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Editoriale

Pd, il partito americano

Dentro il voto. Non più di sinistra, né di centrosinistra. Neanche una reincarnazione della vecchia Dc

Il risultato italiano del voto del 25 maggio non è di quelli che possono essere frettolosamente giudicati. Mi limito a qualche considerazione provvisoria.

Mentre gli spostamenti dell’elettorato negli altri paesi europei appaiono abbastanza leggibili, i nostri sono più complicati. Per molte ragioni: innanzitutto perché sono entrate in scena forze che prima non c’erano, e non solo che si sono ingrandite o rimpicciolite.

Fra queste metterei anche il Pd, che non è più la continuazione dei partiti che l’hanno preceduto. E’ un’altra cosa, nuova: non più un partito di sinistra, e nemmeno di centrosinistra. Non direi neppure una reincarnazione della vecchia Dc: anche in quel partito coesistevano interessi e rappresentanze sociali molto diverse, ma ciascuna era fortemente connotata ideologicamente, aveva proprie specifiche culture e leader di storico peso. Anche il partito renziano è un arcobaleno sociale, ma le sue correnti sono assai meno chiare, hanno un peso assai minore, scarsi riferimenti nella tradizione di tutte le formazioni che l’hanno preceduto in questi quasi 25 anni.

Se si dovesse trovare una similitudine direi piuttosto che si tratta del Partito democratico americano. Che certo non oserebbe mai prendersela a faccia aperta con i sindacati cui è sempre stato legato, ma certo include nelle sue file – basti guardare ai finanziamenti che riceve – ceti diversissimi per censo, potere reale, cultura.

Se dico Partito democratico americano è perché il nuovo partito renziano segna soprattutto un passaggio deciso all’americanizzazione della vita politica: forte astensione perché una fetta larga della popolazione è tagliata fuori dal processo politico inteso come partecipazione attiva e dunque è disinteressata al voto; assenza di partiti che non siano comitati elettorali; personalizzazione dettata dalla struttura presidenziale. Il fatto che in Italia ci si stia avvicinando a quel modello è il risultato del lungo declino dei partiti di massa, che ha colpito anche la sinistra, e della riduzione della competizione agli show televisivi dei leaders che tutt’al più i cittadini possono scegliere con una sorta di twitter: “i piace” o “non mi piace”.

E’ un mutamento credo assai grave: immiserisce la democrazia la cui forza sta innanzitutto nella politicizzazione della gente, nel protagonismo dei cittadini, nella costruzione della loro soggettività che è il contrario della delega in bianco.

Inutile tuttavia piangere di nostalgia, una democrazia forte fondata su grandi partiti popolari non mi pare possa tornare ad esistere, o almeno non nelle forme che abbiamo conosciuto. Prima ancora di pensare a come ricostruire la sinistra dobbiamo ripensare il modello di democrazia, non abbandonando il campo a chi si è ormai rassegnato al povero scenario attuale: quello che Renzi ci ha offerto, accentuando al massimo il personalismo, il pragmatismo di corto respiro, la rinuncia alla costruzione di un blocco sociale adeguato alle trasformazioni profonde subite dalla società (che è mediazione in nome di un progetto strategico fra interessi diversi ma specificamente rappresentati e non un’indistinta accozzaglia unita da scelte falsamente neutrali.)

Detto questo credo sia necessario evitare ogni demonizzazione di quel 40 e più per cento che ha votato Pd: non sono tutti berlusconiani o populisti, e io sono contenta che dalle tradizionali zone di forza della vecchia sinistra storica siano stati recuperati al Pd voti che erano finiti a Forza Italia o a Grillo. Perché il voto al Pd per molti è stato un voto per respingere il peggio, in un momento di grande sofferenza e confusione della società italiana. Non vorrei li identificassimo tutti con Renzi, sono anche figli della storia della sinistra.

