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Editoriale

Decalogo per l’alternativa

C'è vita a sinistra. Costruire un’alternativa e renderla credibile e concreta si può, ma è necessario sapersi confrontare, discutere e alla fine convergere. Per questo è importante evitare la tentazione di piantare ciascuno la propria bandierina come è fondamentale rinunciare a qualche quarto di identità in favore della posta (alta) in gioco nei prossimi mesi

I tre musicisti

Venerdì scorso dopo la scoperta scientifica di “un’altra terra” nella Via Lattea, molti hanno sostenuto che un altro mondo è possibile. Noi siamo più modesti e vogliamo scoprire se un’altra sinistra è possibile.
Pensare a un’altra sinistra significa percorrere molte strade nel prossimo futuro, ma prioritaria è una discussione libera e schietta.

Perciò il manifesto – da domani – mette a disposizione le proprie pagine, che ospiteranno interventi, opinioni, commenti delle donne e degli uomini che vogliono ragionare e confrontarsi sul presente e sul domani del nostro Paese. Per iniziare ecco, secondo me, alcuni spunti necessari alla riflessione.

E proprio perché si tratta di spunti – tanti altri possono essere aggiunti – non è importante l’ordine in cui vengono esposti. Dunque.

1) La formazione di un partito alla vecchia maniera? Sarebbe opportuno tentare un’evoluzione della specie. La nascita di un nuovo soggetto politico? Auspicabile ma sarebbe ancora meglio mettere insieme diversi “soggetti” politici, sociali, culturali. Nelle forme più ampie possibile. Più aperte. Le meno settarie. Le più alternative. Perché c’è vita a sinistra (del Pd), e si tratta di milioni di persone che vorrebbero vedere trasformate in realtà le loro volontà di cambiamento.

2) Potremmo ragionare a lungo sul ruolo avuto dall’ex Pci nell’ultimo trentennio. Ci aiuterebbe a capire quanto sono profonde le ragioni che hanno ostacolato la nascita di una nuova sinistra (nella quale va inserita anche la storia del gruppo del Manifesto e del Pdup). Ma andremmo troppo lontano.

Concentriamoci invece sullo spazio lasciato dal Pd alla sua sinistra. Ampio sicuramente, eppure sempre estremamente frammentato: dai movimenti per i diritti sociali a quelli per i diritti civili (emersi nel nostro arretrato paese anche grazie allo scavo costante della cultura femminista, protagonista e madre di un altro modo di pensare la politica).

Un ampio fronte che passa anche per alcune forme di aggregazione politica strutturate in organizzazioni e partiti. Un fronte diffuso e variegato, privo però di una spinta unitaria convincente. Si possono trovare diverse ragioni per spiegare l’autoreferenzialità, magari anche utile per puntare l’attenzione sulle idee diverse di alternativa. Ma nessuna identità può bloccare la necessità, e ormai l’urgenza, di trovare forme, obiettivi, unitari. Con l’ambizione di essere un’alternativa politica oggi e di governo domani. E quindi in grado di presentarsi con programmi e alleanze sociali larghe e trasversali. In Italia e in Europa.

3) Oggi all’ordine del giorno non c’è la rivoluzione ma un’idea di riformismo di sinistra in grado di persuadere milioni di persone. Kark Marx ai critici del suo sostegno alla legge delle dieci ore rispondeva così: «Per la prima volta alla chiara luce del sole, l’economia politica del proletariato ha prevalso sull’economia politica del Capitale». Nessuna rivoluzione, ideologica e auto contemplativa ma cambiamenti radicali, di base.

Quei cambiamenti che un tempo si chiamavano “riforme di struttura”, per indicare un metodo pacifico e progressivo di mutazioni profonde nell’assetto economico e sociale. Fino a poco tempo fa pensavamo che questa idea forte di riformismo fosse impossibile da realizzare. La conquista del governo di Tsipras e la recente affermazione di Podemos, hanno dimostrato che le nuove idee possono avere grande riscontro trasversalmente nei diversi strati sociali ridisegnati dall’impoverimento provocato dalla crisi, e dentro le forme della democrazia. Diretta, referendaria, internettiana, assembleare, e comunque rappresentativa.

