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Al governo mancano 30 miliardi

Economia/Def. I prossimi appuntamenti economici sono europei e nazionali. Non parte bene la discussione sul «Green New Deal»: le risorse non dovrebbero uscire dai bilanci pubblici nazionali

Illustrazione di Andrea Bersani

Illustrazione di Andrea Bersani

Sebbene vi sia una particolare sensibilità politica rispetto alla solidità del governo, questa sensibilità è residuale rispetto alle questioni economiche e sociali che dobbiamo affrontare. Nonostante siano i prossimi appuntamenti europei e nazionali in agenda.

Da un lato ci sono i temi europei che possono modificare in meglio o in peggio le politiche economiche nazionali (Patto di Stabilità e Sviluppo e Green New Deal); dall’altro lato il governo è impegnato: 1) nella riforma del sistema fiscale nazionale, 2) nella riforma previdenziale, 3) nella politica industriale. Annessa c’è l’improrogabile riforma della Pubblica Amministrazione, ovvero la necessità di un ringiovanimento del personale di portata storica, unitamente all’adeguamento numerico del personale di almeno 1 milione di persone.

SONO TEMI delicatissimi, tanto più che la regola del meno 1% di minore crescita del Pil nazionale rispetto alla media europea è una costante lunga 20 anni. Questi oggetti entreranno nel Documento Economico Finanziaria di aprile, nel mentre le commissioni di studio presso il Ministero dell’Economia lavorano per delineare la delega fiscale, la riforma delle agevolazioni fiscali, così come il ministero del Lavoro ha avviato i lavori per la riforma previdenziale e, auspicabilmente, della riforma del mercato del lavoro dopo la bocciatura europea del Jobs Act.

PROSEGUENDO con ordine, il primo appuntamento è legato all’Europa. Con l’insediamento della nuova Commissione europea è cominciata la riflessione sul nuovo quadro finanziario legato al Patto di Stabilità e Sviluppo e alle risorse destinate al Green New Deal. Non parte bene la discussione: il bilancio europeo rimarrà una frazione di quanto sarebbe necessario per affrontare le grandi questioni economiche; la proposta è di diminuirlo, mantenendolo più o meno all’1% del Pil; dall’altra la riforma del Patto di Stabilità non solo non considera la Golden Rule ambientale, ma dalle prime avvisaglie sembra prevalere la necessità di controllare la dinamica della spesa in rapporto al Pil. Se il Green New Deal e la digitalizzazione sono strategici per la Commissione, queste risorse devono uscire dal braccio preventivo dei bilanci pubblici nazionali. Altrimenti, le suggestioni europee sono solo parole; i così detti 1.000 mld non sono altro che partite di giro del bilancio europeo, in più legati a filo doppio con il leverage finanziario. Inoltre, queste risorse, più che creare un nuovo paradigma tecno-economico green, affiancano le decisioni di mercato delle imprese più o meno consapevoli della sfida.

LA PARTITA interna è, se possibile, ancora più ingarbugliata: riforma fiscale, previdenziale, lavoro e sviluppo si prestano a diverse interpretazioni. Al netto della discutibile idea “meno tasse-più sviluppo”, che ha pervaso soggetti insospettabili, il governo deve considerare quale sia il livello adeguato di spesa pubblica per far fronte alle sue prerogative. Possiamo ben ingegnarci con la spending review, ma allo Stato mancano non meno di 30 mld se vuole essere di una qualche utilità per l’economia e la società nel suo insieme.

SE DOBBIAMO discutere di riforma fiscale, questa non può eludere il punto. Diversamente possiamo solo programmare la dismissione di importanti attività pubblica di cui beneficiano cittadini e imprese. Innanzitutto occorre ripristinare l’art. 53 della Costituzione ferito e umiliato da troppi interventi che hanno svuotato la progressività del nostro sistema tributario.

L’Irpef non è più una imposta progressiva dei redditi, piuttosto una imposta sul lavoro e assimilati. C’è anche la necessità di rivedere l’Iva. Non solo è l’imposta più evasa, ma necessita di un adeguamento coerente con l’evoluzione del sistema economico, e dovrebbe almeno trattare i nodi ambientali. Le politiche per lo sviluppo e il lavoro dovrebbero indagare le ragioni tecniche della minore crescita rispetto alla media europea. Non si tratta di incentivare gli investimenti; gli incentivi di Industria 4.0 (Renzi-Calenda) hanno fatto aumentare le importazioni di beni strumentali dalla Germania, impoverendo ancor di più la struttura manifatturiera nazionale. Forse sarebbe più opportuna una politica industriale pubblica tesa a industrializzare la R&S pubblica.

DA ULTIMO ma non ultimo c’è la partita della previdenza. Da un lato abbiamo il nodo di quota 100, in realtà nemmeno così grave, dall’altra c’è la necessità di far fronte al progressivo impoverimento dell’assegno previdenziale di quanti sono entrati nel mercato del lavoro dopo il 1995, unitamente alla necessità di ripristinare un minimo di flessibilità in uscita.
Questi sono gli appuntamenti economico-sociali che attendono il Paese. Tanto prima si discuterà di questi problemi, tanto più sarà possibile dare un segno riformista a questo governo.


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