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DOSSIER La questione giovanile e la sinistra

Renzi, l’università e i giovani

22pol 2 universita tagli foto EIDON

La battaglia del Primo Ministro Matteo Renzi, di rinnovare e svecchiare la politica italiana, è nota a tutti. Lo ribadisce, con il giusto tono polemico, anche Ludovica Ioppolo in un recente articolo comparso in questa rubrica.

Sull’utilità di avere ministri under-quaranta si può discutere a lungo, ma, se si parla di rinnovo generazionale, non si può dire che l’ex sindaco di Firenze stia dimostrando la stessa attenzione anche per i giovani ricercatori e professori che mandano avanti l’Università italiana. Il nostro Paese, si sa, ha sempre avuto un corpo docente piuttosto anziano. Questo trend si è peraltro acuito negli ultimi anni: come riporta Corrado Zunino in un articolo apparso su Repubblica.it il 24 marzo 2014, l’età media di un professore ordinario di università italiana è cresciuta, negli ultimi 30 anni, di 7,8 anni. Si diventa professori più tardi e non c’è un vero e proprio ricambio generazionale.

La presenza massiccia di docenti anziani non dovrebbe essere vista come un disvalore. Anzi, si traduce in maggiore esperienza e conoscenza, favorisce l’approfondimento degli studi e affida gli studenti a maestri esperti e con una lunga carriera. Ma l’Università non può fare a meno dei giovani. Sono loro, infatti, che raccolgono materiali nelle diverse biblioteche sparse sul territorio; che vanno all’estero a studiare modelli stranieri; che danno inizio a progetti di ricerca da sviluppare nel lungo periodo; che aiutano i professori ordinari a fare esami, seguire laureandi, ricevere studenti, sviluppare progetti di ricerca, organizzare master.

C’è bisogno, inoltre, di metodi di docenza diversi da quelli abituali: più dinamici, più dialettici, più informali. E ciò non perché tali metodi siano migliori di quelli proposti dai professori di ruolo, ma perché – se affiancati a questi – possono offrire agli studenti prospettive diverse, strumenti alternativi, approcci utili a colmare le lacune del modello “classico”. Inoltre i giovani hanno bisogno dell’Università, che deve essere accessibile, dinamica e in grado di fornire, oltre agli strumenti professionali e di conoscenza, anche un terreno per la crescita individuale e collettiva e per il confronto delle idee: è con una palestra di questo tipo che si forma la classe dirigente del futuro.

In che stato sono i giovani ricercatori/professori dell’Università italiana? E come ha intenzione di trattarli l’attuale Governo?

Le numerose riforme che hanno interessato l’Università in questi ultimi anni sono tutte accompagnate da un dato comune incontrovertibile: i tagli delle risorse da destinare agli atenei. Solo nel 2013 sono stati tagliati 960 milioni di euro. Inoltre, considerando i 37 Paesi più sviluppati, l’Italia è al 32° posto per finanziamento all’Università. Questo primo punto, semplice e banale, rivela un danno che colpisce tutto il mondo universitario, ma con effetti particolarmente acuti sui giovani.

Al di là dell’impoverimento culturale del Paese, al di là dei danni alla formazione di personale qualificato e al di là delle inevitabili fughe all’estero dei cervelli migliori, questa semplice operazione di riduzione della spesa ha danneggiato molto studenti e giovani studiosi. La scarsità di fondi in mano alle università – per garantire borse di studio, finanziare progetti di ricerca, assumere personale stabile, gestire biblioteche e spazi comuni, organizzare convegni, disporre seminari o corsi – ha complicato le attività di studio e di ricerca.

Perché non si può “scommettere” su un dottorato, se – indipendentemente dal risultato – a questo non seguirà alcun incarico presso l’università. Perché è molto arduo avviare un progetto di ricerca senza finanziamenti o con finanziamenti insufficienti, ma anche con enormi difficoltà per reperire un libro o una rivista specializzata. Perché solo chi ha una famiglia ricca alle spalle può permettersi di lavorare come precario della ricerca, sottopagato, per cinque o dieci anni, senza sapere quale sarà il suo destino quando i contratti non saranno più rinnovati. E con la paura che, avendo speso tutto questo tempo a specializzarsi in un settore, le sue competenze non saranno più “spendibili” in altri ambiti professionali.

