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Internazionale

Afroamericani da primarie

Nomination Dem. Sanders e Buttigieg a caccia del voto dei neri, che però in South Carolina tendono a fidarsi più dell’usato sicuro di Joe Biden

Charleston, 29 febbraio 2020. Il regista african-american John Singleton esprime il suo voto alle primarie democratiche

Charleston, 29 febbraio 2020. Il regista african-american John Singleton esprime il suo voto alle primarie democratiche

Tra i candidati alle primarie democratiche in South Carolina è una lotta per il voto afroamericano, in quanto questo stato del sud è il primo in cui ai seggi si reca una maggioranza che non è bianca. Eppure, andando ai comizi, alle sedi dei candidati e agli incontri degli attivisti, la maggior parte delle persone che si incontrano non sono afroamericane. «Io sono ispanico, mia moglie è nera – dice Thiago, 35enne di Charleston, supporter di Pete Buttigieg – ho finito l’università 10 anni fa e ora come allora la maggior parte delle volte che vado a un incontro politico siamo tra i pochi non bianchi. La ragione per cui sostengo Pete è che è l’unico ad avere nei programmi l’inclusione dei neri nella partecipazione della vita pubblica. È importante perché si passa da lì per ottenere più diritti, più giustizia sociale ed economica».

DAL 2004 QUESTA È LA PRIMA volta che nessun candidato democratico sembra in grado di aggiudicarsi la maggioranza del voto afroamericano in South Carolina, come era invece accaduto con Obama nel 2008, e con Clinton nel 2016. Quest anno non c’è un vero candidato favorito.
Sulla carta quello con meno problemi è Joe Biden, grazie ai suoi otto anni alla Casa Bianca da vice del primo presidente nero della storia degli Stati uniti, ma la sua campagna elettorale non galvanizza la comunità afroamericana tanto da diventare una scelta automatica.
Non sembra però esserci alternativa. È vero che a Charleston, la città più rappresentativa dello Stato, la sua campagna è quella che conta il maggior numero di volontari, attivisti e supporter neri, ma anche perché dagli altri candidati principali, gli afroamericani si contano sulle dita di una sola mano.

CHARLESTON È UN LUOGO STRANO ma che spiega molto del problema razziale. Nel centro della città, nella zona più turistica, non sembra nemmeno di essere in uno stato del sud a maggioranza nera; agli incontri con la base dei candidati si ha un po’ la stessa impressione. Alla Town Hall di Pete Buttigieg su 400 presenze si contavano non più di 4 o 5 neri. Eppure Il 60% degli elettori democratici dello stato sono afroamericani.
«È una questione di essere conservatori – spiega Sam, donna afroamericana transgender – Io sono con Pete, ma generalmente le donne afroamericane sono conservatrici. Biden è l’amico di Obama e tanto basta came credenziali. Se ascoltassero anche gli altri candidati forse cambierebbero idea, ma non si arriva nemmeno a quel punto. Pete è l’unico ad avere un approccio a 360 gradi ai problemi delle comunità. È giovane, è rassicurante, è il nuovo Obama e ben più a sinistra di Obama, ma le donne afroamericane sembrano preferirgli il suo vecchio vice, solo perché lo conoscono».

IN QUESTO CONTESTO SANDERS per attirare gli elettori neri ha fatto molto più di quanto non avesse fatto nel 2016, e la sua vittoria in Nevada ha mostrato una coalizione che includeva quote significative di voti neri e ispanici. «Il problema razziale e quello economico sono legati a doppio filo – afferma Imani, studentessa afroamericana 22 enne e volontaria della campagna di Sanders a Charleston -, il razzismo è un prodotto del capitalismo, una società socialista è una società meno razzista. Credo che Bernie stavolta abbia fatto centro nella comunità nera, più tradizionalista, più conservatrice. Ad aiutarlo sono stati i fallimenti di Biden, che si è sempre dipinto come il più credibile dei candidati, ma non ha vinto nemmeno in uno stato. La gente non voterà uno che non può vincere».

Inaspettatamente in questa corsa a tre per il voto afroamericano del South Carolina si è inserito il miliardario Tom Steyer, che è inaspettatamente in alto nei sondaggi e nella sua sede si vede un buon numero di attivisti non bianchi. Questo picco di supporto dagli elettori afroamericani potrebbe essere il risultato di investimenti che Steyer ha fatto sul personale locale e una campagna pubblicitaria martellante. «Se sei nero, probabilmente ricevi due o tre e-mail da Steyer a settimana – ha affermato lo stratega democratico Clay Middleton, ex consigliere della campagna del senatore Cory Booker -. Ho visto la sua pubblicità anche sul canale del meteo».

A CAUSA DELLA MANCANZA di un profilo più ampio, tuttavia, non è chiaro quanto l’entusiasmo che Steyer è riuscito a suscitare si materializzerà nelle urne, e se, comunque, una bella prestazione in South Carolina potrebbe davvero aiutarlo nelle tappe successive. «Non sapevo nemmeno chi fosse Steyer fino a qualche mese fa – confessa Augusta, supporter 58enne – poi ho iniziato a sentire il suo nome sempre più spesso. Io sono un’autista di Uber, mi organizzo il lavoro come voglio, ho pensato di dargli un po’ del mio tempo. Se il fine è battere Trump, lui è in grado di farlo. Forse per sconfiggere il ragazzo cattivo con i milioni serve un ragazzo buono con i milioni».


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