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Cantone, la Diaz e i deboli anticorpi della polizia

La lettera. Il Comitato verità e giustizia per Genova replica al capo dell’anticrimine Cantone

Giovani alla scuola Diaz nel 2001 cercano di recuperare le proprie cose dopo il massacro

Giovani alla scuola Diaz nel 2001 cercano di recuperare le proprie cose dopo il massacro

Caro manifesto, ho letto con preoccupazione la lettera di Raffaele Cantone pubblicata il 15 maggio. Il capo dell’Autorità Anticrimine, per spiegare meglio una sua recente (e a mio avviso infelice) uscita sulla sentenza della Corte europea di Strasburgo sulle torture alla Diaz, dice a un certo punto, dopo avere menzionato e definito “vergognosi” i casi Diaz, Aldrovandi e Cucchi, che “in Italia non si sono coperti questi fatti, li si è perseguiti – a volte con difficoltà ma comunque in modo da raggiungere quasi sempre la verità – giungendo anche, nelle vicende che riguardano Genova, a condanne e successive espulsioni dalla polizia di soggetti destinati anche a radiose carriere”.

Il dottor Cantone nei suoi interventi sembra mosso dall’intenzione – lodevole – di tutelare il buon nome e la credibilità della polizia di stato, ma probabilmente non ha seguito nel tempo i processi sul G8 di Genova e non ricorda la pervicace, persistente azione di ostacolo al lavoro della magistratura condotta dalla polizia e dai suoi vertici e denunciata a più riprese dai pubblici ministeri, che non hanno esitato a parlare di omertà.

Voglio ricordare, fra i tanti episodi, la mancata identificazione del quattordicesimo firmatario – la cui grafia era illeggibile – del falso verbale d’arresto per la Diaz, la mancata identificazione del poliziotto coi capelli a coda di cavallo ripreso in un filmato mentre pesta selvaggiamente uno dei 93 malcapitati ospiti della scuola o la vicenda del processo per falsa testimonianza a carico dell’ex questore Colucci sul ruolo avuto nella vicenda da
Gianni De Gennaro.

La sentenza di Strasburgo, poi, non si limita a qualificare come tortura le violenze compiute alla Diaz ma punta il dito su aspetti addirittura più gravi, cioè le menzogne costruite per coprire i fatti e la protezione garantita ai responsabili dell’operazione, che sono rimasti pressoché impuniti.

L’Italia è stata condannata da Strasburgo più per il dopo Diaz che per l’episodio Diaz.

Gli autori dei pestaggi non sono stati identificati;  i responsabili gerarchici dell’operazione non sono stati sospesi al momento del rinvio a giudizio (come la giurisprudenza della Corte dispone) e nemmeno dopo le condanne; tutti hanno beneficiato dell’indulto, privilegio che la Corte rifiuta per chi vìoli l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani (trattamenti inumani e degradanti e tortura).

Le interdizioni dai pubblici uffici cui si riferisce il dottor Cantone quando parla di “espulsioni”, sono un effetto delle condanne penali e riguardano solo i reati non prescritti.

La polizia di stato, di sua iniziativa, non ha mosso un dito e il governo italiano ha addirittura lasciato senza risposta la formale richiesta di informazioni, trasmessa dalla Corte di Strasburgo, sui provvedimenti disciplinari avviati dopo il caso Diaz.

Il governo ha taciuto, a costo di infrangere anche una elementare regola di bon ton, per l’imbarazzo di dover ammettere la propria inazione (che avrebbe anche evidenziato le promozioni ottenute nel tempo da alcuni dei protagonisti del blitz alla Diaz). Alcuni dei condannati nel processo Diaz si apprestano a riprendere servizio grazie a uno “sconto” sull’interdizione, altri potrebbero farlo alla scadenza dei 5 anni.

Potrei continuare a lungo, ma preferisco concludere dicendo che non si rende un buon servizio alla polizia di stato e alla sua dignità e credibilità minimizzando la gravità della condotta tenuta nei giorni, nei mesi e negli anni successivi ai “vergognosi” episodi che abbiamo registrato da Genova G8 in poi. In nessun caso le forze dell’ordine hanno avuto un ruolo attivo e positivo nella ricerca e nella punizione dei responsabili, è anzi prevalsa la tendenza a sviare e ostacolare la ricerca della verità.

La polizia di stato ha dimostrato di avere deboli anticorpi di fronte ad abusi anche clamorosi compiuti dai suoi uomini: la sua capacità di autocritica e autocorrezione è ai minimi termini. Perciò dev’essere aiutata  a
cambiare registro e questo è un compito che spetterebbe alla società civile e al parlamento (oggi in verità piuttosto passivi e quasi impotenti di fronte all’offensiva del “partito della polizia”).

Ci vorrebbe ad esempio una vera legge sulla tortura (non il testo minimalista e per certi aspetti paradossale approvato alla Camera) in grado d’essere percepita come il primo atto di una generale riforma democratica delle forze dell’ordine. Cioè l’esatto contrario di quel che sta avvenendo.