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Editoriale

Aggirare per cambiare

Benvenuta la mossa di Landini. A lungo attesa, ha il pregio di essere spiazzante. Due temi finora hanno provato a incontrarsi, ma senza successo. Quello del partito, di un’organizzazione politica elettoralmente credibile da opporre alla deriva moderata del Pd, e quello delle politiche: c’è modo di affrontare la cosiddetta crisi senza scaricarne i costi sui ceti deboli, che sono ormai una parte largamente maggioritaria della popolazione, giacché includono anche una fetta dei ceti medi, che si erano finora ritenuti protetti?

È proprio quest’ultima novità che rivela la natura della crisi. Che non è affatto crisi. È un mostruoso processo redistributivo su scala globale dal basso verso l’altro, che vuol rovesciare la storia del Novecento, a beneficio di una minoranza ristrettisima, di imprenditori, manager, speculatori, finanzieri, col contorno di divi dello spettacolo e dello sport. Ecco la novità di cui prendere coscienza e che potrebbe costituire una risorsa politica essenziale.

Giorni fa D’Alema dava per perso il referendum confermativo delle controriforme costituzionali. Per tanti versi ha ragione. Quello screanzato che tra un ultimatum e l’altro ha preso in ostaggio il Pd e i suoi parlamentari, insieme a una parte dell’opposizione di destra, scatenerà una tempesta mediatica. Che non sarebbe però irresistibile ove si riuscisse a mostrare al paese che, una volta approvate quelle riforme, non solo i ceti popolari e il mondo del lavoro saranno definitivamente alla mercé dell’esecutivo e delle sue politiche, ma che lo stesso accadrà a una parte dei ceti medi tradizionalmente meno sensibili alla questione democratica.

Che s’introduca una tassa che colpisca i patrimoni è piuttosto ovvio. Ma l’entità e il direzionamento di tale tassa è da vedere. Che si dia una sforbiciata alla pensioni più elevate è ragionevole. Dove si collochi la soglia oltre cui intervenire non è detto. Lo deciderà un governo senza contraddittorio, come quello che si prospetta a riforme approvate: un governo asservito alla ristrettissima minoranza di cui sopra. Ai ceti medi vanno mostrati i rischi che corrono: non di pagare il giusto, ma anche assai di più. Non dimentichiamo che lo stato sociale nacque da una larga alleanza tra ceti popolari e ceti medi. Chi può promuoverla? Un nuovo partito di sinistra?

La mossa di Landini ha il pregio di aggirare la questione. Non che i partiti non servano, ma in questo momento sono diventati così impopolari che fare un nuovo partito non porterebbe a nulla. Lo provano gli insuccessi dei tentativi compiuti finora di costituire un nuovo partito a sinistra, o magari una coalizione elettorale, che comunque somiglia a un partito. I partiti sono vittima di una duplice ingiusta aggressione, in atto da decenni. Sono vittime di un’aggressione da destra, conservatrice e plebiscitaria, che imputa ai partiti i loro ben noti difetti, ma che ha in odio sopra ogni cosa il loro radicamento nella popolazione. Anche un partito conservatore non può concedersi il lusso di interloquire solo coi ceti superiori. Se vuole prendere tanti voti, deve offrire qualcosa anche al resto della società. Può offrire forme avvelenate di razzismo e populismo, come fanno la signora Le Pen e Salvini, ma deve offrire anche un po’ di protezione. I ceti ristrettissimi non sopportano neanche questo. Sognano la democrazia del plebiscito e del leader che governa a loro vantaggio senza rispondere a nessuno.

La seconda aggressione i partiti l’hanno subita da sinistra. Che quella dei partiti non sia una storia né di moralità, né di democrazia interna lo sappiamo. Benché non tanto come si racconta. E non sempre. Vi sono casi in cui i partiti hanno incluso migliaia di militanti, iscritti, simpatizzanti e li hanno fatti sentire a casa loro. Ignorarli e far di tutt’erba un fascio è errore grave. Comunque, l’effetto democratico dei partiti va cercato da un’altra parte. I partiti, con l’aiuto dei sindacati, hanno trasformato masse disperse e informi di operai, contadini, impiegati, uomini e donne in soggetti politici rispettati e temuti. Senza i partiti socialisti, il mondo del lavoro non sarebbe esistito politicamente. È il caso di prenderne atto.
Va tuttavia preso atto anche del fatto che la critica concentrica ai partiti è arrivata a bersaglio. Oggi proporre la costituzione di un nuovo partito verrebbe, almeno in Italia, accolta con indifferenza. Per quanto diversi tra loro, Podemos e Syriza suggeriscono di muoversi altrimenti. Ovvero di agire anzitutto sul fronte delle politiche, o, meglio, sul senso comune. There is no alternative, diceva la signora Thatcher e il ceto politico, salvo frange marginali, le è andato appresso: non c’è alternativa. L’alternativa invece c’è. Potrebbe essere in peggio: neoliberalismo più fascismo mediatico. Ma può essere in meglio. Basta crederci, ragionarci sopra e organizzarsi per mettere in circolo l’idea che l’offensiva dei mercati che sta devastando la società non è irresistibile. Magari attivando – secondo la lezione del movimento operaio d’una volta – forme solidaristiche e di aiuto reciproco utili a resistere già adesso. Attenzione: non è inimmaginabile un fascismo brutale come quello dello scorso secolo. Ma si può immaginare un fascismo subdolo e strisciante, così si può immaginare una somministrazione subdola, e non brutale come in Grecia, delle ricette delle Troika. Anzi: è quello che il signor Renzi sta facendo e vuol seguitare a fare, senza neanche i (modesti) intralci che al momento lo rallentano.