. I lavoratori uberizzati incarnano gli effetti dell’idea di un pilota automatico. Tutte le catene del valore e della produzione ora seguono la logica di un nuovo feudalesimo fatto da una rete di subappalti. Queste sono catene dell’irresponsabilità. Se una fabbrica esplode in Bangladesh l’azienda capofila della rete non si sente coinvolta dalla morte del suo vassallo. È necessario riportare l’industria al suo mestiere principale. Anche nel pubblico va fatto. Un ospedale deve curare, non appaltare le mansioni a persone trattate come «intoccabili», i più deboli, le donne, gli immigrati: individui imprigionati in un mestiere e condannati a farlo per sempre. Sarebbe fondamentale, invece, essere liberi di svolgere più attività e non essere obbligati a farne una per sopravvivere.

In Francia molti infermieri stanno lasciando il loro impiego dicendo che non vogliono curare un algoritmo, ma i loro pazienti. È da questo che bisogna liberarsi?
Sì, è una definizione che riassume perfettamente il nostro discorso. Questa logica del lavoro non permette di porci la domanda sul perché lavoriamo e su cosa lavoriamo. È fondamentale per tutti, anche per i giovani che più di altri si pongono il problema dell’ecologia. Ci troviamo in un mondo in cui nessuno si interroga sul senso dell’azione umana. Bisogna riaprire la negoziazione collettiva oltre il prezzo e il tempo di lavoro.
Oggi il salariato non può dire nulla sui prodotti inquinanti. Lo stesso datore di lavoro, con la corporate governance, non ha più come obiettivo il prodotto che fabbrica ma il profitto dei suoi finanziatori. Le Big Pharma fanno lo stesso: vendono medicinali inaccessibili alla popolazione mondiale perché fanno gli interessi degli azionisti. La domanda sul senso dell’azione va reinserita massicciamente nell’attività produttiva, nel rapporto con i lavoratori e nel diritto societario.

Lei è stato un amico di Bruno Trentin, già segretario della Cgil, un dirigente sindacale di grande spessore intellettuale e umano. Come lo ha conosciuto?
Nella mia vita ho conosciuto diverse generazioni che si sono occupate di lavoro. In quella che mi ha preceduto Bruno brilla di luce propria. Ci siamo conosciuti a Madrid quando presiedevo un gruppo di ricerca sul futuro del lavoro per la Commissione Europea. Abbiamo simpatizzato subito. Sono venuto a trovarlo a Roma, lui è venuto da me a Nantes. C’è stato tra di noi un intenso e profondo scambio.

Le ha mai parlato del giorno in cui, da segretario della Cgil, cofirmò l’accordo tra sindacati e governo che pose fine al meccanismo della scala mobile? Quella decisione fu così sofferta da portarlo alle dimissioni nello stesso giorno della firma dell’accordo, il 31 luglio 1992.
Bruno è sempre stato molto rispettoso dei suoi vecchi compagni del sindacato, ma non ha mai rinunciato a criticare la rinuncia della sinistra a creare un altro orizzonte rispetto a quello che Gramsci ha chiamato il trasformismo, quando molti preferiscono adattarsi al presente invece di aprire nuovi orizzonti sull’avvenire. Me ne parlava spesso. Erano gli anni in cui era deputato europeo (1999-2004). Penso che questa storia sia stata per lui un’esperienza amara perché ha constatato che il movimento si era messo a rimorchio delle tesi neoliberali. Questo lo faceva soffrire profondamente. Nel 2012 ho fatto conoscere al lettore francese il suo La città del lavoro, pubblicato in Italia nel 1997. Un libro che ha creato una nuova consapevolezza nel sindacalismo del mio paese. Trentin non intendeva solo difendere le conquiste delle lotte sociali, ma si preoccupava di aprire nuovi orizzonti senza i quali non esiste un’azione. In greco l’orizzonte indica sia il limite che l’oltre. Per un giurista come me questo significa che è possibile pensare che un altro mondo è possibile ma che, allo stesso tempo, bisogna avere coscienza del limite.

Bibliografia ragionata

Alain Supiot insegna al Collège de France ed è uno dei giuristi più noti al mondo. Tra i suoi libri in italiano «La sovranità del limite» (Mimesis), «Perché lavoro?» (Fondazione Feltrinelli, con R. Sennett e A. Honneth), «Lo spirito di Filadelfia» (Et Al.), «Homo Juridicus» (Bruno Mondadori), «Critica del diritto del lavoro» (Teleconsul). In francese segnaliamo il fondamentale «La gouvernance par les nombres» (Fayard).

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