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Visioni

Addio Frankie Knuckles, l’arte del remix

Icone. Morto a 59 il dj newyorchese. Definito il padrino della house music, ha contribuito a creare un sound che nel suo dna il senso della diversità: sessuale, etnica e artistica

Frankie Knuckles

Frankie Knuckles

Nel 1977 un giovane dj di New York, che metteva i dischi in piccolo club frequentato esclusivamente da un pubblico omosessuale, il Continental Baths, viene invitato a Chicago per lavorare in un nuovo locale gay che inaugurava in città. Quel dj, Frankie Knuckles, chiese al gestore cinque anni di tempo per farne il centro di quella trasformazione planetaria della «discoteca» che più tardi sarebbe stata definita «club culture». Quel dj, che ha cambiato per sempre l’etica (e anche l’estetica) del fare musica, è morto la notte scorsa a 59 anni.

Il Warehouse Club, lo spazio dove si trasferì, non è solo il luogo dove è nata la house music (che proprio dalla parola Warehouse, magazzino, prende il nome), ma è anche il posto dove il dj ha spiegato come il suono contemporaneo debba sempre essere il risultato di una miscela, di un mixaggio tra il passato e il futuro, tra la forza della tradizione e il fascino avveniristico della tecnologia. E che è possibile creare inedite partiture sonore senza il bisogno della tecnica, della conoscenza di uno strumento musicale, usando i giradischi come fonte inesauribile di frammenti e citazioni che si rigenerano attraverso il tocco ‘artistico’ del dj.

La geniale intuizione di Frankie Knuckes (che caratterizzò la house dandole una portata veramente rivoluzionaria) fu comprendere che gli adolescenti di fine anni 70 iniziavano a percepire come inadeguate ai tempi le sonorità che facevano ballare i loro genitori e che pure erano parte integrante del sapere della comunità afro americana.

Il soul, il rhythm’n’blues, il funk, con le loro radici così fortemente intrise di gospel e di blues apparivano superate dall’irruzione della tecnologia, dal rumore ossessivo dei primi videogiochi, dall’affacciarsi sul mercato delle prime, rudimentali batterie elettroniche, originariamente (come la celebre serie creata dalla Roland) pensate per accompagnare i pianisti da night e subito adottate da questa nuova, selvaggia ondata di sperimentatori.

Iniziò così una ricerca sulla possibilità di rileggere, per un pubblico di giovanissimi, i classici della house music, che venivano rieditati con l’aggiunta delle drum machine, con improvvise accelerazioni, esasperazione dei ‘break’ ritmici’ sovrapposizione di echi e riverberi che provenivano dal dub giamaicano. Tutto questo era possibile grazie alla grande disponibilità e apertura mentale dei frequentatori del Warehouse club, una specie di deposito abbandonato su tre piani con in vetta un’area dove riposare, nel sotterraneo un bar che serviva soprattutto succhi e al centro la pista da ballo.

Apertura il sabato a mezzanotte. Chiusura la domenica quando l’ultimo ballerino tornava a casa. La musica proposta passava dai brani dimenticati del funk americano all’elettronica new wave europea, ai classici della disco. Tutto filtrato dagli effetti del mixer, arricchito di artigianali remix realizzati con il «taglia e cuci» del registratore e a bobine.

E il lunedì i negozi di dischi della città si riempivano di ragazzi che chiedevano «le canzoni di Frankie Knuckles» o «le canzoni che si ballavano il sabato all’ House», abbreviando Warehouse. Era nata la house music. Una musica che sin dalle origini ha nel suo dna il senso stesso della diversità. Sessuale, etnica, artistica, E che quindi adotta subito un linguaggio che invita all’incontro, allo scambio, alla condivisione. Caratteristiche, queste, che faranno della house music, dagli inizia a oggi, un laboratorio in continua trasformazione frequentato da una generazione di creativi che spazzerà via per sempre persino le geografie della popular music, facendo emergere paesi che erano sempre stati lontani da una cultura giovanile omologata sui modelli anglosassoni.

Quando la house dilaga nel mondo, trova in ogni nazione una diversa interpretazione, dando vita a innumerevoli scene nazionali, ognuna con una sua identità riconoscibile, ma capace di parlare al di là dei propri confini. «Un cambiamento radicale – spiegava allora Farley ‘Jackmaster’ Funk. Quello di cui ha realmente bisogno nella house music è la profondità dei tuoi sentimenti. Non c’è bisogno di studiare musica. Oggi un adolescente può trasmettere il suo amore per il ritmo al computer e scrivere un brano di successo. Prima non era così».

Non piacerà sicuramente ai puristi della musica, ma Frankie Knuckles e quel gruppo di dj della house di Chicago hanno insegnato al mondo intero che la musica deve soprattutto essere una forma di comunicazione, deve essere in grado di mettere le persone in relazione tra loro. E se questo succede rileggendo un vecchio successo dimenticato, che era stata la colonna sonora della storia d’amore dei loro genitori, diventato adesso un inno con il quale terminare una lunga notte al Warehouse club, significa semplicemente che i tempi stanno cambiando.


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