Ma il consenso arriva solo quando tutto questo riesce ad essere convincente perché viene rappresentato da persone, gruppi, movimenti che hanno saputo interpretare con serietà e pragmatismo la lotta per il cambiamento.

4) Tutto quello che si muove al di fuori del Pd è convincente, significativo? Intanto una parte dell’area sociale e culturale alternativa – soprattutto quella giovanile – si è riconosciuta nel Movimento 5Stelle. Non perché (non solo) non esisteva un’altra proposta forte, ma perché il M5S è andato a fondo contro il sistema corrotto dei partiti, puntando sull’onestà amministrativa, sulla lotta al malaffare e ai privilegi della casta, sulla capacità di fare opposizione sui temi dei diritti civili e dell’ambientalismo. Tuttavia anche i 5Stelle, per diventare una forza egemonica, dovranno liberarsi da una struttura autoritaria costituita da un capo politico e da uno ideologico. Da una vocazione settaria che può diventare pericolosa, proprio perché convince milioni di persone. Il M5S l’ha già vinta e potrà vincere altre importanti partite elettorali, tuttavia l’ideologia del “chi non è con me è contro di me” non ci piace, perché dispotica e violenta.

5) Una vasta area di italiani, milioni di donne, uomini, giovani, anziani hanno scelto Sel, l’altra Europa di Tsipras, più piccole organizzazioni che si richiamano al comunismo, oppure solo la lotta di piazza, per i diritti civili e sociali o su obiettivi specifici (i no Tav, i no Triv quelli che Renzi chiama “comitati e comitatini”) e anche il non voto.

C’è la parte di società rappresentata da Landini e quella che si riconosce direttamente nei fuoriusciti del Pd (Civati e Fassina) e nella minoranza antirenziana. La lotta che il movimento sindacale ha organizzato, trainato dalla Cgil, contro il Jobs Act e contro le nuove leggi sulla scuola ha espresso una potente soggettività, guadagnandosi l’attacco duro e costante del premier/segretario dell’ex partito di riferimento. Queste e altre sono le potenzialità di una “cosa” di nuova sinistra.

Ma qui ripeto una riflessione che Vittorio Foa ci proponeva già nel fatidico 1977: «Come mai le sconfitte elettorali, sociali e politiche non scalfiscono le nostre sicurezze?». Una domanda che faceva riferimento a un sistema politico ancora fondato sui grandi partiti di massa. Quei partiti sono scomparsi, ma l’errore rischia di permanere perché la tentazione di piantare ciascuno la propria bandierina, la cattiva abitudine di non saper rinunciare a parti della propria identità in favore dell’unità, è una sorta di tara genetica difficile da curare.

6) Naturalmente è vitale per la sinistra essere in grado di misurarsi con i profondi cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel mondo del lavoro, sempre più difficile da rappresentare per la progressiva, profonda, inedita parcellizzazione delle figure professionali. Accanto a lavori immateriali che proiettano lo sguardo nel mondo delle reti dove tempo di vita e tempo di lavoro non sono più distinguibili, convivono lavori primitivi, poveri, di sfruttamento ottocentesco.

Chi sono oggi i lavoratori? Cos’è il lavoro? E come e quanto viene riconosciuto? Su questo aspetto della vita collettiva sono avvenuti i cambiamenti più forti, che hanno portato ad un indebolimento della rappresenta tradizionale e ad un nuovo sfruttamento, con lavori sottopagati, provvisori, precari. Per milioni di persone c’è povertà e non c’è futuro: una sinistra vera deve pensare non solo a chi ha un posto assicurato, ma ai più deboli, ai più fragili, a quei milioni di donne e di uomini costretti alla sopravvivenza da pensioni da fame. Una forza nuova di sinistra dovrebbe avere come priorità l’impegno per i giovani senza lavoro o precari e i pensionati meno protetti.

