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Sì al reato di tortura, ma senza tifoserie

Risposta a Gonnella. Le criminalizzazioni generalizzate non si possono accettare. No a uno scontro tra guelfi e ghibellini

Il G8 di Genova

Il G8 di Genova

Gentile Direttore,
Le chiedo ospitalità per rispondere alla lettera aperta che, dalle pagine del Suo giornale, mi ha indirizzato il Presidente dell’Associazione Antigone, Patrizio Gonnella, che, senza retorica alcuna, ringrazio per l’attenzione che ha riservato alle mie parole.
Siccome si tratta di frasi estrapolate da un discorso più ampio, esse rischiano di essere equivocate e vorrei, quindi, poterle meglio precisare.

Effettivamente, ho detto che sono indignato per la strumentalizzazione avvenuta, non solo in Italia, di una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, occupandosi delle vicende di Genova, non solo rispetto ma anche condivido.

Sono indignato in particolare perché qualcuno – partendo dalla sentenza – ha provato a dare un’immagine dell’Italia, del suo sistema giudiziario e di Polizia assolutamente non coincidente con la realtà delle cose.
Si è arrivati, persino, a paragoni tra il nostro Paese e Stati dittatoriali, evocando l’emanazione di una legge sulla tortura quasi fosse una necessità frutto di emergenze anche attuali.

Nella mia esperienza di magistrato, cittadino e di persona che non si ritiene affatto né culturalmente né ideologicamente un conservatore, contesto fermamente questa posizione.

Fatti come quelli di Genova – o anche meno eclatanti come quelli che hanno riguardato persone sottoposte a misure restrittive, come i poveri Aldrovandi e Cucchi (per citarne solo due) – sono non solo gravi ma anche assolutamente vergognosi e meritano di essere stigmatizzati moralmente, giuridicamente e puniti penalmente.

In Italia, però non si sono coperti questi fatti, li si è perseguiti – a volte con difficoltà ma comunque in modo da raggiungere quasi sempre la verità – giungendo anche, nelle vicende che riguardano Genova, a condanne e successive espulsioni dalla Polizia di soggetti destinati anche a radiose carriere.

Queste vicende non sono, quindi, il segno di un modus operandi tipico delle nostre Forze di Polizia, che ho verificato, sul campo, essere tutt’altro sia dal punto di vista umano che professionale.
È giusto punire – anche pesantemente – chi sbaglia, ma le criminalizzazioni generalizzate non possono essere accettate.

Quanto al reato di tortura, sia chiaro che io sono assolutamente favorevole alla sua introduzione e sono d’accordo con il Presidente di Antigone che le persone oneste delle forze di polizia non hanno nulla da temere da questo reato. Su quale debba essere il contenuto del reato, non intendo esprimermi, perché sarà il Parlamento a trovare il giusto equilibrio.

Ciò che continua a non piacermi è il perseverante utilizzo, da parte di alcuni, di questa sentenza della Corte Europea – e della sacrosanta battaglia per introdurre un reato che le Convenzioni internazionali ci impongono da tempo – per valutazioni negative generalizzate su una parte del Paese fatto di uomini e donne che, non dimentichiamocelo, hanno svolto un ruolo rilevante nel contrasto al terrorismo, alle mafie ed alla criminalità, pagando anche un alto tributo di sangue.

Quella sulla introduzione del reato di tortura, lo ripeto ancora una volta, è una battaglia sacrosanta ma non va vissuta come un contrasto tra guelfi e ghibellini.