Ma non finisce qui. Oltre ai tagli si è aggiunta la “precarizzazione” dei ricercatori. Grazie all’art. 24 della cosiddetta “Riforma Gelmini” la durata complessiva dei nuovi contratti di assunzione dei ricercatori non può superare gli otto anni e si articola su vari contratti brevi. E se non vi sono risorse disponibili non è detto che la collaborazione possa durare per il periodo massimo, né che il ricercatore venga confermato a tempo indeterminato dall’ateneo.

Gli effetti negativi di tale riforma, specialmente sui più giovani, sono almeno tre.

In primo luogo, la precarizzazione della ricerca, seppur mirando a scongiurare i pericoli di “parassitismo” e a incentivare lo studioso a produrre, lo pone in una condizione di subalternità, lo tiene sotto pressione per un periodo potenzialmente lungo e successivo al dottorato – temporaneo per definizione e funzionale proprio all’ingresso nel mondo accademico – e incide anche sulla produzione scientifica, volta più alla quantità invece della qualità.

In secondo luogo, si accentua il servilismo accademico (con un incremento di attività di didattica e di mansioni più burocratiche e meno formative) e personale nei confronti del professore ordinario (il “Barone”, che tutti bistrattano, ma a cui nessuno è riuscito a togliere i privilegi) con cui si collabora: è lui che, ogni tre anni (e in modo assoluto e definitivo dopo otto), dovrà valutare ed eventualmente aiutare il ricercatore precario a rinnovare il contratto o a diventare professore associato. Si favorisce dunque il servilismo scientifico nei confronti del professore ordinario con cui si collabora e di chiunque altro possa assicurare un futuro al ricercatore. Questo toglie libertà alla ricerca, mette in crisi il pensiero critico e mortifica chi fa questo mestiere: la scelta delle ricerche, infatti, non sarà più finalizzata a produrre risultati originali e innovativi, ma ad accumulare titoli per il “concorso della vita” (quello a professore associato).

In terzo luogo, questo tipo di intervento è seriamente pericoloso se contemporaneamente si tagliano le risorse all’Università: un ricercatore virtuoso potrebbe non essere assunto come professore associato. E dopo 8 anni, magari dai 30 ai 38, nel pieno della costruzione di una famiglia potrebbe trovarsi a dover rinunciare a un reddito, aspettando eventuali concorsi magari in altri ambiti professionali.

Innanzitutto i tagli. Con la nuova legge di stabilità del 2014 si riducono sia il Fondo di finanziamento ordinario per gli atenei (di 34 milioni di euro), sia quello per gli enti di ricerca (di 42 milioni). Come è stato rilevato da ROARS, dopo il 2015 e il 2016, in cui tagli e rifinanziamenti, grosso modo, si compensano a vicenda grazie al contributo di Fondi europei, ricomincia la riduzione dei contributi.

Complessivamente, il minor finanziamento da qui al 2023 ammonterebbe a quasi 1.431 milioni: il taglio medio annuale sarebbe pari a -159 milioni, una cifra poco minore del taglio Tremonti (-170 milioni). A partire dal 2023, la variazione oramai consolidata rispetto al 2014 sarebbe pari a -278 milioni. Questo non solo danneggia i giovani, ma anche i giovanissimi. Chi si troverà a frequentare l’università nei prossimi dieci anni (o a fare ricerca una volta laureato) troverà un sistema ancora più povero.

In secondo luogo, Renzi fa un ulteriore passo in avanti nel cammino verso la precarizzazione del personale accademico. Il comma 29 dell’articolo 28 della legge di stabilità abolisce due parole di un decreto del 2012, intervenendo sul sistema dei “punti organico” previsto con i modello cosiddetto “tenure track”. In sostanza, gli Atenei dovevano tener conto dei punti organico del personale docente: 1 per gli ordinari; 0,7 per gli associati e 0,5 per i ricercatori. Prima della nuova legge di stabilità, in caso di pensionamento di un ordinario le università erano obbligate ad adoperare i punti organico riguadagnati per il personale stabile, garantendo quindi un minimo di assunzioni a tempo indeterminato.