Tocca a noi adesso convincere che ci sono altri modi per respingere il peggio: assai più difficili, nei tempi più lunghi, ma ben altrimenti efficaci per avviare la ricerca di una reale alternativa. E qui veniamo al che fare nostro, di noi sinistra diffusa o organizzata in precari partiti nati dalle ceneri di altri partiti. A me l’esperienza della lista Tsipras, nonostante i tanti errori che l’hanno accompagnata, è parsa positiva. Lo dimostrano anche i dati elettorali: il risultato è stato ovunque superiore alla somma dei voti di Rifondazione e di Sel, segno che ci sono forze disponibili che non vanno sprecate e che i partiti esistenti dovrebbero essere in grado di associare al processo di ricostruzione della sinistra italiana evitando di chiudere la ricerca nei rispettivi recinti. Teniamo conto che queste forze sono molto più numerose dei dati elettori: laddove l’esistenza della lista di Tsipras era conosciuta (le grandi città) le nostre percentuali sono state il doppio di quelle raggiunte in periferia dove non è arrivata alcuna comunicazione.

Fra le forze aggregate alla lista Tsipras ci sono come sappiamo molti di quei micromovimenti quasi sempre locali, che si autorganizzano ma restano frammentati. Sono una delle ricchezze specifiche del nostro paese, dove c’è per fortuna ancora una buona dose di iniziativa sociale. Questa presenza sul territorio è la base da cui ripartire, intrecciando l’iniziativa dei gruppi con quella dei partiti e coinvolgendo nella lotta per specifici obiettivi e nella costruzione di organismi più stabili in grado di gestire le eventuali vittorie (penso all’acqua, per esempio) anche chi ha votato Pd. Un partito in cui sono tanti ad essere con noi su molti obiettivi:il reddito garantito; i diritti civili; la salvaguardia dell’ambiente; la rappresentanza sindacale,… . Accompagnando questo lavoro sul territorio con un’analisi, una riflessione comune per combattere il primitivismo di tanta protesta, il miope basismo spesso anche teorizzato: la sinistra ha bisogno di rappresentare i bisogni ma, diovolesse, anche di Carlo Marx per aiutare a capire come soddisfarli.

So, per lunga esperienza, quanto sia difficile, ma penso non si debba stancarsi di riprovare. Voglio dire che la cosa più grave che potrebbe avvenire è di limitarsi ad una opposizione declamatoria, o peggio a rifugiarsi nel calderone del Pd pensando di potervi giocare un qualsiasi ruolo. Il Pci – consentitemi questo amarcord – è stato per decenni un grande partito di opposizione, ma ha cambiato in concreto l’Italia ben più di quanto hanno fatto i socialdemocratici italiani da sempre nel governo. E però perché, pur stando all’opposizione, ha avuto un’ottica di governo: vale a dire si è impegnato a costruire alternative, non limitandosi a proteste e denunce. Ma soprattutto perché non ha ritenuto che le elezioni fossero il solo appuntamento, e che far politica coincidesse con fare i deputati o i consiglieri comunali.

E’ possibile, tanto per cominciare, consolidare la rete dei comitati Tsipras? E’ possibile che Rifondazione e Sel – cui nessuno chiede nell’immediato di sciogliersi nel movimento – si impegnino però a lavorare assieme a loro per un più ambizioso progetto di sinistra? E’ possibile cominciare a creare nuove forme di democrazia che ricostruiscano il rapporto cittadino-istituzioni?

Vogliamo almeno provarci?

