closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

A scuola dall’antipolitica

Francia-Italia. Se elezioni francesi hanno consentito un brillante successo ai populisti (un votante su quattro), la vittoria degli antipolitici è stata strepitosa. Sommando gli elettori di Le Pen, Macron e Mélenchon si tratta di tre votanti su quattro. Una Waterloo per i partiti tradizionali

Emmanuel Macron

Le elezioni francesi invitano a distinguere. Una cosa è il populismo, un’altra l’antipolitica. Ringalluzzito, ove ve ne fosse bisogno dalla vittoria di Trump, e in via di riconversione al sovranismo, il populismo è quell’indigesto miscuglio di xenofobia e nazionalismo professato da Mme Le Pen.
Come i suoi antecedenti fascisti, ha vocazione interclassista. Promette protezione, che ovviamente non manterrà, come sta già dimostrando il succitato Trump. Il suo seguito elettorale è costituto dalle classi medie indipendenti e da quelli che in Francia chiamano i petits blancs, i declassati, i perdenti della globalizzazione, che sperano in qualche forma di protezione nazionalista. Alcuni tra costoro sono d’estrazione popolare: quei ceti da tempo abbandonati dai partiti di sinistra. I dati mostrano pure un’inquietante capacità di penetrazione anche presso l’elettorato giovanile. Il degrado delle istituzioni scolastiche, la loro vistosa delegittimazione, la revoca dell’azione educativa dei partiti, le deprimenti prospettive offerte dal mercato del lavoro, sono un humus fertilissimo per la propaganda populista.

Il raggio dell’antipolitica è più lungo. Tutti i populisti-sovranisti sono antipolitici. Spregiano la politica democratica e il suo apparato di regole e di diritti. Ma non tutti gli antipolitici sono populisti. Molti antipolitici sono anti-establishment, sono contro i partiti convenzionali, sono magari contro le istituzioni europee, talvolta sono oltre la destra e la sinistra, ma non disdegnano le istituzioni democratiche. Grosso modo: i tecnocrati alla Macron tendono a bypassarle, gli antipolitici di sinistra vorrebbero accrescere le opportunità di partecipazione popolare.

Se elezioni francesi hanno consentito un brillante successo ai populisti (un votante su quattro), la vittoria degli antipolitici è stata strepitosa. Sommando gli elettori di Le Pen, Macron e Mélenchon si tratta di tre votanti su quattro. Una Waterloo per i partiti tradizionali e la prova provata di quanto siano odiosi. Piccole cittadelle del privilegio, che curano i loro affari e ossequienti all’establishment, alla faccia dei cittadini.

Il problema è che se i populisti antipolitici sono democraticamente indigeribili, gli altri antipolitici sono strutturalmente inconsistenti. Anche la più democratica delle antipolitiche è invertebrata. Vincerà le elezioni, ma non reggerà alla prova del governo. Ne sa qualcosa Barak Obama, che, dopo aver vinto le elezioni con un discorso (moderatamente) antipolitico, ha dovuto sottomettersi all’establishment, che ha in gran parte neutralizzato il suo potenziale innovativo. Non avendo alle sue spalle né i sindacati, né le grandi associazioni che avevano sorretto i grandi presidenti democratici, è rimasto molto al di sotto delle attese che aveva suscitato. Ha semmai capito la lezione (a modo suo) Matteo Renzi. Il quale, giunto alla leadership e al governo con un discorso sfrontatamente antipolitico, si è subito impossessato del Pd e si è lanciato in una forsennata campagna di conquista del sottogoverno. Sprovveduto però della sottile sapienza democristiana, ha fatto solo volgare demagogia elettorale e ha smarrito la sua carica antipolitica. Resta l’enfant, è svanito il prodige. Berlusconi lo aspetta a braccia aperte.