7) L’immigrazione dei nostri tempi è un fenomeno strutturale che insieme alla crisi economica, ai nuovi conflitti che alimentiamo (nella spirale guerra-terrorismo-guerra), all’invecchiamento della popolazione europea stimola progetti e alternative visioni del mondo. Mettendo in discussione e a dura prova uno degli aspetti fondanti dell’economia e della società occidentale: il welfare. Sempre più povero, sempre meno inclusivo.

Ma quale sarà la struttura economica di base se il capitalismo temperato dalla socialdemocrazia non ha trovato nemmeno una voce nella lunga, aspra, rivelatrice lotta del piccolo David greco contro il gigante Golia europeo? Sul nostro giornale alcuni e diversi intellettuali hanno iniziato ad abbozzare idee e linee di un piano su immigrazione-lavoro-beni culturali e ambientali che andrebbe sviluppato. Ma la risposta alla tragedia che coinvolge in particolare i disperati del Sud del mondo non può essere l’egoismo, la riproposizione del privilegio.

A quelli che vengono in Europa con una speranza di vita e con energie intellettuali da offrire, dobbiamo dare un inserimento rispettoso delle culture e delle tradizioni altrui. E dobbiamo essere intransigenti contro chi specula e cerca consensi. Una società non solidale non ci interessa.

8) Le riforme sono molto importanti, anche quelle istituzionali ed elettorali. Solo chi è cieco non vede che con le nuove leggi si dà troppo potere ad un solo partito e solo al capo di quel partito. Non a caso mentre si mettono in un angolo i contrappesi istituzionali, si cavalca il web come strumento di democrazia diretta, si indeboliscono le rappresentanze di base, si orienta la macchina elettorale verso forme di unzione popolare. Si punta – dall’avvento del berlusconismo – a rafforzare il ruolo dell’uomo solo al comando. (A questo proposito dovrebbe essere contrastata la tendenza al leaderismo esasperato).

Comunque applicare la Costituzione non significa imbalsamarla ma proporre una riforma del bicameralismo e della legge elettorale per una nuova organizzazione dei poteri. Iniziando dal modello comunale, possibile laboratorio di altre forme partecipative (e ambientaliste), di esperienze sul campo per l’applicazione dell’idea dei beni comuni, lontani da vecchie logiche stataliste, nonostante l’interpretazione dei monotoni liberisti che dilagano sul Corriere della Sera. Fino alla forma di governo nazionale, al rapporto tra Legislativo e Esecutivo.

9) Non si può mettere tra parentesi o dimenticare ciò che nel mondo contemporaneo tutto ingloba e restituisce: la comunicazione. Cosa diversa dall’informazione, dall’autonomia dei media dai poteri industriali e finanziari. La comunicazione è oggi marketing politico, narrazione di nuove leadership come dimostrano grillismo e M5S. Si tratta di strumenti che la sinistra politica sa usare poco ma che per fortuna i giovani dei movimenti riescono a maneggiare meglio (la maschera di Anonymous, i flash mob, le modalità della piazza).

Tuttavia il potere dei media in Italia è ancora e soprattutto televisivo, fin dai tempi della tv di Bernabei per arrivare a Berlusconi. Un partito padrone della tv, più o meno magnanimo e pluralista. E ancora oggi assistiamo a una non-riforma, a una non-modernizzazione, ma semplicemente a una concentrazione del potere in un’unica figura di decisore. Mentre la stampa risponde a logiche di gruppi industriali nazionali sempre più deboli e indebitati, sempre più disposti a omaggiare il potere politico, in una commistione spesso inestricabile.