  • Lorena Melis

    mi auguro di si dal più profondo

  • lorenzo

    Mi auguro di si, ma a mio avviso non bisogna partire dai modelli organizzativi e di democrazia che pure sono importantissimi. Occorre trovare la partecipazione di piu’ vaste area della nostra societa’ intorno a delle idee. Forse a partire dall’idea di uguaglianza che intesa dal punto di vista economico sembra cosi’ lontana e ormai percepita dai piu’ come elemento frenante dell’economia. Non solo va evidenziato che la teoria (leggenda) che la ricchezza accumulata da pochi e’ l’unico presupposto per un aumento complessivo del benessere non funziona ma va proposto un nuovo modello sociale in cui una maggiore omogeneita’ dal punto di vista delle condizioni materiali non e’ una limitazione delle liberta’, aspirazioni e realizzazioni individuali ma anzi le puo’ garantire ed aiutare a svilupparsi. Questo non e’ semplice da tradursi in proposta politica perche’ la dimensione locale non basta e perche’ spiegarlo a chi sta bene (o chi crede di stare bene) non e’ facile.

  • arduazz

    La rete dei comitati Tsipras e la relativa lista hanno avuto un senso solo nell’ottica delle elezioni europee. Certo che SEL, Rifondazione e Comunisti italiani – ce li siamo dimenticati? – devono unirsi! Certo che serve un nuovo partito unitario di sinistra! Un partito che possa arrivare tranquillamente allo sbarramento del 5% (sto pensando a quel poco che se ne sa della nuova legge elettorale) e che comunque sia disposto a coalizzarsi con il PD alle politiche (questa, credo, è la vera sfida e il punto su cui si possono misurare le divergenze). Purtroppo da soli, non si va da nessuno parte: il rischio extraparlamentare è dietro l’angolo. Ci vorrebbe un simbolo nuovo (forse bisognerebbe rinunciare all’amata falce e martello) e un nome nuovo. Quello ce l’ho: La Sinistra, semplice ma efficace.

  • Federico_79

    Bell’ articolo. Fulminante quando confronta i contributi al paese apportati dal PCI e dal PSDI.
    Quanto alla conclusione, alla necessitá che Rifondazione e SEL accettino di lavorare insieme, mi pare che ad opporsi sia solamente SEL,
    che del resto si é scissa da Rifondazione senza un perché.

  • arduazz

    Il perchè è noto.

  • Gianluigi Coretti

    Da giovane, ho vissuto circa un anno e mezzo a San Francisco in qualità di lettore di Italiano alla Berkeley University, all’epoca poi descritta nel film “Fragole e sangue” e, di conseguenza, sono stato a contatto con i movimenti gioavanili e pacifisti di quegli anni. Negare, carissima compagna Castellina, che il PD di Renzi non sia una reincarnazione, seppur con le ovvie differenze, non tanto della DC, ma di quel modo tutto italiano e cattolico di vivere la politica, è, a mio modesto parere di lettore e addirittura militante del Manifesto quando candidò Valpreda, del tutto errato. Questo PD è inequivocabilmente quello che vuole la maggioranza degli italiani moderatamente di Sinistra, come lo è stato e tuttora lo è Napolitano e come certamente non lo furono Ingrao, Magri, Natoli e tu stessa quando diffondevo questo giornale fuori dalle fabbriche di Pavia. Non cadiamo, per favore, nella trappola del Collodi di Firenze, perché il suo naso si fa ogni giorno più lungo per attirare quei moderati di sinistra che hanno distrutto la vera sinistra a partire da voi e da noi del Manifesto, con il PDUP e succedanei (Sel compreso). Grazie.

  • Federico_79

    Ciao Arduazz
    a me non é noto. Vuoi spiegarmi?

    Io percepisco sempre acredine verso Rifondazione, giustificata in due modi cui non trovo senso:
    1) “autoreferenzialitá”. Bella parola, ma non so cosa vuol dire. Forse vuol dire coerenza?
    2) “perdono sempre”. Ma é un po’ stupido lamentarsi che un partito perde, soprattutto da parte di chi non lo vota. I partiti non sono cavalli da corsa.

