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Editoriale

Aiutiamoli a casa nostra

Migranti. Altro che "problema dei profughi". Per salvare l'Europa potrebbe essere l'immigrazione la vera risorsa

Ventimiglia, luglio 2015

Profughi e migranti sono persone che oggi distingue solo chi vorrebbe ributtarne in mare almeno la metà: fanno la stessa strada, salgono sulle stesse imbarcazioni che sanno già destinate ad affondare, hanno attraversato gli stessi deserti, si sono sottratte alle stesse minacce: morte, miseria, fame, schiavitù sanno già che con quel viaggio, che spesso dura anni, mette a rischio la loro vita e la loro integrità.

Quelli che partono dalla Libia non sono libici: vengono da Siria, Eritrea, Somalia, Nigeria, Niger o altri paesi subsahariani sconvolti da guerre o dittature. Quelli che partono dalla Turchia per raggiungere un’isola greca o il resto dell’Europa attraversando Bulgaria, Macedonia e Serbia non sono turchi: sono siriani, afgani, iraniani, iracheni, palestinesi e fuggono tutti per gli stessi motivi. Sono anche di più di quelli che si imbarcano in Libia; ma nessuno ha proposto di invadere la Turchia, o di bombardarne i porti, per bloccare quell’esodo, come si propone di fare in Libia per risolvere il “problema profughi”.

Non si concepisce nient’altro che la guerra per affrontare un problema creato dalla guerra: guerre che l’Europa o i sui Stati membri hanno contribuito a scatenare; o a cui ha assistito compiacente; o a cui ha partecipato. Bombardare i porti della Libia, o occuparne la costa per bloccare quell’esodo non è che il rimpianto di Gheddafi: degli affari che si facevano con lui e con il suo petrolio e del compito di aguzzino di profughi e migranti che gli era stato affidato con trattati, finanziamenti e “assistenze tecniche”. Dopo aver però contribuito a disarcionarlo e ad ammazzarlo contando sul fatto che tutto sarebbe filato liscio come e meglio di prima.

Già solo questo abbaglio, insieme agli altri che lo hanno preceduto, seguito o accompagnato – in Siria, in Afghanistan, in Iraq, in Mali o nella Repubblica centroafricana – dovrebbe indurci non solo a diffidare, ma a opporci in ogni modo ai programmi di guerra di chi se ne è reso responsabile.

Ma chi propone un intervento militare in Libia, o mette al centro del “problema profughi” la lotta agli scafisti, non sa in realtà che cosa fare. Tra l’altro, bloccare le partenze dalla Libia non farebbe che riversare quel flusso su altri paesi, tra cui la Tunisia, rendendo ancora più instabile la situazione.

Ma soprattutto non dice – e forse non pensa: il pensiero non è il suo forte – che cosa sta proponendo veramente: si tratta di respingere o trattenere quel popolo dolente, di ormai milioni di persone, nei deserti che sono una via obbligata della loro fuga, e che hanno già inghiottito più vittime di quante ne ha annegato il Mediterraneo; magari appoggiandosi, con il cosiddetto “processo di Khartum”, a qualche feroce dittatura subsahariana perché si incarichi lei di farle scomparire. E’ il risvolto micidiale, ma già in atto, dell’ipocrisia dietro a cui si riparano i nemici dei profughi: “aiutiamoli a casa loro”.

Invece bisogna aiutarli a casa nostra, in una casa comune da costruire con loro. Non c’è altra alternativa al loro sterminio, diretto o per interposta dittatura. Bisogna innanzitutto smettere di sottovalutare il problema, come fanno quasi tutte le forze di sinistra, e in parte anche la chiesa, sperando così di neutralizzare l’allarmismo di cui si alimentano le destre. Certo, 50.000 profughi (quanti ne sono rimasti di tutti quelli sbarcati l’anno scorso in Italia) su 60 milioni di abitanti, o 500mila (quanti hanno raggiunto l’anno scorso l’Unione Europea) su 500 milioni di abitanti non sono molti. Ma come si vede, soprattutto per il modo in cui vengono maltrattati, sono sufficienti a creare insofferenze insostenibili.