Com’è possibile che oggi tutti sia come e peggio di sessant’anni fa?

10) La vicenda greca, che ha impegnato e ancora impegnerà a lungo tutti noi, ha chiarito che non c’è – e non c’è mai stata – l’Europa pensata dai padri fondatori come Altiero Spinelli. Oggi c’è un’Europa che viaggia a diverse velocità, divisa tra Nord e Sud, che si regola sulle economie dei paesi più forti. L’idea degli Stati Uniti d’Europa ha ancora una sua forza trainante? E’ la moneta che decide o è uno strumento della politica che la determina?

Quindi la questione centrale è in una domanda: c’è vita a sinistra? Sì, c’è, ed è un mondo. Però dopo viene tutto il resto. Chi dovrebbe farne parte? Quali proposte di governo dovrebbe avere? Che idea di futuro può proporre? Come deve organizzarsi? Ha bisogno di un leader come nella sinistra greca e spagnola?

Questo è solo l’inizio della riflessione che il manifesto intende ospitare.

E che dovrà essere ampia, aperta, veritiera, libera da vecchi schemi e ingessature politiche. Vedremo dove approderà. Ma sono certa che potrà dare un senso a quel confronto ormai non più rinviabile per tutti coloro che hanno creduto e credono in una società democratica, diversa, attenta e impegnata sui diritti sociali e civili di milioni di persone.

Cambiare si deve. Ma le esperienze greca e spagnola ci dicono soprattutto che si può.

  • Federico_79

    Alcune cose non mi convincono di questo editoriale.

    1) non vogliamo un partito. Ma perche’? Solo per essere a la page? Ci serve un partito, che sia la nostra avanguardia nelle istituzioni. Rileggere Lenin e Gramsci…

    2) non rivoluzione ma riforme. Ma perche’? Perche’ “la rivoluzione non e’ all’ ordine del giorno”. Ma non e’ proprio questo il problema? Cosi’ rinunciamo a cambiare radicalmente un sistema sbagliato e inefficiente, illudendoci di correggere o migliorare il capitalismo. L’ economia deve essere guidata dall’ interesse pubblico.

    Di questi punti dovremmo almeno discutere, non credo che il “popolo della sinistra” sia necessariamente d’ accordo sulle posizioni della Rangeri.

  • fabnews

    Nei dieci comandamenti qui sopra non si parla della Left Platform di Syriza che sta protestando contro Tsipras, con la sempre piu’ popolare presidente del parlamento greco Zoe Konstantopoulou e l’ex-ministro Panagiotis Lafazanis.
    In Italia dovrebbe nascere una Left Platform come forma di protesta all’incapacita’ politica di Sel/Vendola, Civat/Prodiani e Altra Europa/Tsipras….. Se non altro per tutela contro i diktat/waterboarding di Schauble.

  • Vittorio Marchi

    allora, uomo solo al comando. DI leadership c’è bisogno, ogni rivoluzione, ogni trasformazione ne ha bisogno. ANche quella russa ci aveva Lenin, e quella francese un RObespierre. Che è sta polemica a prescindere ? Quindi sul referendum e democrazia diretta. Ma scherziamo ? Prima andrebbero formati cittadini, poi ci si potrebbe mettere nelle loro mani. Ricordo a tutti che gli italiani hanno votato in massa berlusconi negli unltimi 20 anni, erano tutti fascisti etc. E ricordo che se gli italiani potessero votarsi fuori dall’italia lo farebbero in massa. Ma davvero pensiamo che i referendum contino qualcosa? QUanto ha contato quello greco? Infine nel prendere la Grecia come paragone. Ma scherziamo ? I brand itlaiani sono conosciuti in tutto il mondo, e i giapponesi vengono a studiarci per capire come facciamo a far diventare una officina un brand globale. Io per solidarietà compro feta e coccomeri, ma no saprei dire chi li produce. Cosa ne segue ? CHe il ruolo dell’Italia se vuole essere costruttivo è diverso da quello della Grecia. Ben altro il nostro potenziale, ben altra la nostra responsabilità, anche nei confronti di chi sta peggio di noi. Invece di chiagnere e fare le vittime, dovremmo darci da fare per una soluzione a livello che sia equa e che sia capace di anticipare i prossimi passaggi dell’economia e della scoietà. Se fallisce il rapporto nord-sud a livello europeo, fallisce definitavamente anche in Italia, che questo e sud compone al suo interno. Dove sta la soluzione ? In avanti, nella capacità di anticipare, non indietro, nella resitenza. Anzi liberiamoci di qeusto concetto una volta per sempre. Anche che resistere, bisogna anticipare. Aggiungilo al tuo decalogo.

