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Caro Cantone, la polizia democratica non vuole l’impunità

Tortura. Entra nel vivo, al Senato, il ddl per l'introduzione del reato nel nostro ordinamento penale. Con l'audizione dei vertici delle forze dell'ordine: «Preoccupati per le denunce strumentali». L'Anm: «Nessun rischio di legare la mani alla polizia»

In queste poche righe mi rivolgo personalmente a Raffaele Cantone, di cui apprezzo l’enorme impegno giudiziario e culturale contro la corruzione. Pare che il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione abbia detto di essere «rimasto indignato dopo la sentenza della corte dei Diritti dell’uomo di Strasburgo: i fatti della Diaz sono vergognosi, ma le indagini su quei fatti hanno consentito di individuare le responsabilità, anche dei vertici, senza bisogno del reato di tortura». Avrebbe anche detto che «la polizia italiana è democratica da molto più tempo di quanto le sentenze della Corte Europea facciano pensare che sia». È stato il Secolo XIX di Genova a riportare le sue affermazioni, virgolettandole. Non le condivido.

La sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani nel caso Diaz ci ricorda che l’Italia non ha mai adempiuto a un obbligo derivante dal diritto internazionale in base al quale la tortura è un crimine, la cui persecuzione non ammette eccezioni. Uno Stato democratico forte è uno Stato che non ha paura di mettere sotto giudizio i propri custodi dell’ordine pubblico qualora responsabili di crimini di tale portata. È viceversa tipico dei regimi dispotici il volersi assicurare l’impunità attraverso l’immunità formale e sostanziale delle proprie forze di polizia. In Italia c’è bisogno del reato di tortura.

Per affermarlo non uso le mie parole ma quelle di un collega di Raffaele Cantone, il giudice Riccardo Crucioli di Asti che così scriveva in una sentenza del 2012 che mandava di fatto impuniti quattro poliziotti penitenziari accusati di fatti gravissimi nei confronti di due detenuti. «I fatti avrebbero potuto agevolmente qualificarsi come tortura… in Italia non è prevista alcuna fattispecie penale che punisca coloro che pongono in essere i comportamenti che (universalmente) costituiscono il concetto di tortura». Dunque chi tortura in Italia va incontro all’assoluzione o all’incriminazione per fatti molto meno gravi, coperti dalla prescrizione o dall’assenza di querela.

Infine il giudice Cantone afferma che l’Italia ha una polizia democratica. Argomento che trova un rafforzamento nell’esigenza di criminalizzare la tortura. È la polizia non democratica che ha bisogno dell’impunità. Il delitto di tortura non deve essere interpretato come un qualcosa pensato contro le forze di polizia. Tutt’altro. È una forma di garanzia per la gran massa di poliziotti che si muovono nel solco della legalità.

Nelle scorse settimane la Camera aveva approvato un testo, frutto di un lungo, tortuoso e dibattuto percorso parlamentare. Quel testo è oggi in discussione al Senato dove esponenti del Nuovo Centrodestra e di Forza Italia lo ritengono troppo penalizzante per le forze dell’ordine. Io ritengo che la corruzione sia un male dell’Italia che ci fa perdere credibilità nella scena internazionale. Però anche la mancata qualificazione della tortura come un crimine produce lo stesso effetto.

La sentenza della Corte europea nel caso Diaz segue svariate raccomandazioni di organismi internazionali che ci avevano redarguito su questo terreno. Per questo è una sentenza sacrosanta. Perché a Genova (nella scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto), ad Asti o a Parma (dove vive il sacerdote Franco Reverberi accusato di complicità nelle torture in Argentina negli anni della dittatura; la Cassazione meno di un anno fa ha negato l’estradizione in quanto in Italia manca il crimine di tortura e non si può estradare per fatti che da noi non sono perseguiti) i giudici non hanno potuto dare giustizia alle persone torturate.

*presidente Antigone