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Editoriale

«15-20», il gioco del lotto di Juncker. E il miracolo dell’effetto leva

Unione europea. La promessa fasulla dei 300 miliardi di investimenti. Contro la crisi bisognerebbe mettere in agenda due interventi più ambiziosi: ristrutturazione dei debiti pubblici dei paesi membri oltre il 60%. E un sussidio europeo di disoccupazione

Più sono grandi le bugie e più sembrano vere. Juncker e la Commissione Europea moltiplicano pane e pesci.
Solo una persona molto speciale è riuscita nell’impresa ed era realmente fuori dal comune. Ventuno miliardi di euro, le risorse finanziarie che Juncker e la Commissione intendono destinare al nuovo Fondo Europeo per gli Investimenti (Efsi), diventano 315 mld, e nello scenario migliore 410 mld di nuovi investimenti tra il 2015 e il 2017. Mentre si taglia il bilancio pubblico europeo, 16 mld arrivano dal fondo Horizon e solo 5 da nuovi impegni, il nuovo fondo di investimento determinerebbe un effetto leva 15 nel primo caso e 20 nel secondo.

Si riapre il tema degli investimenti senza menzionare gli Eurobond, su cui in passato Juncker si era speso. Ma nel peggiore dei modi. Siamo alle solite.

Perché siano credibili i 300 mld è necessario che la Bce acquisti obbligazioni, di pari importo, emesse dallo stesso Fondo, a sua volta garantito dagli Stati dell’eurozona, dato che non abbiamo vero bilancio pubblico europeo.

Inoltre, sarebbe necessaria una «monetizzazione» del debito degli Stati che si impegnano a sostenere (direttamente) il piano di investimento.

Bisognerebbe mettere in agenda due interventi ancora più ambiziosi: il piano Padre (ristrutturazione dei debiti pubblici dei paesi membri oltre il 60% con acquisto da parte della Bce e trasformazione in titoli senza interesse da ripagare a lungo termine con proventi del signoraggio di ciascun paese), e un sussidio europeo di disoccupazione che sostituisce progressivamente le misure nazionali.

Ma la Commissione Europea, in primis la Germania, è ideologizzata e «caccia» Keynes se interviene la spesa pubblica diretta, nonostante l’impegno di Draghi di considerare l’acquisto di bond pubblici per sollecitare nuovi investimenti, mentre la spesa indiretta del Fondo andrebbe oltre le migliori ipotesi di Keyne.

Con la Commissione Europea succede di cadere in queste dispute. Purtroppo la questione è molto seria. All’Europa servirebbero almeno 800 mld di euro di nuovo capitale, cioè gli investimenti persi nel corso della crisi. Se proprio dobbiamo essere più seri di Juncker, l’area euro dovrebbe ripristinare non meno di 1.000 mld se consideriamo l’ammortamento e la crescita mancata tra il 2007 e il 2014. Non basta ripristinare quanto perduto per recuperare un livello di occupazione iniziale. Infatti, nel frattempo, la produttività è cresciuta, anche se di poco in Europa, e conta poco lo slancio del presidente di turno dell’Unione: «è un vero e proprio new deal europeo».

Fortunatamente dentro la bugia della Commissione, quindi vera per definizione, c’è qualcosa di buono che il dibattito pubblico rimuove accuratamente. Molti paesi hanno da tempo inviato alla stessa Commissione non meno di 1800 progetti, per un contro valore di 1.100 mld. In altri termini i paesi europei sarebbero desiderosi di sostenere progetti pubblici di pari valore. Possiamo discutere del come e del che cosa privilegiare, energia rinnovabile, educazione, ricerca, infrastrutture, ripristino ambientale, innovazione tecnologica e organizzativa, qualità del lavoro,ecc., ma gli stati aspettano un segnale politico per recuperare il ruolo di agente economico, cioè fare le cose che il privato non farebbe mai.

Ovviamente sarebbe utile aprire una discussione all’altezza della sfida necessaria. Renzi non aiuta nella misura in cui mistifica l’operazione Juncker e, come presidente del semestre europeo, non ascolta le molte sollecitazioni che arrivano proprio dall’Europa.

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca: non è che la Commissione volesse realmente finanziare 300 mld di nuovi investimenti, anche con il concorso della Bce, mentre la presidenza del semestre europeo si è piegata all’interesse di qualche paese particolare in cambio di chissà quale favore?

L’Italia è uno dei Paesi fondatori dell’Europa Unita, ma questo semestre rischia di passare alla storia come l’ennesima occasione mancata. È già difficile fare il presidente del Consiglio, immaginarsi quello di turno dell’Unione. Vero Renzi?