  • Giacomo Casarino

    Questa proposta è un’agenda dell”irrealtà”, fondata sul nulla provincialistico (“italiota”) e sul politichese cervellotico. Trovo più “agenda” tra i giovani partecipanti all’incontro di San Cesarea (Lecce), su cui riferisce quest’oggi Luciana Castellina, perché essi “stanno sul pezzo”, individuano il vulnus da cui solo può ripartire una riflessione politica. Essi “non par­lano solo di scuola, ma tutti comin­ciano con la Gre­cia e poi l’Europa. «L’Europa è ter­ri­fi­cante», dice uno. E un’altra che «il governo Renzi è il più auto­ri­ta­rio della sto­ria». Due punti fermi da cui chi vuol formare un soggetto di sinistra che abbia qualche possibilità di essere veramente alternativo non può prescindere, a meno di essere rapidamente fagocitato nei mutevoli riequilibri del sistema politico dello sfruttamento.

  • http://www.ilmanifesto.info/ il manifesto

    Come è scritto chiaramente nelle ultime righe, questo editoriale è esattamente un contributo per iniziare la discussione.

  • Grazia Verde

    In primis,occorre che le tante anime del dissenso si ascoltino e si parlino,si coagulino e si globalizzino in un’unica grande “ola mediterranea” di dissenso.E i vari soggetti politici nazionali (SEL,Civatiani,Podemos,Syriza,etc) dovrebbero essere la materia bianca di connessione analisi e sintesi delle varie “aree pensanti” regionali.Occorre costruire un paradigma sociale alternativo, in tutte le sue declinazioni (economico,culturale,politico),e globalizzato intorno all’idea di Bene Comune;dove per bene comune,si deve intendere il capitale umano,che deve tornare ad essere valore e non strumento,il lavoro,la cultura e l’istruzione,l’accoglienza e la cooperazione,la tutela dell’acqua e del suolo,del paesaggio e dei beni culturali. Ecco,un BENECOMUNESIMO !

  • Giorgio Cadoni

    Peccato che il capitalismo finanziarizzato e globalizzato non sia riformabile. Il paragone con l’appoggio di Marx alle 10 ore. dimostra una preoccupante incapacità di analisi storica e una totale incomprensione della fase attuale del capitalismo.

  • Giorgio Cadoni

    Una falsa partenza fondata su presupposti errati dati per indiscutibili

  • Giorgio Cadoni

    Per Matteo, “la Carogna”
    Forte coi deboli, debol coi forti,
    prode a trafiggere gli uomini morti

  • massimo gaspari

    risposta al punto uno: non sul web. assemblea e schede biografiche

  • massimo gaspari

    commento al punto due. se e’ divisa non e’ sinistra. resta da definire quale unita’ e’ il senso cui aggregarsi. l’unita’ e’ l’idea. il perfetto bene

  • massimo gaspari

    risposta al punto tre. scioperi e manifestazioni non violente ripetute e prolungate. tecnica di guerriglia presenza continua diffusa e concentrata

