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Al via la campagna elettorale, tra violenze e divisioni interne

Miliziani di Al Quaeda a Falluja

Miliziani di Al Quaeda a Falluja

A meno di un mese dalle elezioni parlamentari (in programma il 30 aprile), l’Iraq è stretto nella morsa di una violenta divisione interna. A Sud di Baghdad un gruppo di miliziani ha attaccato il quartier generale di un battaglione dell’esercito iracheno: almeno 12 i soldati uccisi, 40 le vittime tra i miliziani dopo lo scontro a fuoco con le forze irachene.

Non è ancora chiara l’appartenenza del commando, ma probabilmente si tratta di un gruppo della galassia sempre più numerosa di sunniti islamisti. Sul piano politico, il premier Nouri al-Maliki, al potere dal 2006, sarà probabilmente rieletto con maggioranza relativa e quindi costretto a formare un nuovo governo di coalizione come il precedente, premendo sull’acceleratore della minaccia alla sicurezza. Pochi gli ostacoli politici, vista la debolezza del diviso spettro delle opposizioni, da Iraqiyya (in passato l’avversario più temibile) agli altri piccoli partiti sunniti.

Due giorni fa la campagna elettorale è stata ufficialmente aperta, dopo il ritiro delle dimissioni della Commissione elettorale che aveva denunciato interferenze politiche e giudiziarie e l’estromissione di alcuni candidati, tra cui l’ex ministro delle Finanze al-Issawi e membri del partito Baath. A monte una legge che impedisce la candidatura di persone «di non buona reputazione».

E se la strada verso la riconferma appare lastricata di speranze per il premier sciita, i pericoli maggiori potrebbero giungere dalla fazioni sciite, nonostante l’improvviso ritiro dalla scena politica del potente avversario Muqdata Al Sadr, da sempre oppositore dell’esecutivo messo in piedi da Washington negli anni dell’occupazione militare.

L’uscita di scena ha generato non poca confusione tra i 40 parlamentari del blocco sadrista Ahrar, ma non significa il totale abbandono dell’arena politica.

Probabile obiettivo è mostrare la propria compagine politica come unico bastione contro la corruzione che dilania il Paese e di cui Maliki è il volto. Ahrar ha infatti annunciato la partecipazione alle elezioni, mentre Al Sadr invitava gli iracheni a presentarsi alle urne.

Non sono pochi quelli che leggono nell’annuncio a sorpresa di Al Sadr un’ottima campagna di marketing: fingere un ritiro per mostrarsi come l’unico politico pulito nel mare del clientelismo iracheno.

La stabilità interna resterà un miraggio e il timore è un crollo della partecipazione al voto nelle aree dove le violenze settarie colpiscono con più forza. Anbar è una di queste: la regione occidentale irachena, roccaforte sunnita e focolaio critico fin dai tempi di Saddam Hussein, è da mesi teatro di un durissimo scontro tra forze governative e milizie islamiste.

Sul campo le città di Fallujah e Ramadi hanno visto l’avanzata dell’Isil, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, formazione qaedista che ha assunto il controllo di parte della regione. Il governo Maliki ha risposto con l’esercito, sostenuto dalle milizie delle tribù sunnite locali, più intimorite dall’avanzamento di Al Qaeda che dalle politiche governative. Oltre 300mila civili sono fuggiti da Anbar, Fallujah e Ramadi sono oggi città fantasma. I primi attriti cominciano però ad apparire nella temporanea alleanza tra tribù e governo: due settimane fa il Consiglio delle Tribù di Anbar ha chiesto il ritiro delle truppe governative, come passo verso la soluzione diplomatica del conflitto nella regione.

Alla voce dei capi tribali si è unita quella del Consiglio dei Governatorati della regione, che accusa il governo di bombardamenti e di una crisi umanitaria con pochi precedenti.

A impedire l’avvio di un percorso di stabilizzazione interna sonole aspre divisioni tra comunità sciita e sunnita. Delle 18 province irachene sono 12 quelle in aperto conflitto con Baghdad. A muovere le opposizioni sunnite e i movimenti di protesta antigovernativi è la politica di centralizzazione del potere avviata da Maliki. La risposta dei gruppi armati si è concretizzata negli attacchi terroristici che insanguinano tutto il Paese: il 2013 è stato l’anno più cruento dall’occupazione statunitense, con un bilancio di 9mila iracheni uccisi. E il 2014 non pare da meno: i primi tre mesi dell’anno si chiudono con almeno 2mila vittime.

Alla divisione tra sunniti e sciiti si aggiungono i desideri separatisti del Kurdistan iracheno che da anni combatte per la creazione di un governo regionale autonomo da Baghdad. La più recente reazione dell’esecutivo è stata la sospensione dei finanziamenti federali, come forma punitiva per la firma di contratti di vendita di petrolio all’estero da parte delle autorità curde.


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