Ma i profughi di questo e degli ultimi anni sono solo l’avanguardia degli altri milioni stipati nei campi del Medioriente o in arrivo lungo le rotte desertiche dai paesi subsahariani: che non possono restare dove sono. Vogliono raggiungere l’Europa e in qualche modo si sentono già cittadini europei, anche se sanno di non essere graditi e desiderano tornare a casa quando se ne presenteranno le condizioni.

L’Unione europea in mano all’alta finanza e agli interessi commerciali del grande capitale tedesco ha concentrato le sue politiche nel far quadrare i bilanci degli Stati membri a spese delle loro popolazioni e nel garantire il salvataggio delle sue grandi banche. Così, anno dopo anno, ha permesso o concorso a far sì che ai suoi confini si creassero situazioni di guerra e di caos permanenti, di dissoluzione dei poteri statali, di conflitti per bande di cui l’ondata di profughi e di migranti è la più diretta conseguenza.

Non saranno altre guerre, e meno che mai i respingimenti, a mettere fine a uno stato di cose che l’Unione non riesce più a governare né dentro né fuori i suoi confini. A riprendere le fila di quei conflitti, e del conflitto che si sta acuendo per gli sbarchi e gli arrivi, non può che essere un nuovo protagonismo di quelle persone in fuga: le uniche che possono definire e sostenere una prospettiva di pace nei paesi da cui sono fuggiti. Ma questo, solo se saranno messe in condizione di organizzarsi e di contare come interlocutori principali, insieme ai loro connazionali già insediati sul suolo europeo e a tutti i nativi europei che sono disposti ad accoglierli e ad alleviare le loro sofferenze; e che sono ancora tanti anche se i media non vi dedicano alcuna attenzione.

Dobbiamo “accoglierli tutti”, come raccomandava più di un anno fa Luigi Manconi; dare a tutti di che vivere: cibo, un tetto, la possibilità di autogestire la propria vita, di andare a scuola, di curarsi, di lavorare, di guadagnare. Ma non sono troppi, in un paese e in un continente che non riesce a garantire queste cose, e soprattutto lavoro e reddito, ai suoi cittadini? Sono troppi per le politiche di austerity in vigore nell’Unione e imposte a tutti i paesi membri; quelle politiche che non riescono a garantire queste cose a una quota crescente dei loro cittadini e che in questo modo scatenano la “guerra tra poveri”.

Ma non sono troppi rispetto a quella che potrebbe ancora essere la più forte economia del mondo, se solo investisse, non per salvare le banche e alimentare le loro speculazioni, ma per dare lavoro a tutti e riconvertire, nei tempi necessari per evitare un disastro planetario irreversibile, il suo apparato produttivo e le sue politiche in direzione della sostenibilità ambientale. Il lavoro, se ben orientato, è ricchezza. D’altronde l’alternativa a una svolta del genere non è la perpetuazione di uno status quo già ora insopportabile, ma lo sterminio ai confini dell’Unione e la vittoria, al suo interno, delle organizzazioni razziste che crescono indicando il nemico da combattere nei profughi e in tutti gli immigrati. E se non proprio di quelle organizzazioni, certamente delle loro politiche fatte proprie da tutte le altre forze politiche.

Così il “problema dei profughi”, non previsto e non affrontato dalla governance dell’Unione, perché non ha né posto né soluzione nel quadro delle sue politiche attuali, può diventare una leva per scardinarle per sostituirle con un grande piano per creare lavoro per tutti e per realizzare la conversione ecologica dell’economia: due obiettivi che in una prospettiva di invarianza del quadro attuale non hanno alcuna possibilità di essere raggiunti. E’ a noi italiani, e ai greci, che tocca dare inizio a questo movimento. Perché siamo i più esposti: le vittime designate del disinteresse europeo.

  • Leonardo Ceppa

    sono sbagliati entrambi gli slogan: a casa loro, a casa nostra. infatti, nell’auspicabile democratizzazione cosmopolitica, occorre SIA commisurare l’accoglienza in casa propria (sulla base delle compatibilità sistemiche tipo ordine pubblico, economia ecc) SIA assumere progressivamente obblighi e impegni di cooperazione internazionale che coinvolgano direttamente i paesi di partenza. basta leggere habermas, per approfondire le questioni.