  • massimo gaspari

    risposta al punto quattro. non ci riguarda l’esistente

  • massimo gaspari

    risposta al punto 5. non ci riguarda l’esistente

  • massimo gaspari

    risposta al punto 6. a condizioni attuali importare manodopera, liberalizzare in senso etimologico l’economia, rilanciare le imprese statali, combattere il latifondo e gli oligopoli

  • massimo gaspari

    risposta al punto 7: libera circolazione delle persone

  • massimo gaspari

    risposta al punto 8 e 9: cos’e’ un giornalista? liberta’ di dire non esiste piu’ come molti principi costituzionali che i pupazzi nato hanno spazzato via con vent’anni di berlusconismo non appena han tolto la maschera al pentapartito

  • massimo gaspari

    che poi se e’ per parlare d’estate si parla ma vedo che i dirigenti fin’ora han fischiettato da retribuiti e chi dovremmo combattere invece, in queste sedi, prende appunti ed ci organizza contro le nostre stesse teorie svuotate del bene, trasformate a strumento del male. attendo segnali di vita

  • massimo gaspari

    poi mi domandavo se vi ci vuol molto a capire la repressione ai tempi dell’elettronica. chi critica viene isolato e colpito individualmente. a famiglie intere si finisce negli angar del cile.
    e non vogliono tracce negli uffici di oggi ne, a buon nome dei compagni d’allora, forma alcuna di consapevolezza.
    massimo gaspari nato a massa l’11 6 70

  • http://porciconleali.blogspot.it/ RoobZarathustra

    Sul faccione di Tsipras mi sa che si giocano la carriera, giornalaia e politica, quindi bisogna tacere i “dissidenti”, forse per settari s’intendevano proprio quelli che non fanno quadrato attorno ad un golpista (a caso mia gli accordi si firmano in due)

  • massimo luciani

    Un Partito occorre, altrimenti continueremo a seppellire i movimenti parlando d’altro. Il tempo è adesso. L’orizzonte però non sono le prossime elezioni, ma la ricostituzione attorno al lavoro di un blocco sociale con le sue autonome istituzioni. Se non prevarranno gli interessi di bottega del ceto politico.

  • http://porciconleali.blogspot.it/ RoobZarathustra

    1) La formazione di un partito alla vecchia maniera?

    Concordo con la direttrice che “sarebbe ancora meglio mettere insieme diversi soggetti politici, sociali, culturali”. Le forze esistono, seppur frammentate, quindi è possibile. Non concordo quando esclude “Le meno settarie”, una caduta di stile per tanti motivi:

    E se tra i movimenti a cui le si riferisce si mettessero veti ai liberal-progressisti che aleggiano tra Sel e Manifesto?

    L’attuale situazione delle sinistre italiane è imputabile ai “settari” o ai “riformisti” che dal bertinottismo in avanti non ne hanno indovinata una?

    Non è in contraddizione mettere paletti con lo stesso spirito del decalogo col quale invita alla riflessione per ricreare una sinistra in Italia?

    2)Potremmo ragionare a lungo sul ruolo avuto dall’ex Pci nell’ultimo trentennio

    Qui la direttrice non coglie un punto, seppur sono d’accordo che una tale operazione ci porterebbe troppo lontano. Ormai il ruolo del PCI e, aggiungo, le divisioni in seno alle sinistre maturate nel 900 sono conosciute e ciascuno ha le proprie idee, sicuramente non devono essere ignorati passaggi cruciali del 900. Tuttavia per lasciarci alle spalle una volta per tutto il 900 e i riferimenti identitari, dai riformisti ai settari, dovremmo allora concentrarci in un’analisi dell’attuale fase capitalista e proporre programmi.

    3) Oggi all’ordine del giorno non c’è la rivoluzione ma un’idea di riformismo di sinistra.