    Sul rinunciare alla falce e al martello, di nuovo non ne capisco il senso. Certo, il simbolo oggi é un po’ demodé e forse (ma forse) toglie voti. Peró, dietro c’é un’ idea, un concetto del mondo, la democrazia sul lavoro, l’ economia come motore della storia, l’ alienazione operaia. Se togliamo il simbolo, togliamo l’ idea, magari (ma magari) prendiamo il 2% di voti in piú, in cambio peró buttiamo la bussola che ci dice cosa fare (ad esempio nazionalizzare l’ Ilva).

  • arduazz

    Ciao, ci proverò.

    1) C’è un motivo se SEL se ne è andata da Rifondazione e dai Comunisti italiani. Per sopravvivere. Almeno secondo il mio poco autorevole parere: vengo dal Pdci e la mozione della Belillo l’ho condivisa assieme a tanti. Questo ha scatento una certa reazione, e dopo un lungo dibattito interno, la minoranza del partito ha scelto di andarsene, “tirandosi dietro” una parte di Rifondazione. Non di punto in bianco però: si è dibattutto a lungo sulla bontà della proposta. Ecco perchè non credo tu abbia ragione quando dici che SEL se n’è andata senza un motivo.

    2) Verso Rifondazione io non nutro nessun tipo di acredine. Certo lo dico io che non conto una mazza, ma per me i tre partiti comunisti italiani sono la stessa cosa, magari le posso considerare tre correnti diverse. Il punto è collegato con quello sopra. Bisogna guardare i numeri, non si può sperare che il PCI torni al massimo storico. Ciò significa che un’alleanza con un altro partito più grosso è l’unica concreta speranza di restare in parlamento. L’esperienza della Sinistra Arcobaleno ce la ricordiamo tutti, no? In questo caso il PD può essere l’alleato giusto non perchè sia un partito di sinistra (condivido l’articolo sopra) ma semplicemente perché è l’unico: togli le destre e i Cinque Stelle chi rimane? Quindi credo che un’alleanza sotto elezioni col PD sia inevitabile. Questo non significa diventare il PD ovviamente: l’idendità del partito deve rimanere immutata.

    3) Non sai quanto ami la falce e il martello, ma è pur sempre vero non siamo conservatori ma rivoluzionari. Purtroppo – e del tutto ingiustificatamente – la gente associa a questo simbolo l’idea del passato. Alle volte bisogna essere presenti. Il 2% in più dei voti è un 2% che non possiamo permetterci di perdere. L’idea, il concetto che c’è dietro rimarrebbe esattamente come noi vogliamo che rimanga.

  • ricci roberto

    io mi auguro che questo possa avvenire , anche perchè non possiamo appiattirci sulle posizioni del PD come vorrebbero fare alcuni politici di SEL, non’è ne il momento e spratutto non’è il caso , visto anche le posizioni che il PD sta portando avanti con l’attacco al sindacato . Lo stesso discorso vale appunto anche per il sindacato stesso ,deve ritornare a fare sidacato e a lottare per i diritti dei lavoratori , fuori e dentro le fabbriche. Mi è piaciuto questo articolo di Luciana Castellina .

  • https://www.facebook.com/pictopaint Antonio Stricagnoli

    a mio avviso il popolo italiano mai stato tanto insicuro , una vera e certa sicurezza di base direi una sindrome , infatti americano !!! il termine passa bene , per il semplice motivo che siamo strumentalizzati tutti dal nuovo sistema sociale che è ormai ne è nato tramite l evoluzione data dai mass media, quale internet è il capostipite, noi tutti non abbiamo piu una forma personale di pensare questo fa il tutto della strumentalizzazione e non faccio nomi di politici in quanto sono tutti uguali , se i vecchi partiti non esistono e le vecchie forme di ideologie sono scomparse bisognerebbe solamente essere unanimi e pensare in modo democratico abbandonare le vecchie ideologie berlusconiane , e di filo-napollitanico, quale solo interessi personali hanno portato a fa si che questo paese andasse alla deriva, serve solo svegliarsi non piu restare assopiti e dormienti nelle vecchie teorie che ormai non portano niente