Ora, riguadagnati i punti dal pensionamento di un ordinario, le Università, invece di spenderne 0,7 per assumere un ricercatore in regime di tenure track, che viene stabilizzato nell’arco di tre anni, potranno spenderne solo 0,5 per assumere un ricercatore a tempo determinato e poi, alla scadenza del contratto, recuperare nuovamente quei punti organico.

Si dirà: ma in questo modo si possono assumere più giovani, invece di far “invecchiare” chi è già tutelato! Si risponderà: e quei giovani, per la riconferma al termine del contratto, a chi dovranno rendere conto per tutta la durata dell’incarico? Quanto saranno liberi nella loro ricerca? Come potranno organizzare i loro studi (ma anche la loro vita privata) nell’incertezza di un contratto con un datore di lavoro perennemente in crisi economica? Come spiega bene Tonino Perna nel suo “Elogio-del-posto-fisso” sarebbero numerosi i vantaggi derivanti da nuove assunzioni a tempo indeterminato nel settore pubblico, ancor più se in ambito accademico.

Come si inverte questo trend? Quattro suggerimenti.

Il primo. Sarebbe scontato rispondere chiedendo più finanziamenti. Eppure, ancorché poco fantasioso, un tale cambiamento di rotta vorrebbe dire moltissimo per la ricerca, per l’Università italiana, per i giovani.

Un altro strumento per migliorare la condizione dei giovani nell’Università è quello di ripristinare la figura del ricercatore a tempo indeterminato, con accorgimenti per scongiurare forme di parassitismo accademico. Perché è vero che l’università non può essere un parcheggio per menti brillanti ma pigre o, peggio, per raccomandati e figli di papà. Inoltre, se si investe sulla ricerca, è utile che il Paese ne raccolga i frutti. E allora si possono prevedere delle prove intermedie per i giovani ricercatori assunti a tempo indeterminato. Una dissertazione della ricerca, che può avvenire al termine di un periodo medio-lungo (per esempio 5 anni) o concordato con l’Ateneo di riferimento. Si può nominare una commissione esterna che valuti il lavoro svolto. E da questa valutazione si possono far dipendere bonus, incentivi, finanziamenti di nuovi progetti o penalizzazioni, riduzioni di stipendio, ecc. Il tutto potrebbe avvenire come in un concorso pubblico: con una commissione esterna, criteri di giudizio predeterminati, garanzie di trasparenza e obbligo di motivare le proprie decisioni.

In terzo luogo, si potrebbe invertire il meccanismo della precarietà anticipando il pensionamento dei professori ordinari: questi potrebbero andare in pensione a 65 anni e, a partire da quella data, essere assunti con contratti a tempo determinato con salario non superiore a una borsa di dottorato. Uguale per tutte le università. Perché pagare poco un ricercatore o un associato quando gli ordinari hanno ormai percepito un reddito soddisfacente e in più godono anche della pensione? È poco conveniente? Si godessero la pensione, scrivessero libri, lavorassero altrove, lasciando il posto a chi ha voglia di lavorare e ha bisogno di spazio per crescere.

Infine, le incompatibilità: chi fa il professore fa il professore. Punto. Soprattutto per associati e ordinari. Che scegliessero se guadagnare tanto come avvocati o architetti (sono solo due esempi) o se fregiarsi del prestigio meno remunerativo dell’Università. Questo libererebbe posti nelle varie facoltà e restituirebbe alla didattica e alla ricerca i docenti, impedendo doppi lavori che danneggiano tutta la comunità.

Si è detto, parafrasando il titolo di un film, che l’Italia non è un Paese per giovani. Questa tendenza si inverte in primo luogo intervenendo sull’Università e scommettendo sui coloro che la portano avanti.