    Qui, cara direttrice, ci si arrende al neoliberismo (inteso come sovrastruttura ideologica del capitale contemporaneo che fa dire anche a voi TINA); un conto è partecipare come protagonisti politici per riforme progressive, un conto togliere dall’orizzonte politico la rivoluzione. Se il riformismo è inteso come tattica, come fase, posso anche digerirlo, se me lo si presenta come strategia comprendo che sono escluso da tale riflessione messa in decalogo.

    4) Tutto quello che si muove al di fuori del Pd è convincente, significativo?

    Penso che a questa risposta chiunque risponderebbe di no dal proprio punto di vista, però se riflessione deve esserci allora tutti devono fare un passo indietro, io nei confronti di voi riformisti, voi nei confronti dei sovranisti, questi nei confronti degli internazionalisti, questi con gli anarchici, questi con settori progressisti del m5s ecc. O tutti fanno un passo indietro, lei per prima con i “settari” o ci stiamo prendendo in giro per l’ennesima volta. Un punto che fornisce poche riflessioni.

    5)

    Le riflessioni non dovrebbero farle prima di tutto quelle forze, politiche e intellettuali, che almeno nell’ultimo decennio si sono rese protagoniste di progetti fallimentari (lo striminzito 4% delle Europee 2014 con 50% d’astensione circa non è una vittoria poiché in quei voti dovrebbe contare un “settario” come il sottoscritto) ? O anche in questo caso l’onere dell’auto-critica spetta a quelle forze, che probabilmente lei non contempla nella sua rflessione, le quali da tempo vi dicevano che la strada del riformismo, del centro-sinistra e dei cartelloni elettorali calati dall’alto non avrebbero portato da nessuna parte se non a ripetere un copione scadente?

    6) Naturalmente è vitale per la sinistra essere in grado di misurarsi con i profondi cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel mondo del lavoro

    Mi auguro che questo però non significhi buttare a mare un’analisi fondata sulla divisione in classi della società per approdare all’apologia del lavorativo cognitivo dei giovani precari (chi scrive è uno di questi). Sicuramente è corretta la proposta di una sinistra che guardi ai più deboli, qua bisogna fare attenzione a non trovare il debole più bello da difendere. Vogliamo parlare anche di una piccola borghesia in fase di proletarizzazione che spesso le sinistre, riformisti e settari, preferiscono inveirle contro e lasciare alla propaganda reazionaria? Proletariato non piace più come parola? D’accordo, ma che sia una sinistra capace di fare le veci di tutti i lavoratori, senza difese corporative.

    7) L’immigrazione dei nostri tempi è un fenomeno strutturale.

    Sulla questione immigrazione la sinistra non sa rispondere né alla propaganda xenofoba, né a quella liberista che usa tale fenomeno come strumento di compressione salariale.

    “Una società non solidale non ci interessa”. Concordo. Io aggiungo però che anche una sinistra miope sul fenomeno non dovrebbe interessarci. E’ chiaro che numericamente l’immigrazione non sarebbe un problema da gestire, ma una sinistra deve saper proporre un piano di gestione che non carichi troppo su periferie e provincie degradate, deve saper proporre un modello di gestione rispettoso della dignità sia dei migranti, ma anche degli autoctoni, altrimenti gli xenofobi avranno gioco facile (spero che tra le enoteche del quartiere Monti si rifletta su ciò). Il fenomeno migratorio è strettamente legato a capitalismo e imperialismo, la sinistra non può più dire che non è un problema accogliere, senza proporre un modello di gestionale come scritto poc’anzi, e contemporaneamente abdicando a qualsiasi analisi geopolitica che analizzi le cause di tali fenomeni, anzi noto che ci sono settori “progressisti” che preferiscono accordarsi ad una propaganda imperialista che stimola tali settori con la retorica dei “diritti civili” e mi sembrano che siano quei settori oggi più in vista e “meno settari”.