È possibile che Macron, quasi sicuro vincitore al secondo turno, se la cavi meglio. Ma c’è da nutrire molti dubbi. Senza una solida struttura che connetta Stato e società, che convogli stabilmente consenso verso chi governa, è probabile che anche lui finisca tra le grinfie del business, donde del resto proviene. È un paradosso: per salvare la democrazia la si consegna a chi l’ha inguaiata e tutti si dicono contenti.
Non sarebbe tuttavia andata meglio a Mélenchon, che anche lui non dispone di un partito, ma solo di un embrione di movimento.
E nemmeno a Mme Le Pen. Sono tempi difficili per i politici, anche quelli antipolitici e populisti.

Mentre sono tempi felici per il business, che, grazie alla potenza di fuoco mediatica che può mobilitare, e alla complice insipienza di chi avrebbe dovuto contrastarlo, ha promosso l’antipolitica, la società civile, la trasparenza, la moralità (da che pulpito…) e tante altre cose, fiaccando la politica e profittandone.

Come finirà? Difficile dirlo. Consoliamoci con il fatto che la sinistra francese, tra antipolitica e politica, ha ottenuto un voto su quattro. Non è male, stante la propaganda neoliberale, che, frammischiata all’antipolitica, martella da quarant’anni. Ovviamente, la speranza è che il risultato si consolidi. Che un bel po’ di serio, duro e anche intelligente lavoro trasformi la generosa manifestazione di dissenso in resistenza. Se possibile liberata dalle deliranti suggestioni maggioritarie (da produrre mediante alchimie elettorali) e consapevole che i voti non solo si contano, ma soprattutto si pesano. In Italia, in tempi meno bui, c’era una sinistra pesantissima, che incuteva rispetto. Anche se non andava al governo, contava moltissimo nei destini del paese. E per il meglio.

  • Giacomo Tabita

    Articolo farraginoso ed a tratti inconcludente. Il problema non è l’antipolitica od il populismo ma la trasformazione di TUTTI i partiti che sono altro rispetto a quello che erano dieci o venti anni fa. E’ saltata completamente la mediazione,il famoso dibattito interno, sono spariti i ruoli intermedi, le sezioni, i quadri sono rimasti solo i vertici e la base che cercano di comunicare tra di loro. A volte ci riescono a volte no.In una situazione del genere il voto non è più un voto comparato alle idee perchè la base ideologica è sparita quasi del tutto, ma alle esigenze ed ai bisogni del momento. Che sono cose diverse perchè possono mutare da una campagna elettorale all’altra. L’elettore francese si trova davanti ad una scelta tra pessimo e peggio. Molti saggiamente se ne staranno a casa gli altri andranno a votare misurando la puzza che emanano i due candidati. E non bastano i profumi e lenzuolate dei media a coprirla. Si, ci riferiamo al candidato “buono” che tutti invitano a votare ma tutti tengono a debita distanza dal naso

  • il compagno Sergio

    Non entro nel merito dell’editoriale, che presenta passaggi interessanti e altri meno.
    C’è però una parola che è ampiamente utilizzata ormai da anni, da giornalisti commentatori e affini, che proprio non sopporto, ed è “antipolitico/a”. È una parola sulla quale potremmo disquisire a lungo, immagino che siano stati anche scritti dei libri su questa parola, che però ha il difetto di essere un non-sense, degno di un testo di Enzo Jannacci.
    Cos’è un politico anti-politico? Una contraddizione in termini, un vicolo cieco, una presa per i fondelli.
    Posso capire il concetto di anti-partitismo, che può esprimere la critica ad un certo modo di fare politica, attraverso organizzazioni strutturate (come quelle alle quali fa giustamente riferimento Giacomo Tabita, nel suo post).
    Ma l’anti-politica, che abbia a che fare con un individuo, un partito o un movimento che appunto fa politica, è un paradosso, un inganno concettuale, degno di una mente barocca e più prosaicamente truffaldina.
    Non ne faccio certo una colpa a Mastropaolo, visto che è un termine usato e abusato nel mondo dell’informazione.
    Credo però che un maggior rigore concettuale, che rifiuti di adattarsi pedissequamente ad un lessico-truffa, farebbe un gran bene al dibattito politico.