closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Il conflitto redistributivo del capitale scatenato

Sciopero generale. Oggi 12 dicembre

Lo sciopero generale contro il Jobs Act e più in generale contro la legge di stabilità, mette in luce la fallimentare politica economica del governo che asseconda la deriva liberista del “capitalismo scatenato”, come, una diecina di anni fa, l’economista inglese Andrew Glynn definiva la nuova fase del capitalismo. Una risposta allo spostamento nella distribuzione dei redditi a favore del lavoro registrato negli anni sessanta-settanta.
Da allora ripristino della disciplina macroeconomica, privatizzazioni, incoraggiamento delle forze di mercato, focalizzazione delle imprese sul “valore per l’azionista” sono stati i pilastri di una feroce controffensiva: il conflitto distributivo ha cambiato segno, e, per l’effetto congiunto di minore e peggiore occupazione e di più bassi salari reali, la quota di reddito che va al lavoro è costantemente diminuita.

Quell’offensiva del capitale, che oggi tocca livelli prima impensabili in Italia, non si limita a riportare indietro le lancette della storia per tornare alla situazione preesistente. Se così procedessero i processi storici troverebbe legittimità la teoria del pendolo: uno spostamento dei rapporti di potere eccessivo ad un certo punto si ferma e si mettono in moto le forze che spingono in direzione contraria. Così si potrebbero leggere, in questo caso, la risposta del capitale di cui abbiamo parlato e quella che oggi cerca di dare il sindacato anche con lo sciopero. Ma la situazione reale è molto più complessa perché negli ultimi decenni è cambiato il mondo ed è cambiato lo stesso capitalismo.

La globalizzazione, la connessa “Ascesa della finanza” – titolo questo di un bellissimo e preveggente libro del caro Silvano Andriani recentemente scomparso – e, più di recente, la rivoluzione digitale hanno delineato un capitalismo che ha fatto un enorme salto di qualità. In questa nuova fase di un capitalismo per il quale non troviamo ancora una denominazione condivisa – oscillando dal finanzcapitalismo di Gallino al capitalismo patrimoniale di Piketty – gli elementi che emergono sono due.

Il primo è costituito dalla globalizzazione del mercato del lavoro che mette in competizione, in termini di costo, il lavoro delle economie sviluppate con quello delle economie emergenti. Gli effetti di questa nuova competizione sono bidirezionali: da un lato si sposta la produzione dai paesi ad elevato costo del lavoro verso quelli a costo più basso, dall’altro i lavoratori delle aree più arretrate emigrano nelle aree sviluppate per fare i lavori più pesanti ed a condizioni rifiutate dai residenti. L’effetto di questi processi sul conflitto distributivo è, per i paesi sviluppati, quello di un abbassamento dei salari e di una riduzione dei diritti. Il secondo elemento che caratterizza questa fase è la rivoluzione digitale che ha già investito pesantemente la produzione manifatturiera e che investirà sempre di più i settori del commercio e dei servizi, pubblici e privati, riducendo la quantità di lavoro necessaria e modificando profondamente, contenuti e modalità della prestazione lavorativa.

I due elementi segnalati si intrecciano tra di loro, e contribuiscono allo stesso processo: una svalutazione del lavoro impensabile fino a pochi anni fa che si manifesta a livello sovranazionale ed agisce su un terreno senza regole come quello finanziario nel quale il capitalismo scatenato è diventato sfuggente ed inafferrabile. I processi di cui stiamo parlando non sono ancora compiuti, ma in pieno svolgimento e, quindi, le situazioni che si vivono nei vari paesi sono differenziate secondo le loro storie e secondo le modalità con le quali si stanno affrontando i processi stessi.

Non è un caso che l’area dei paesi sviluppati si articoli in tre gruppi: economie che si affacciano verso una possibile nuova fase di crescita come gli Usa, economie che hanno superato la crisi anche se non hanno ritrovato il sentiero della crescita come Germania e Nord Europa, economie che ristagnano ed indietreggiano. Questo significa che, pur di fronte ad una comune controffensiva del capitale, non è ineluttabile che i paesi più sviluppati subiscano contemporaneamente riduzioni del lavoro, riduzioni dei diritti ed indebolimento e declino delle strutture produttive. Un mix questo che può essere veramente esplosivo. L’Italia si colloca nel terzo gruppo ed è sulla soglia di un’esplosione sociale.

Lo scontro che la agita oggi, protagonisti Cgil, Uil e governo si colloca in questo contesto e la partita appare decisiva per il nostro futuro. Se è vero che siamo in mezzo ad una mutazione che supera i confini nazionali è anche vero che le modalità scelte dal nostro governo sono di rassegnazione, al di la delle chiacchiere su speranze e futuro, ad un ridimensionamento di lavoro, diritti e futuro produttivo.