    8)Le riforme sono molto importanti, anche quelle istituzionali ed elettorali

    Su questo sono d’accordo, la questione della rappresentanza è da mettere al centro fin dai singoli comuni minori dove attualmente vige un miniporcellum comunale. Perà bisogna iniziare anche ad essere meno cialtroni e smetterla di raccontare dogmi come quello per cui “iò presidenzialismo è dittatura”, quando se c’è una forma di governo che ha un Parlamento forte e indipendente è proprio quella presidenziale, mentre nei regimi parlamenti la norma è la preminenza dell’esecutivo e l’Italia della Prima Repubblica era solo un’eccezione nella Scienza Politica

    9)Comunicazione

    Qua la sinistra e i singoli elettori/simpatizzanti stanno semplicemente subendo: quanti usano Diaspora come social-network? Perchè non si riesce a mettere su un forum di discussione aperto alle anime di sinsitra dove discutere (strumento del web 1.0)? Perchè a sinistra poco si conoscono piattaforme come Airesis?

    10)vicenda Greca

    Dalla vicenda greca si dovrebbero imparare:

    Non c’è possibilità di riformabilità dell’UE e dell’Eurozona, anzi, è ormai palese che stiamo parlando di progetti di accentramento di ricchezza e potere del capitalismo, chi ciarla ancora di

    Gli Stati Uniti d’Europa sono SEMPRE stato un progetto reazionario e Spinelli non è mai stato un padre fondatore, l’integrazione europea nasce con funzionalismo economico liberale e funzione geopolitica anti-sovietica, negli anni 90 poi si trasforma in una gabbia ordo-liberale. Quindi a sinsitra si cominci a dire la verità sull’Europa

    “Fuori dalla UE, Fuori dall’euro, Fuori dalla NATO”

  • Daniele

    Che non si venga fuori con tesi di “partito liquido”, è una delle più grandi fregature dei disinformatici liberisiti, e quasi tutti anche a sx ci son cascati… Equivale a: nulla di tangente dal basso (periferie) e tutto concentrato in una ristretta elite centrale che fa e disfa a proprio piacimento. Ci vuole un partito che sia attivo in ogni anfratto, dal quartiere cittadino al circolo territoriale dei Comuni delle Valli del Natisone (è un esempio), che colga, ascolti, agisca e coinvolga i cittadini, e che sia in costante e attivo contatto di rete con tutte le altre realtà del partito in una interconnessione proficua, di dialogo e di coinvolgimento senza soluzione di continuità. Barriere comunicative, mancanza di organizzazione, e conferma di “liquidità” (= conta solo chi è al centro) sono i nemici numero 1 di un nuovo ed efficace soggetto politico di Sinistra. Per quanto riguarda i punti fondanti dell’accordo, i 6 scelti (riassumo i soli titoli di capitolo): Europa, Lavoro e Economia, Democrazia, Scuola, Diritti civili, Ambiente e Pace) sono un’ottima base di partenza e su quelli occorre costruire.

  • myeviltwinandi

    A sinistra non serve un partito (quello e` una conseguenza), servono idee. Idee che abbiano a che fare con le condizioni di vita di tutti noi. Diritti civili, solidarieta`, ci siamo. Ma non si capisce davvero quale sia l’idea aggregante che abbia a che fare con le condizioni di vita di tutti noi. Solo avendo quel progetto si potra` costruire una sinistra vincente. Non basta criticare i tagli, la diseguaglianza sociale, bisogna comunicare quali sono i piccoli passi da fare per migliorare il tenore di vita di tutti noi (come le 10 ore di Marx).

  • myeviltwinandi

    Federico, di quale rivoluzione parli? Armata? Di cosa? Di telefonini?

  • fabnews

    in grecia come in italia a sinistra serve la sinistra, senza invasioni da parte dei cattolici ed ex-democristiani, che non potranno mai essere di vera sinistra semplicemente perche’ la chiesa non e’ mai stata ne’ mai potra’ essere di sinistra, ma solo e sempre potere medioevale bigotto