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Visioni

La tragica illusione del soldato Woyzeck

A teatro. Ritorno italiano per il regista magiaro Tamàs Ascher che porta in scena il capolavoro di Georg Büchner, ispirandosi alla versione di Bob Wilson. Musiche di Tom Waits

Una scena da Woyzeck

Una scena da Woyzeck

Solo due repliche italiane (l’ultima ieri sera) alle Fonderie Limone di Moncalieri nell’ambito del progetto internazionale «Teatro d’ogni passione» dello Stabile torinese, per quello che ne è l’avvenimento certo principale: un Woyzeck semplicemente straordinario, che fa tornare da noi, dopo una decina d’anni d’assenza, uno dei registi più importanti d’Europa, l’ungherese Tamàs Ascher.

Lui è un artista schivo (non si presenta mai neanche a raccogliere gli applausi alla fine delle rappresentazioni delle sue creazioni) ma che da molti anni realizza al Katona Jozsef (poco fuori del centro di Budapest) dei veri capolavori, dove il suo lavoro sul «realismo» ottiene dalla bravura strepitosa dei suoi attori dei risultati indimenticabili. Chi ha avuto la fortuna di vedere qualcuna delle sue opere, sa che dentro una narrazione coerente e fedele al testo originario, girano mille visioni e metafore del mondo attorno a noi, con una forza e insieme una delicatezza che è raro vedere normalmente convivere e valorizzarsi a vicenda. È stato ospite più volte, negli ultimi anni del ‘900, nei teatri di Roma, Parma, al Piccolo di Milano e al Mittelfest di Cividale, ed in Europa spesso a Berlino e Parigi. Il primo sconvolgimento, quando il Muro non era ancora caduto, ce lo diede con le sue Tre sorelle cechoviane, chiuse nella dacia di chiaro legno di betulla, e letteralmente «occupate» manu militari dalla guarnigione, straniera al loro mondo. E sempre da Cechov, un Platonov incerto dei suoi amori e della sua vita, restava irrisolto e impotente davanti al treno della storia che sferragliava e sbuffava in maniera assordante oltre il bucato steso in giardino. Mentre nei primi anni del «disgelo» del 1989, perfino La casa nova di Goldoni si faceva metafora della difficile ricostruzione di un’identità dalle macerie e dal disordine di una vecchia coabitazione forzata, retaggio di Yalta e della guerra fredda.

Ora questo geniale artista magiaro ha deciso di avvicinarsi a Georg Büchner, il giovane poeta romantico che compose il suo Woyzeck a 23 anni, l’anno stesso della tragica morte. Ma di quella storia di amore estremo e criminale, Ascher non usa la versione originaria, ma quella che una decina di anni fa ne trasse Bob Wilson, che volle fosse innervata e reinventata da una partitura musicale apposita, firmata niente meno che da Tom Waits (per il quale Kathleen Brennan trasse dalle battute poetici versi in inglese). Wilson del resto aveva già allestito a Parigi una famosa edizione del Woyzeck, opera che Alban Berg ha tratto (con variazioni e modelli classici e barocchi) dallo stesso «libretto» di Büchner: un vero e mirabile paradigma dell’opera contemporanea. Con Waits, l’artista texano completa un percorso di irresistibile fascino: dal racconto romantico alla modernità, e poi all’opera futura che restituisce in suoni anche pop un sentimento del tragico e della complessità dell’amore, ad uso di generazioni future.

Questo deve aver convinto Ascher a cimentarsi con quel materiale, prescindendo poi totalmente dall’alfabeto cromatico wilsoniano fatto di colori acidi e squillanti, e dalla sua grammatica esasperata di tempi e movimenti. Qui nell’allestimento ungherese una band di cinque elementi suona da un ripiano ferroso di quell’ambiente claustrofobico, e ne costituisce in qualche modo l’unico elemento di «fuga». Siamo dentro un luogo di costrizione, dalle alte pareti di lamiera rugginosa, chiuse in ogni punto da sbarre e inferriate. Un luogo concentrazionario dove il soldatino Woyzech subisce le umiliazioni e le sevizie del medico militare (anche il padre di Büchner era medico…) e del comandante cui ogni giorno rade pazientemente la barba. La sua salvezza, il suo unico elemento di fuga è Maria, amore sconfinato, ragione di vita, e madre del suo bambino. Con lei quella vita di soldatino acquista spessore, la convivenza del gruppo sulla scena si fa comunità, la vita di tutti si modula come una fantastica coralità. Anche perché gli attori del Katona Jozsef oltre a saper recitare, cantano e danzano: un collettivo di prim’ordine, che riempie il palcoscenico (anche se sono solo sette là sopra) e ne rompe la gabbia di sbarre volando lontano, finché i sentimenti vincono sulle gerarchie.

Ma tutto si incrina quando Woyzech scopre il tradimento di Maria: da diverso tempo, confessa lei, ha scelto le grazie sensuali del tamburmaggiore, macho e colorito, alla sua mite arrendevolezza. E la conclusione tragica e disperata è quella della fine della grande illusione. Sempre a ritmo di canto e di danza, che trasfigurano la semplicità dimessa dei loro abiti (solo la seduzione veste glamour su questa scena), il piccolo barbiere pone fine alla vita di lei e chiude la propria. Forse era stata solo un’illusione, ma lo spegnersi di quella passione è il suo momento più «alto». Lontano dal femminicidio delle cronache, quello di Woyzech è una sorta di rito ancestrale, che le musiche di Waits rendono grande liturgia. È la rinuncia al mondo e all’utopia, se il mondo rende impossibile l’amore: è la resa a una perpetua prigionia dentro quel carcere rugginoso, ovvero i rapporti di forza e di potere. Bisogna volare alto per andarsene da quelle umiliazioni, caricarsi della propria abiezione e suonarla forte, fortissimo. Nessuno può dire cosa ci sarà oltre quelle sbarre, e quelle caserme interiori. E l’immagine attuale dell’Ungheria resta inquietante incognita collettiva.


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