Aver fatto della subordinazione alle logiche confindustriali e dello scontro col sindacato il perno delle politiche del governo ci sta cacciando in un vicolo cieco. In Italia non dobbiamo dimenticare che, a parte alcune isole felici di una parte dell’imprenditoria che ha saputo investire, innovare ed esportare, le ricette del passato (contenimento del costo del lavoro e svalutazioni competitive), non hanno aiutato il capitalismo italiano a crescere puntando sull’innovazione, sulla ricerca e sull’aumento della dimensione di impresa. Anche per questo, quello che abbiamo oggi di fronte è un capitalismo industriale che sa solo chiedere più libertà di licenziare, meno tasse, privatizzazioni per fare investimenti sicuri e grandi opere nelle quali lucrare; un capitalismo incapace di progettare una possibile politica industriale di investimenti, di ricerca, di nuovi rapporti produzione – università – ricerca…

Questo capitalismo non andrebbe coccolato con un po’ di spiccioli elargiti a pioggia accontentandolo e facendo copia/incolla delle sue ricette, ma stimolato e sfidato a fare un salto di qualità. Certo questo richiederebbe un governo con una capacità progettuale, con un piano dei trasporti e della mobilità, con un piano di risanamento ambientale e del territorio, con un piano industriale ed una visione dei settori del futuro.

Ed invece noi abbiamo di fronte una classe industriale ed un governo assolutamente inadeguati alle sfide del nostro tempo. E’ in questo quadro che si colloca lo sciopero del 12. Per la complessità dei problemi di cui abbiamo parlato, non possiamo e non dobbiamo illuderci che con esso si possa fare il miracolo di capovolgere questa situazione. Ma la “politica” di questo governo e la sua “non politica” vanno contrastate e fermate. Fare questo sarebbe già tanto ed una buona riuscita delle mobilitazioni di oggi è per questo essenziale. Importante sarà, però, soprattutto il dopo.

Sarà quello che accadrà nel Pd e quello che accadrà a sinistra. Un futuro vicino, ad oggi imprevedibile, la cui direzione più o meno a sinistra dipenderà sì dall’esito dello sciopero, ma soprattutto da come sapremo ricostruire un pensiero di sinistra volto al futuro più che al passato. Ma questo, in tempi di corruzioni – degenerazione – evaporazione dei partiti – astensionismo dilagante, è proprio un altro capitolo.

  • Daniele

    Il reaganismo e il thatcherismo hanno preparato la situazione al coming back del peggior capitalismo, il blairismo ha fatto vedere al mondo come il labour può piegarsi bene alle dinamiche della destra padronale. Passato il messaggio è stato poi tutto un fiorire di scimmiottamenti indotti e/o localismi addirittura peggiorativi (vedi Berlu in Italia). E per dare il colpo finale al giocattolo non ancora ben oliato è arrivato l’olio di ricino del 2008: finanza galeotta che di riflesso diretto implode l’economia produttiva, e da la carica al dumping dei diritti e della dignità lavorativa. Il tutto condito, in Italia, da scarsissima credibilità politica, e di conseguenza bassi istinti in forte emersione, fra i quali a primeggiare, antipolitica e disimpegno dilagante. Sembra proprio un quadro costruito apposta dai “soliti”, svariati decenni fa, che non trova molte difficoltà a incarnarsi. La ripresa, a quasi tutti gli effetti, del controllo, dei padroni della ferriera. Riusciremo a costruire o emulare con costrutto e sostanza Syriza, e un po’ anche Podemos ? Riusciremo, come siamo riusciti almeno in buona parte il 25 ottobre e oggi 12 dicembre a spegnere le litigiosità liceali e concentrarci su ciò che ci unisce e che unisce ancor prima gli elettori, e/o potenziali tali, di questo non trascurabile bacino di Resistenza Umana?

  • Dilario

    Oltre le polemiche provinciali un piccolo sguardo oltre la dialettica tradizionale. C’e’ un inedito fattore che avrà implicazioni rivoluzionarie negli assetti sociali. Il lavoro a bassissimo costo non sarà più necessario e sarà sempre più abbondante in tutto il mondo. Alcune settimane fa la Volkswagen ha annunciato che NON rimpiazzerà più coloro che andranno in pensione, saranno tutti sostituiti dall’automazione, ossia dai robot, dai computer, da macchinari che pure si autoriproducono. Non solo nelle linee di montaggio, ovunque l’automazione dilaga. In Cina si sono persi negli ultimi cinque anni 30 milioni di posti di lavoro nel solo manifatturiero causa l’automazione. Le problematiche sociali connesse sembrano sfuggire sia al “nuovo che avanza” sia ai cortigiani nostalgici del grande condottiero. Il malessere sociale attuale che esiste davvero, e’ un piccolo segnale di quello che accadrà tra poco tempo. Più tardi si interverrà, più drammatici saranno gli antagonismi. Ma di questa inedita sfida sembra che in Italia nessuno se ne accorga. Serve innovazione, tecnologia, investimenti ed idee. L’opposto dell’attuale establishment. Necessita una presa d’atto per soluzioni umano-centriche. Negli USA si onzia a valutare un salario minimo d cittadinanza per evitare conseguenza assai spiacevoli per la classe dominante. Food stamps e sussidi sono in crescita, infatti.