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Visioni

Abel Ferrara: «Nel mio immaginario»

Berlinale 70. Incontro con il regista che ha presentato in concorso il nuovo film «Siberia: «Sono le immagini che hanno scelto me, la cosa fondamentale è che emerga la vita»

Abel Ferrara

Abel Ferrara

Una location, un attore, un’idea. Abel Ferrara è uno di quei rari cineasti in grado di fare del cinema anche con pochissimi elementi a disposizione. Fare del cinema ossia rimandare a un universo visivo riconoscibile, creare suggestioni, trasmettere emozioni, far emergere interrogativi, dubbi, timori ancestrali. Per sua stessa ammissione Siberia, in corsa per l’Orso d’oro alla 70.a Berlinale e di prossima distribuzione in Italia per la Nexo, è una sorta di prosecuzione del precedente Tommaso. «Due film nati quasi in parallelo – spiega il regista a Potsdamerplatz -. Anche in questo caso c’è un protagonista, Clint, interpretato ancora dall’amico e sodale Willem Dafoe, inseguito da incubi e fantasmi, alla ricerca di sé. Vive la sua vita appartato dal mondo, in una baracca tra i ghiacci nella speranza di fuggire al demone interiore. Qui, nella Siberia ricreata nei boschi innevati dell’Alto Adige, gestisce un piccolo locale frequentato da viaggiatori di passaggio e pochi abitanti del luogo. Fino alla decisione repentina di avventurarsi in un viaggio nella notte, trainato sulla slitta dai suoi cani.

«UN IMMAGINARIO alla Jack London – ricorda Ferrara – letto da ragazzo insieme a Solgenitsin, da cui ho tratto ispirazione per la descrizione del rapporto dell’uomo con la Natura e con il mondo animale». Le immagini e gli incontri di Clint si inseguono come in preda a un flusso di coscienza, in gran parte frutto di improvvisazione, «sono le immagini che hanno scelto me, la cosa fondamentale è che emerga la vita». Sogni, memorie, allucinazioni. L’uomo e il male (anche nella Storia, in una delle sequenze più potenti, che rimandano chiaramente ai campi di sterminio), ma anche il miracolo della vita di fronte al quale si rimane abbacinati, travolti, perduti in una breve estasi effimera. «Una scelta come quella di Abel – interviene Willem Dafoe, alla sesta collaborazione con Ferrara – che procede senza sceneggiatura, è molto rischiosa. Affidarsi all’immagine, laddove la maggior parte della produzione non solo cinematografica ma anche televisiva si basa sulla scrittura. In molti ci sentiamo più a nostro agio di fronte a una storia, perché abbiamo bisogno di comprendere e spiegare. Ma alle immagini di Abel sentiamo subito una prossimità, perché rimandano istintivamente ad angosce condivise: la paura della sessualità, dei rapporti interpersonali, della violenza collettiva». È necessario ritirarsi in un luogo vasto e isolato come la Siberia per ritrovare se stessi? «I monaci buddisti mi hanno insegnato che il viaggio che conta è quello interiore – conclude Ferrara -. Non devi per forza andare in una caverna in Tibet, puoi ritrovare te stesso nel tuo appartamento a Brooklyn. Ma il deserto o la Siberia sono cinematograficamente più affascinanti».