closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
1 ULTIM'ORA:
L'Ultima

Conversazioni al di sotto della legge

Democrazia e polizia. Nel 1981 la polizia si spogliava del suo status militare. Un libro indaga il tradimento di quel cambiamento epocale e racconta dall’interno una stituzione poco democratica, dove il reclutamento avviene dall’esercito. Ma guerra e piazza non sono la stessa cosa. Ha vinto un apparato chiuso a riccio e lontano dalla società

Non tutti gli anni Settanta si sono chiusi il 14 ottobre del 1980 con la marcia dei quarantamila colletti bianchi a Torino. Per chi era rimasto indietro c’era ancora uno spicchio di decennio per la conquista di diritti prima negati. Il primo aprile del 1981 fu approvata con la legge 121 l’agognata riforma di polizia e così il nuovo ordinamento dell’amministrazione della pubblica sicurezza, che entrò in vigore il 25 aprile successivo. Nonostante un risultato comunque di compromesso, segnò un passaggio d’epoca.

Gli agenti si spogliarono dello status militare e vestirono quello civile. «Un cambiamento culturale, il poliziotto diventò soggetto sociale e mediatore» commenta Luigi Notari.

Erano passati dodici anni dai primi scossoni interni, una lotta quasi carbonara che si scontrò con la repressione dell’apparato. Oltre all’avvento della smilitarizzazione e della sindacalizzazione, anche le donne per la prima volta ebbero accesso nell’organigramma della polizia di Stato.

Ma la legge 121, sostiene Notari, non fu mai completamente attuata, perché i tentativi di controriforma, per separare ancora una volta la polizia dalla società, iniziarono quasi subito.

Che cosa interruppe quello spirito riformatore?
Anzitutto la paura di contaminazione da parte degli altri corpi. L’Arma dei carabinieri o la Guardia di finanza che, nonostante la presenza di un forte movimento democratico, non è riuscita a smilitarizzarsi e tuttora rimane l’unico corpo di polizia tributaria militare in Europa. E, poi, a opporsi all’applicazione piena della riforma furono gli stessi apparati della polizia di Stato. La riforma aveva introdotto una figura intermedia come l’ispettore, che incentivò il reclutamento di giovani cittadini diplomati. Quella dell’ispettore, mutuata dalle polizie europee, era un’intuizione straordinaria, perché si trattava di un ruolo che prevedeva più indipendenza e specializzazione nelle indagini, rispetto ad altre funzioni maggiormente suggestionate dalle prospettive di carriera. Ma la nuova figura suscitò perplessità tra gli ex sottufficiali e la preoccupazione da parte di chi dirigeva la polizia giudiziaria, ancora basata sul modello inquisitorio. Lo spirito riformista naufragò.

L’alleanza tra apparati di polizia e gli altri corpi armati frenò bruscamente tale processo. E, poi, ci fu il caso Dozier.

Il 17 dicembre 1981 le Brigate rosse rapirono a Verona il generale americano Nato James Lee Dozier. 40 giorni dopo, il 28 gennaio 1982, Dozier venne liberato dai reparti speciali dei Nocs, con un blitz in un appartamento a Padova. Dopo gli arresti, anche quelli avvenuti in corso di indagini, diversi militanti delle Br-Pcc vennero torturati dalla polizia. 

Fu il primo caso di malapolizia dopo la riforma con il ricorso a strumenti illegittimi per estorcere la verità. I fatti accaddero alla vigilia del primo congresso nazionale del Siulp, che contava già 40 mila iscritti. Il caso Dozier minò il cambiamento democratico, perché la polizia si ripiegò su se stessa, si affidò ai tifosi, chiedendo consenso e provando a ricostruire la separatezza dalla società. Si trattò di un meccanismo infernale che si è poi ripetuto. Di fronte agli errori operativi e agli abusi, l’apparato tende a rinforzarsi e le strutture democratiche a indebolirsi. La polizia si autorappresenta come un totem, mettendo a rischio la trasparenza. È successo, vent’anni dopo, anche a Genova, nel 2001.

I Novanta sono gli anni di un’involuzione autoritaria dell’istituzione, di un’americanizzazione della polizia italiana, di una rimilitarizzazione dopo l’illusione della riforma. Ecco il filo che porta al G8 di Genova.

Se si fosse fatta chiarezza sulla Uno bianca, non sarebbero accadute Genova e la Diaz. Nessuno ha pagato con la carriera, non c’è stata nessuna responsabilità oggettiva. Invece, dopo i 23 morti e i feriti, la più grande vittima della Uno bianca è stata la riforma di polizia. Oltre alla sicurezza dei cittadini.

Se nel precedente decennio c’era stato il tentativo di minimizzare gli effetti della riforma, l’attacco al processo democratico nei Novanta fu diretto. In che senso?

La prima reazione strutturale alla riforma corrispose ai cambiamenti storici: il crollo dei partiti e l’avvento del maggioritario, che ha meno spazi di trasparenza e partecipazione, in politica come negli apparati, che hanno vita propria e si sentono più autonomi. Con il maggioritario prevale, nella pubblica amministrazione, la tecnocrazia. Il proporzionale, per sua natura, riusciva a far emergere istanze diverse. Il modello della governance risulta orientato a un’organizzazione gerarchica e decisionista, leaderistica. Più simile all’impostazione militare.

La fine del servizio militare obbligatorio (2005) si riflette sulle forze di polizia. Con quale esiti?

Con la sospensione della leva non abbiamo più in polizia gli ausiliari, che consentivano un ringiovanimento dell’istituzione e una contaminazione culturale. Ma, soprattutto, si sono radicati nuovi modelli di reclutamento che, per i ruoli esecutivi, si rivolgono esclusivamente a chi ha completato un periodo di leva professionale, che può andare da uno a tre anni, in seguito al quale si ottiene il diritto di accedere ai concorsi in polizia. Una soluzione che è stata adottata anche per incentivare i giovani ad arruolarsi nell’esercito. Senza, però, occuparsi della loro formazione, affidata alle forze armate. Ma guerra e piazza non sono la stessa cosa. E, generalmente, la mentalità militare e più portata all’obbedienza, alla conformità. I controriformisti hanno ottenuto il loro scopo, rimilitarizzando la polizia, plasmandola come (parafrasando Ermanno Rea) «una fabbrica dell’obbedienza». L’apparato ha risanato la ferita della riforma.

* Proponiamo un’anteprima di Al di sotto della Legge (Edizioni Gruppo Abele), dal 6 maggio in libreria. Una lunga conversazione su polizia e democrazia tra Mauro Ravarino, giornalista collaboratore del manifesto, ex “ragazzo di Genova” nel luglio 2001, e Luigi Notari, poliziotto di lungo corso, già segretario nazionale del Siulp, che ha ripetutamente contestato il conformismo dell’istituzione. Un incontro mai rituale in cui scorre un pezzo della storia d’Italia: dalla battaglia per la smilitarizzazione della polizia all’assassinio di Aldo Moro; dall’omicidio di Francesco Lorusso a Bologna alla strage del 2 agosto; dalla bomba sul Rapido 904 alla nascita della Seconda Repubblica; dalla Uno bianca alla rottura dell’unità sindacale; da Genova 2001 alla fine della leva obbligatoria; dalla Val di Susa alla Ferrara di Aldrovandi, una delle vittime degli abusi di polizia.