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Editoriale

Clima, l’aria grigia di New York

Climate Strike a New York

Climate Strike a New York

L’immagine del presidente Giuseppe Conte che, sorridente, mangia un hamburger a Manhattan rappresenta abbastanza il dibattito che si è svolto all’Assemblea dell’Onu. Salvo alcuni interventi, è stata aria fritta.

L’azione di Greenpeace di ieri al ministero dell’Agricoltura contro i sussidi pubblici agli allevamenti intensivi, è un modo per proseguire nella denuncia del peso che il sistema alimentare attuale ha sulle emissioni di gas a effetto serra. E, il fast food come l’hamburger addentato dal presidente Conte (o era vegetale?) è proprio il simbolo di un sistema da modificare profondamente.

Il risultato deludente dell’Assemblea è anche dovuto alla profonda crisi nei rapporti tra Usa e Cina, i due principali emettitori di gas serra: se l’Accordo di Parigi è stato anche il frutto della politica di «cooperazione competitiva» della presidenza Obama, che la Cina ha seguito cogliendone anche frutti importanti, la crisi attuale dei rapporti tra le due superpotenze diventa un ostacolo al dispiegarsi di quella grande trasformazione globale che richiede forti relazioni di cooperazione economica e tecnologica.

E proprio questo è uno dei motivi che lega la lotta ai cambiamenti climatici a quella della pace nel mondo. Mentre la difesa dei vecchi asset energetici fossili, sostenuti dalla presidenza Trump, non solo ci porta verso il disastro climatico ma alza i rischi di conflitto, come si vede nell’attuale crisi con l’Iran.

In questo quadro già desolante è passata abbastanza inosservata la notizia dell’Organizzazione metereologica mondiale: rispetto al periodo 2011-2015 (ieri!) la temperatura media globale si è alzata di 0,2°C arrivando a 1,1°C rispetto all’era preindustriale. Dunque, dall’era preindustriale al 2015 abbiamo visto una variazione di 0,9°C, e in pochissimi anni di 0,2°C. Un dato davvero orribile.

«Questo ultimo report, insieme a quello sull’andamento della concentrazione di CO2, mostra come praticamente tutte le tendenze climatiche si stiano amplificando», ha ribadito a Greenpeace Antonello Pasini, fisico climatologo del Cnr.

Purtroppo ha brillato per vacuità anche l’intervento del presidente del consiglio italiano che ha persino detto come nel nostro Paese si stia attuando «uno dei programmi di decarbonizzazione più ambiziosi al mondo, grazie anche alla leadership del settore privato», che sarebbe coerente con l’obiettivo emissioni zero al 2050. Che il nostro Paese stia «attuando» qualcosa del genere è falso. E se guardiamo alla proposta di Piano integrato energia e clima presentato dal governo, l’obiettivo emissioni zero al 2050 è impossibile. Una dichiarazione del genere in quella sede e con quel ruolo si chiama falso ideologico. Avete capito bene: è un falso ideologico. Per «decarbonizzare» al 2050 vanno messi in campo piani e risorse con obiettivi precisi e indicare ad esempio: 1. obiettivi ambiziosi per le rinnovabili al 2030; 2. il piano preciso della chiusura delle centrali a carbone annunciato entro il 2025; 3. le risorse e misure per l’efficienza energetica dichiarata nel piano; 4. la data in cui si proibirà la vendita di auto diesel, a benzina, a gas e ibride; 5. la data in cui si chiuderanno le centrali a gas; 6. l’eliminazione di biocarburanti di prima generazione come l’olio di palma; 7. lo spostamento progressivo dei sussidi dannosi all’ambiente (come gli allevamenti intensivi e i fossili) verso il sostegno a produzioni virtuose.

E, di conseguenza, il piano di chiusura delle attività estrattive di combustibili fossili di società di cui il governo nomina i vertici come l’Eni, il cui ad Claudio de Scalzi propone di combattere i cambiamenti climatici bruciando gas e rifiuti (la cui componente di plastica, cioè fossile, è energeticamente rilevante).

La difficoltà a fare sul serio nel combattere il clima sta nel potere di condizionamento di questi interessi dominanti. La battaglia continua e si dovrà necessariamente alzare i toni.

* direttore Greenpeace Italia